Venerdì 10 Febbraio 2012
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C'è la regia di Veltroni dietro la crisi del
cinema italiano

9 Settembre 2007

Il Festival di Venezia si è appena concluso con la vittoria di Ang Lee e anche quest’anno ha dimostrato quanto stretti siano i legami fra cinema, istituzioni e politici di sinistra. Così è sempre stato dall’epoca dell’egemonia comunista di stampo togliattiano. Ma c’è un uomo che più di ogni altro è l’emblema di queste liaisons dangereuses: Walter Veltroni. Il sindaco di Roma cominciò ad occuparsene ancora giovanissimo quando  veniva considerato il golden boy di Botteghe Oscure. Vantava un diploma all’istituto tecnico cinematografico e televisivo anche se si nutre qualche dubbio sulla sua competenza in materia. Un simpatico pignolo di qualità come Mauro della Porta Raffo si è messo a spulciare le recensioni firmate Veltroni e ha scoperto decine di errori, alcuni dei quali da principiante. Se non è impeccabile come critico, l’attuale sindaco di Roma i danni veri al cinema li ha fatti come politico. Per la verità, quando nella seconda metà degli anni Ottanta cominciò ad occuparsene, la crisi del settore era già scoppiata da tempo, ma le sue terapie, lungi dal risolverla, l’hanno peggiorata.

Era ancora all’inizio della sua “irresistibile ascesa” quando elaborò una strategia fondata su due principi: duro attacco alla televisione commerciale e a Berlusconi che danneggiava il cinema, e assistenzialismo statale a piene mani. Il risultato è che lo Stato italiano è diventato il più grande imprenditore europeo del settore e che i nostri film hanno perso qualità e mercato. Qualche esempio: in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, per non parlare degli Stati Uniti dove la cinematografia italiana un tempo ha raggiunto le quote del 10 per cento del mercato, oggi è a terra: occupa spazi che vanno dallo 0,3 per cento all’1 per cento. In patria il consumo cinematografico è sceso sotto la media europea: da noi si staccano circa 110 milioni di biglietti l’anno, contro i 140 milioni della Spagna, che è meno popolosa, i 184 della Francia e i 175 della Germania.

Una delle cause principali di questa debacle è  la strategia veltroniana. Punto primo: guerra alle tv commerciale e prima di tutto a Berlusconi. L’inizio fu segnato dal celebre slogan: “Non s’interrompe un’emozione”. Si tratta della battaglia, persa in partenza, contro gli spot piazzati in mezzo alla trasmissione televisiva dei film. Una campagna i cui presupposti teorici si ritrovano nel libro di Veltroni: Io e Berlusconi (e la Rai). Mentre già è in atto la sconfitta su tutti i mercati del cinema italiano, il golden boy di Botteghe Oscure non trova di meglio che prendersela con il piccolo schermo, reo di distruggere il mondo della celluloide. E siccome è intelligente e soprattutto abile aggrega intorno a questa guerra alla pubblicità numerosi e qualificati alleati. La manifestazione del Pci, organizzata all’Eliseo nel 1989, è un successo di pubblico e di critica: un pienone di registi, attori, sceneggiatori con in testa il grande Federico Fellini che comunista non lo fu mai. Un risultato che serve alla carriera politica del giovane Walter, ma non certo al futuro del cinema italiano che diventa rabbiosanmente nemico della tv commerciale che è invece una sua possibile grande alleata. Un’alleata alla quale converrebbe fare un’apertura di credito per poi chiederle un impegno di investimenti nell’ambito della produzione e nel campo della diffusione dei film italiani. Nulla di tutto ciò: si va allo scontro con esiti catastrofici.

Rottura col privato dunque e – questo il secondo braccio della strategia veltroniana – soldi dalla mano pubblica. La prima riforma scatta nel 1994, durante il governo Ciampi, quando di politica dello spettacolo si occupa direttamente il premier. La situazione del cinema è drammatica e viene varata una legge sbagliata (ormai lo riconoscono anche i tecnici più avveduti del ministero) che concede al settore finanziamenti a fondo perduto. Veltroni, allora direttore dell’Unità, è uno dei grandi suggeritori del governo nell’elaborazione del provvedimento. Nel 1996, da ministro dei Beni culturali, lo ritoccherà per rendere ancora più facile l’arrivo di danaro pubblico. I risultati sono catastrofici: un sacco di soldi spesi senza che il cinema ne tragga alcun giovamento. I dati li abbiamo forniti nella prima puntata di questa inchiesta. Il fatto che a pagare sia il Tesoro e non un imprenditore privato favorisce poi il dilagare di un pernicioso strapotere burocratico e sindacale, nonché un lievitare dei costi.A questo punto Veltroni completa l’opera associando formalmente al suo dicastero tutte le competenze dello spettacolo: nascerà il ministero dei Beni e delle Attività culturali. Diminuirà così l’attenzione verso il patrimonio storico e monumentale del paese e si accrescerà ulteriormente quella verso cinema, teatro, musica. Varrà la pena ricordare che lo spreco più disinvolto di fondi pubblici riguarda la lirica che assorbe da sola metà dei fondi statali.

Il disegno veltroniano è così compiuto, da sindaco lo arricchirà con “le notti bianche” e “la Festa del Cinema” di Roma. Nell’insieme ne esce un sistema di potere gigantesco che spiega anche perché sia così vasto il consenso di registi, attori, cantanti verso il centrosinistra. Il tutto a carico nostro.

Commenti
Gianfranco Lucidi
10/09/07 10:21
cinema
Bisognerebbe che questa storia la sapessero tutti. Anche se qualche responsabilità ce l'ha anche la destra.
Federico
11/09/07 22:39
Gabriella francamente prima
Gabriella francamente prima dovresti documentarti non bene ma benissimo su certe cose. secondo c'è un problemaculturale in ciò che dici: nel cinema bisogna investire in lunga data, e il cinema di qualità va annaffiato altrimenti morirà. I milioni di cui parli non c'entrano un fico secco con con l'arte, e quest'articoloè troppo breve e sembra un minestrone con tante piccole idee che rimangono morte e senza approfondimento. MAh
Simone Calligaris
07/04/09 13:31
Errori di valutazione
Signora Mecucci, la sua analisi presenta alcuni errori sui quali la invito a riflettere: Anzitutto l'equazione "biglietti venduti" = qualità e viceversa. Se in passato il cinema Italiano raggiungeva il 10% del mercato estero non era (solo) per una qualità media superiore dei suoi prodotti: quella era un'epoca in cui pochi paesi producevano cinema e la concorrenza mondiale era ridotta. Oltre la cortina di ferro esisteva la censura di stato, in Spagna esisteva la censura di stato (fascista), in Germania una sorta di auto-censura durata fino alla fine degli anni 1960. Non esisteva il cinema africano, non esisteva cinema Cinese, la produzione sudamericana era ridottissima. Oggi il mondo è cambiato: probabilmente solo il Vaticano e San Marino non hanno un'industria cinematografica! E' quindi normale, sotto l'effetto della concorrenza, che il cinema italiano abbia perso importanti quote di mercato. Indipendentemente dalla qualità. Esempio concreto riferito al 2008: "Machan" di Pasolini e "The Millionaire" di Boyle. Il film di Pasolini è un gioiello che non ha incassato nulla (almeno da noi), quello di Boyle è una "puttanaggine" (cito Goffredo Fofi) campione d'incassi e di premi. Altro errore che lei commette è attribuire la "colpa" dei 110 milioni di biglietti venduti al cinema italiano. Facciamo un pò di matematica: Films prodotti in Italia in un anno e distribuiti nelle sale: circa 60. Totale films distribuiti nelle sale italiane in un anno: circa 800. All'atto pratico solo UN film su TREDICI, tra quelli usciti nelle sale, è italiano. Quindi, data la scarsa incidenza, se da noi si vendono solo 110 milioni di biglietti annui, le cause sono indipendenti dalla qualità del cinema nazionale. Concludo ponendole una domanda: ma lei crede davvero che le televisioni commerciali avrebbero investito nel cinema italiano meglio di quanto non abbia fatto lo Stato? Lei ha mai visto le Fictions televisive prodotte da MediaSet? Saluti: Simone Calligaris
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