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La risposta di Max Weber all’antipolitica

21 Ottobre 2007

In una società che fa spazio all’antipolitica bisogna riscoprire quelli che vivono ‘di’ politica e quelli che vivono ‘per’ la politica. Uno dei modi per capire le regole del gioco in cui siamo tutti coinvolti come cittadini sta nel comprendere il rapporto che lega gli uni agli altri. Quello che vige tra i funzionari e uomini di apparato da un lato e leader o sedicenti leader dall’altro. Se questa idea la troviamo oggi scontata, buona parte del merito intellettuale può essere attribuita a Emil Maximilian, alias Max Weber e al suo illuminante scritto La politica come Professione.  Il tema weberiano della politica come professione-vocazione invita a far discutere i tanti che riempono le piazze alla ricerca di Politica, quella vera. Le piazze colme in realtà ci dicono che la ricerca della Politica è talmente condivisa e dai tratti così esasperati al punto che oggi  quale sia il valore esatto di tal termine rimane quasi nascosto. E si potrebbe proprio ripetere il ‘che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa’.

L’equivoco si cela nel termine tedesco Beruf, termine che raccoglie concetti più grandi di sè, potendo significare allo stesso tempo sia Vocazione che Professione. In italiano Einaudi – nella edizione del 1948 del saggio weberiano introdotta da Delio Cantimori-  traduce Beruf come professione. Naturalmente non si tratta di una questione puramente verbale, poichè è proprio nella tensione tra vocazione e professione che si può trovare una soluzione al problema più generale, dare una risposta all’antipolitica con la P maiuscola. Per ragioni storiche e personali, Weber cresciuto al tramonto della Germania di Bismarck aveva serie ragioni per preoccuparsi della gracilità della vita pubblica del suo Paese.

Quando Weber  scrive a conclusione del suo saggio che, «la vocazione per la politica poteva averla solo chi è sicuro di non venire meno anche se il mondo considerato dal suo punto di vista è troppo stupido o volgare per ciò che egli vuole offrirgli» recupera il conflitto a oggi irrisolto tra il politico chiamato dalla vocazione e quello capace di realizzare al meglio le nostre speranze intellettuali. E ancora, quando descrive le virtù del politico come passione, senso di responsabilità, quando separa etica della convinzione e quindi senso di giustizia da etica della responsabilità e quindi preoccupazione per le conseguenze dell’azione, apre un varco profondo e forse incolmabile non solo tra etica e politica ma anche tra sapere razionale e politica. «Non abbiamo davanti a noi la fioritura dell’estate- continua Weber- ma per prima cosa una notte polare di fredde tenebre e di stenti». Forse questa tragicità così presente nel pensiero weberiano proviene dalla irrisolta scissione tra etica e politica, tra razionalità dei mezzi e dei valori che quando non giunge ad una sintesi sfocia nel cortocircuito detto antipolitica, che come un’ombra chiunque viva seriamente la vita politica la sentirà prima o poi sulle proprie spalle!

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