Le grandi manovre del fondo sovrano cinese e l’attivismo economico di Pechino non rallegrano i giapponesi, che chiedono chiarimenti. Nel frattempo in Europa sembra profilarsi una strategia alternativa.
I movimenti del fondo sovrano cinese, China Investment Corporation (“CIC”) sono gli osservati speciali delle task force economico-finanziarie di mezzo mondo.
Finora le maggiori discussioni intorno a CIC erano concentrate negli USA e in Europa, ma anche in Giappone il dibattito sta subendo un’improvvisa accelerazione. Conta poco che l’attuale ministro giapponese sia il figlio di quel Fukuda che negli anni ’70 avviò una politica di distensione con tutti i Paesi del sud-est asiatico e con i tradizionali nemici cinesi.
La scorsa settimana i giornali giapponesi – le edizioni in inglese del Tokio Times e del Nikkei – invocavano iniziative da parte del G-7 in riunione a Tokyo. Il timore principale non è tanto che CIC provi ad insinuarsi in una keiretsu (gli agglomerati banchindustriali nipponici): i cinesi sono già entrati e il board di CIC ha già detto di voler destinare più della metà dei fondi per investimenti in Asia al Giappone.
Il punto è un altro. Il Giappone, accanto alla Cina, figura tra i principali finanziatori del debito statunitense (mediante sottoscrizioni dei T-Bond emessi dal Tesoro USA). Ma, secondo quanto rivelano i primi dati sulle riserve cinesi, la Cina ha fatto un brusco cambio di strategia. Dalla seconda metà del 2007, ha virato dai titoli di debito agli investimenti azionari, e ha trasferito 200 milioni di Euro a CIC, costituita guardacaso in coincidenza con il cambio di investimento.
Nelle previsioni dei giapponesi, la mossa cinese può avere due effetti.
Il primo è quello di tagliare drasticamente la domanda di debito americano, con il risultato di costringere gli americani a fare nuove emissioni di T-Bond con interessi molto più alti, aumentando così il servizio del debito.
Il secondo effetto è che se il management di CIC, divenuto a tutti gli effetti un investitore di rischio, si rendesse conto che il rendimento atteso – l’inflazione cinese si aggira sul 5% - è troppo basso, il portafoglio di investimenti sarebbe modificato di colpo (oltre a costare la testa, nemmeno troppo per modo di dire, ai manager cinesi). Come conseguenza, lo “switch” di un investitore così pesante finirebbe per scatenare dei veri e propri terremoti borsistici.
Ma Pechino non è solo l’osservato speciale per i terremoti sui titoli di borsa che potrebbe causare tramite CIC. Come rileva un interessante studio di Deutsche Bank a firma di Steffen Dyck ( “China’s commodity hunger: From oil and copper to milk and grain”), le acquisizioni dei cinesi potrebbero interessare materie prime e commodities. I cui prezzi, come denunciano già da tempo i dati della Banca Mondiale e dell’OECD, sono in rapido aumento per la domanda crescente da parte di Pechino.
Per giunta, per vincere le resistenze politiche dei governi occidentali, i cinesi, che già investono direttamente in Africa e in Sudamerica, stanno iniziando ad acquisire operatori occidentali in tandem con altri occidentali. E’ lo schema della joint venture tra CIC e J.C. Flowers, ma anche del consorzio tra Chinalco e l’americana ALCOA.
Gli occidentali per ora sembrano accettare questa strategia, i giapponesi no: il ministro delle Finanze ha chiesto di incontrare personalmente i vertici di CIC per chiedere chiarimenti sulle politiche di investimento.
Nel frattempo, l’unica strategia proponibile per gli Europei dopo l’invasione degli USA sembra il vecchio “divide et impera”: dividere il fronte dei potentissimi investitori “sovrani”.
Come? Trattando con quegli Stati che, pur autoritari, sono stati individuati come alleati dell’Occidente. E isolando chi – la Cina – è al tempo stesso autoritario e nemico dell’Occidente, abbracciando chi ancora è tra coloro che sono sospesi – la Russia.


Accettiamo che la Cina abbia
La Cina vende più di quanto