Giovedì 24 Maggio 2012
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Il manifesto bioetico
per il Partito Democratico non convince

27 Settembre 2007

Un gruppo di filosofi ha pubblicato su Europa del 21 settembre un «Manifesto per la Bioetica». Partendo dalla convinzione che in Italia i dibattiti bioetici siano affrontati seguendo un rigido schema ideologico, che contrappone sterilmente "cattolici e laici", si avanza una proposta di metodo: richiamandosi all’autorevole pensiero di John Rawls, si auspica che si adotti il metodo della ragione pubblica e del consenso per intersezione per costruire una cultura bioetica nuova, che possa anche essere adottata nel programma politico del nascente Partito Democratico, i cui possibili futuri dirigenti non hanno fino ad ora dedicato molta attenzione ai temi della vita. Che si tratti di buone intenzioni, non c’è dubbio; se a tali buone intenzioni possono seguire davvero fatti congruenti è però un’altra questione. Per quel che mi concerne, sono piuttosto scettico.

Non c’è dubbio che il consenso per intersezione, al quale fanno appello i firmatari del Manifesto, sia un buon metodo per elaborare decisioni condivise: chi lo utilizza rinuncia a ogni presupposto dogmatico e argomenta partendo da premesse ragionevolmente condivisibili da tutti; non vuole far prevalere né, meno che mai, imporre agli altri la propria visione sull’assetto ottimale del mondo, ma semplicemente si impegna perché a tutti siano riconosciute pari dignità e libertà e perché tutti portino la responsabilità delle proprie scelte. Tutto bene? A livello delle intenzioni sì, a livello delle cose purtroppo no. I firmatari del Manifesto infatti eludono la questione fondamentale: se il metodo che propongono, oltre che adattarsi alle questioni politiche, si possa anche adattare alle questioni bioetiche (in altre parole, se la bioetica possa interamente ridursi alla "biopolitica"). Sembra che essi non facciano distinzione tra i due ordini; eppure questa distinzione è assolutamente essenziale.

Se si vuole la prova di quanto detto, si rifletta sui diritti fondamentali di rilievo bioetico, che, in base al metodo or ora descritto, vedono l’esplicita e convergente adesione dei firmatari (cattolici e laici) del Manifesto. Questa convergenza – a onta di quel che potrebbe pensarne il buon Rawls – è resa possibile non tanto dal metodo dell’"intersezione" quanto dal metodo dell’"elusione". Finché si insiste, parlando di bioetica, sull’ovvio e si evitano le questioni cruciali e scottanti della disciplina, l’accordo si realizza facilmente. Ma quanto può durare un accordo basato su palesi reticenze?
Consideriamo il primo principio su cui i firmatari del Manifesto convergono: il «diritto all’integrità». Esso consiste «nel rispetto dell’integrità personale di ciascun individuo nell’arco della sua vita», nel «non violarne l’integrità fisica e psicologica e non minare la fondamentale eguaglianza tra gli individui». Non si potrebbe dire meglio di così, ma restano aperte diverse ben note questioni, sulle quali – sono convinto – le opinioni dei firmatari del Manifesto divergono radicalmente.

Ad esempio: il «diritto all’integrità» si accompagna o no a un «dovere di integrità»? Più semplicemente: è lecito o no a chi liberamente lo desideri vendere un organo del proprio corpo, violandone l’integrità? E ancora: alla vita prenatale si applica o no il «diritto all’integrità»? Legalizzando l’aborto, non violiamo forse il diritto all’integrità del nascituro? Sono sicuro che i firmatari del Manifesto non ignorano che sull’aborto e su molte questioni ad esso riconnesse (l’aborto selettivo, l’aborto eugenetico, l’aborto a nascita parziale, l’aborto come mezzo di limitazione delle nascite, ecc.) la discussione bioetica è estremamente accesa, ma non credo che su questi temi nemmeno l’appello alla ragione pubblica di Rawls possa aiutarli ad andare lontano.
Gli altri due principi portati dai firmatari del Manifesto come esempio di un consenso per intersezione sono quelli del %C2

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