Giovedì 24 Maggio 2012
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Che cosa ci ha insegnato davvero il caso Welby?

29 Luglio 2007

Il Giudice per le indagini  preliminari di Roma, nella persona della dott.ssa Zaira Sechi, ha prosciolto dall’ accusa di omicidio del consenziente il dott. Mario Riccio, che nello scorso dicembre aveva proceduto a “staccare la spina” al ventilatore che teneva in vita Piergiorgio Welby. La notizia, che non poteva che essere accolta con legittima soddisfazione da parte dell’imputato, ha suscitato altresì commenti non sempre coerenti e composti, anzi il più delle volte incongrui e sopra le righe. Stiamo pur sempre parlando di un caso umano dolorosissimo, che è stato intenzionalmente e a mio avviso indebitamente trasformato in un caso politico, che però (ci si augura contro le intenzioni) ha provocato molta confusione e non l’auspicata chiarezza di idee nell’opinione pubblica. Una cosa è certa: è stato lo stesso Piergiorgio Welby a volere che si considerasse il suo caso come un caso politico, almeno da quando inviò il 22 settembre 2006 al Presidente Napolitano una lettera aperta, chiedendo che gli fosse concessa una “morte dolce”. Da allora per settimane e settimane il caso Welby ha occupato gli spazi massmediatici, mescolando assieme temi, istanze e sentimenti diversi, con il fine evidente di alterare l’orientamento profondamente e istintivamente ostile all’eutanasia dominante nel nostro paese. E’ presto per poter dire quale efficacia abbia avuto o potrà comunque avere in un prossimo futuro questa campagna mediatica. Ma fin da ora si può e si deve dire che essa è stata condotta strumentalizzando un caso terribile e pietoso. Puntualizziamo i singoli aspetti del problema, che comunque, come si vedrà, restano fortemente interconnessi.

La figura, la personalità, le sofferenze, l’immagine stessa di Piergiorgio Welby sono state usate per far giungere all’opinione pubblica un falso messaggio, obiettivamente necrofilo, e cioè che la morte è l’unica risposta possibile  a malattie degenerative terribilmente invalidanti come quella da cui egli era afflitto e più in generale a tutte le malattie giunte alla fase terminale. Il messaggio autentico che andrebbe rivolto all’opinione pubblica è esattamente l’opposto: la vera risposta a tutte le situazioni tragiche di malattie invalidanti croniche e di malattie di fine vita non sta nell’abbandono terapeutico (di cui l’eutanasia è la forma estrema), ma nella vicinanza calda e compassionevole del terapeuta al paziente; una vicinanza da intendere come un vero e proprio diritto e che va fatta rientrare nel più generale diritto alla salute di cui siamo tutti titolari.

Presentando alla pubblica opinione il caso Welby si sono intenzionalmente e indebitamente confuse le medicine palliative, vera e propria gloria della medicina più recente, chiamate a dare e capaci di dare, ad ogni malato, la speranza concreta di poter convivere con la propria malattia, anche se terminale, in modo dignitoso, con pratiche di sedazione (che qualcuno ha auspicato fossero robuste e irreversibili!), finalizzate evidentemente a sopprimere il malato, più che a non farlo soffrire.

Si sono denunciate, demonizzandole, le più recenti e straordinarie tecnologie biomediche, come vere e proprie forme di manipolazione violenta e innaturale della vita, minimizzandone indebitamente  la straordinaria valenza terapeutica, che ha loro consentito di salvare tante vite umane e dimenticando così di ricordare che la manipolazione non va condannata perché innaturale (se così fosse sarebbe da condannare perfino la cottura dei cibi), ma solo quando sia non coerente col bene umano

Si è insistito nel sottolineare come rivestisse carattere di accanimento l’uso di macchinari per la respirazione forzata ai quali Welby doveva la propria sopravvivenza. Che di accanimento non si trattasse, ma solo di una forma estrema e benefica di terapia, risulta non solo da un parere autorevole formulato dal Consiglio Superiore di Sanità, su richiesta del Ministro Livia Turco, ma dall’ elementare riflessione (condivisa da tutti i bioeticisti) secondo la quale, perché accanimento si dia, è indispensabile un’obiettiva sproporzione tra il trattamento cui il malato è sottoposto e la finalità che il medico vuole conseguire col trattamento in questione: nel caso di Welby il respiratore meccanico aveva come finalità non quella di consentirgli una mera sopravvivenza biologica, ma quella di rendergli possibile una sopravvivenza autenticamente e profondamente umana, che gli ha permesso oltre tutto di esercitare l’ammirevole ruolo di un vero e proprio leader politico (come i suoi stessi compagni di partito hanno instancabilmente ricordato).

Si è indotta nella gente l’erronea convinzione che uno dei doveri fondamentali dei medici sia quello di aiutare i loro pazienti a morire, evitando accuratamente di ricordare come il giuramento ippocratico (prima ancora che una visione religiosa della vita) impegna il medico a lottare sempre e soltanto per la vita e non a operare per la morte.

Si è esaltato il principio di autodeterminazione del paziente, come se legittimasse qualunque pretesa del malato nei confronti del medico, fino all’estrema pretesa eutanasica, quando questo principio, fondamentale per la corretta attribuzione della piena responsabilità morale, acquista in bioetica una valenza ben più ristretta, riducendosi in buona sostanza al dovere di acquisire, per legittimare qualsiasi atto medico, il consenso pienamente informato, da parte dei pazienti se competenti, o se incompetenti dei loro rappresentanti legali.

Si è fatto riferimento al caso Welby per stigmatizzare l'assenza nel nostro ordinamento di una legge che riconosca validità ai c.d. testamenti biologici. E' però evidente che anche se in Italia fosse già vigente una normativa sul testamento biologico (ma io preferirei che si usasse l'espressione Dichiarazioni anticipate di trattamento, come ha fatto il Comitato Nazionale per la Bioetica), questa, concernendo situazioni in cui il paziente ha perduto la capacità di intendere e di volere, non avrebbe avuto alcun modo di essere applicata al caso di Piergiorgio Welby, che ha mantenuto fino alla fine una piena e lucide capacità intelletuale.

Come si spiega allora tale confusione? In molti casi con l'incompetenza bioetica di chi l'ha fatta; in altri casi, però, dietro di essa si può percepire un'intenzione inequivocabile, quella di aprire un nuovo fronte per la legittimazione dell'eutanasia a carico di malati non competenti. Il Comitato Nazionale di Bioetica, pur valutando favorevolmente l'ipotesi di riconoscere valore legale alle Dichiarazioni anticipate, ha indicato con estrema precisione i rigorosi limiti etici e giuridici di validità di tali Dichiarazioni: attraverso di esse non si potranno mai pretendere dal medico prestazioni illegali (come le pratiche eutanasiche) e meno che mai esse potranno vincolarlo a qualunque desiderio l'autore del testamento biologico potesse aver formulato e messo per iscritto. Un medico che fosse obbligato ad eseguire passivamente la volontà indicata dal malato nelle Dichiarazioni anticipate vedrebbe umiliata la sua autonomia scientifica e deontologica, un bene preziosissimo, al quale è legata la dignità stessa della professione medica.

Si sono denunciate inesistenti lacune nel nostro ordinamento, che, se davvero esistessero, andrebbero al più presto colmate, quando invece il nostro sistema penale, dal punto di vista della questione che ci interessa, è assolutamente completo e chiaro. Se l’eutanasia non ha alcun riconoscimento come fattispecie penale, non è per dimenticanza, ma per chiara scelta del nostro legislatore (che infatti ha previsto che chi uccida per pietà possa invocare l’ attenuante comune prevista dall’art. 621 del codice penale, quella cioè di aver agito “per motivi di particolare valore morale”). Proibiti, altresì, con sanzioni più lievi di quelle previste per l’omicidio volontario,  sia l’omicidio del consenziente che l’istigazione e l’aiuto al suicidio.  Insistere nell’ipotizzare lacune normative equivale ad auspicare che l’eutanasia venga depenalizzata o addirittura legalizzata: è una pretesa forte, sulla quale si può ben aprire un legittimo dibattito etico e politico, ma che va esplicitamente sottoposta alla pubblica opinione e che non può essere fatta passare come una semplice richiesta di integrazione di un codice penale lacunoso.

Si è data una interpretazione esasperata di un fondamentale principio costituzionale (art. 322), quello per il quale “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”, come se si trattasse di un’apertura del nostro dettato costituzionale all’eutanasia. Non è così. Non c’è dubbio che, in base a questo principio, un malato possa rifiutare qualsiasi trattamento, anche salvavita, o possa comunque chiederne la sospensione. Tale richiesta non va però di per sé intesa come una richiesta di eutanasia e l’accedere a tale richiesta non ha di per sé la valenza di un atto eutanasico: è probabilmente per questa ragione (ma dobbiamo aspettare ancora, per leggere le motivazioni della decisione del GUP) che il dott. Riccio è stato prosciolto da ogni accusa.

Negli annali della bioetica si ricorda a questo proposito il caso di Karen Quinlan (analogo solo sotto alcuni profili al caso Welby, dato che Karen era in coma persistente): quando le venne sospesa la respirazione artificiale (ritenuta una forma di accanimento) si scoprì che la povera ragazza continuava a respirare naturalmente. Anche se in linea puramente ipotetica, lo stesso sarebbe potuto accadere a Welby, cioè che dopo il distacco –da lui fortemente voluto- del respiratore egli continuasse a respirare senza aiuti meccanici e quindi a vivere. Bisogna quindi ricordare che il valore del principio dell’art. 322 della Costituzione sta non nel favorire l’abbandono terapeutico, ma nel porre un limite difficilmente superabile alla tentazione, ricorrente anche se spesso in fondo inoffensiva, del paternalismo terapeutico, alla quale facilmente tendono a cedere tutti i sistemi in cui la sanità acquista una valenza pubblica ed è inevitabilmente “amministrata” in modo burocratico. Quel che è certo è che Piergiorgio Welby non aveva il diritto di chiedere l’eutanasia; aveva però tutto il diritto di rifiutare (dopo essere stato compiutamente informato delle conseguenze della sua decisione) l’uso a suo carico del respiratore meccanico. Questo rifiuto non implicava, ovviamente, il venir meno del dovere del medico di praticare a suo favore –anche successivamente al distacco del respiratore- tutte quelle forme di palliazione e di sedazione che il medico stesso, in scienza e coscienza, avesse ritenuto necessarie a fini strettamente palliativi..

Concludo. Quello che davvero ci ha insegnato il caso Welby è che la bioetica ha una dimensione antropologica, in cui si sintetizzano questioni sociali e coesistenziali di tipo etico, religioso, simbolico, irriducibili alla logica degli interessi sociali, di cui essenzialmente la politica si fa carico. La prova di quanto detto si ha in quegli ordinamenti in cui la legalizzazione dell’ eutanasia volontaria, nel nome del rispetto che si dovrebbe avere nei confronti dei pazienti, qualora manifestassero una consapevole volontà di morire, ha prodotto come effetto l’ attivazione di un controllo burocratico sulla fine della vita umana, che si è lentamente esteso fino a coinvolgere i malati psichiatrici, i malati anziani cronici e perfino (col c.d. protocollo di Groeningen) i neonati portatori di handicap. Non entriamo nel merito di quanto possano influire nella soppressione legale di tanti malati motivazioni politico-economiche (ma sappiamo che influiscono molto!). Limitiamoci a dire che la pietà che tutti dobbiamo avere per Pergiorgio Welby e per le sofferenze che ha patito deve accompagnarsi alla pietà che è doveroso nutrire verso tanti altri malati, di estrema fragilità fisica e psichica, che hanno il diritto di aspettarsi dal sistema sanitario e da ciascuno di noi parole di vita e non di morte, di prossimità e non di abbandono, di speranza e non di disperazione necrofila.

Commenti
Paolo
30/07/07 11:24
Ieri mattina alla ore 8
Ieri mattina alla ore 8 circa è morto mio cognato, ammalato di SLA da soli 3 anni. Posso solo dire che la moglie i figli e tutti i parenti sono tutti contenti che la sua agonia sia finita e che è vergognoso che ne lo stato ne la medicina siano in grado di evitare tante sofferenze ad un ragazzo di 43 anni. Tutto il resto sono inutili chiacchiere da salotto per riempire la pagine dei giornali.
Anonimo
05/08/07 10:31
Scusate ma la volotà del
Scusate ma la volotà del malato dove la mettiamo? Se Welby preferiva morire piuttosto che restare in quello stato dove sta il problema di accontentarlo? Qui non si sta parlando di far fuori i malati terminali ma di soddisfare la volotà di un malato. Se è vero che ne hanno fatto un caso politico perchè "nessuno" è andato da Welby a proporgli un'alternativa? Fniamola di dire fesserie.
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