Giovedì 24 Maggio 2012
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Con le primarie finisce l'antipolitica ma non comincia la democrazia

15 Ottobre 2007

Facciamo la tara alle cifre comunicate (vere, false, semivere e semifalse, com'è più probabile). Facciamo la tara ai trionfalismi sfocianti in parata mediatica. Facciamo la tara, infine, anche alle lezioni che neo-maestrini dalla penna rossa vorrebbero impartirci e cerchiamo uno spazio per delineare il rapporto tra primarie e luogo comune. A me pare che la consultazione di domenica ne distrugga uno e ne costruisca un altro.

Quello che ne esce a pezzi è il mito dell'anti-politica. In due giorni, stando agli organizzatori, si sono mobilitati 3.500.000 italiani: mezzo milione in piazza con Fini; 3.000.000 in fila presso un seggio volante. Cos'hanno in comune tutte queste persone? Io credo l'esasperazione contro il governo Prodi. Lo abbiamo sentito persino dalla bocca di Michele Salvati: molti dei partecipanti alle primarie sono il popolo di Grillo alla disperata ricerca di un'ultima speranza. Non dimentichiamoci, peraltro, che l'irresistibile ascesa del comico genovese ha avuto la sua impennata allorquando si è recato all'ultima festa di quello che fu il partito di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer per prenderne a calci in faccia gli eredi, al cospetto del popolo plaudente. Una parte di quel popolo, ci si può scommettere, ieri si è recato a votare Veltroni ed ora spera che al più presto il nuovo leader possa sostituire Prodi. Qualcuno pensa che così il governo si sia rafforzato. Può anche darsi, constatato il suo stato comatoso. Ma s’è creata una contraddizione che potrebbe essere mortale (e forse più di una). Per risolverla, più che buonismo servirebbe abilità politica che, assai spesso, con la bontà ha poco a che vedere: nella sostanza ma soprattutto nell'apparenza. I prossimi giorni ci diranno se Veltroni saprà essere abile, senza per questo cadere in contraddizione con la sua essenza.

Il luogo comune che invece rischia di consolidarsi è che domenica si sia svolta una grande prova di democrazia. A me pare che, se di democrazia si tratta, essa è invece imperfetta e un po’ claudicante. Non voglio fare riferimento alle ricevute di voto di "votanti multipli” (chi di tre chi di cinque) sbattute in prima pagina. Mi sembra più da gentiluomo riferirmi, invece, alla circostanza per la quale sempre più spesso - e proprio da quanti dicono di odiare il populismo - ci si appella al popolo in modo fantasioso, per poi comunicare urbi et orbi di aver raggiunto un grande risultato e di aver dato un grande contributo alla democrazia del Paese. Così, i sindacati fanno il referendum sputtanati in diretta televisiva dall'onorevole Rizzo (non certo uno di destra!); il Partito Democratico indice le sue primarie con tanto d'endorsement del servizio pubblico televisivo; Capanna, addirittura, promuove un "referendum fai da te" sugli OGM utilizzando all'uopo anche finanziamenti dello Stato.

Vogliamo dire una cosa conclusiva a tutti questi organizzatori: passi per i “grandi risultati” numerici da loro raggiunti. Ai trionfalismi ci si è vaccinati da tempo attraverso la comprensione della necessaria umiltà del fatto democratico. Ma lascino stare la democrazia. Quella rappresentativa, che regola la vita dei Parlamenti, prevede la sedimentazione del giudizio che, non a caso, è previsto si esprima alle elezioni ufficiali a scadenze regolari e non troppo ravvicinate. E' certo che la velocizzazione della comunicazione, i nuovi mass-media, i sondaggi, hanno messo in crisi la sua struttura fondamentale. E questa crisi, inevitabilmente, ha posto anche in discussione il funzionamento dei partiti e i meccanismi di selezione della classe dirigente. E' giusto, dunque, affrontare il problema e, se del caso, giungere anche a fissare nuove regole e inedite regolamentazioni. Ma finché queste non saranno approvate divenendo leggi dello Stato, i poteri pubblici dovrebbero tenersi fuori dalle sperimentazioni promosse da sindacati, partiti e uomini politici. Esse è bene che abbiano una valenza soprattutto interna e non indichino per forza, come a tutti i costi si vorrebbe, le sorti progressive della politica.

E' per questo che per me i 3 milioni di votanti per il segretario del nuovo Partito Democratico non valgono più delle centinaia di migliaia di iscritti che stanno votando in questi giorni nei congressi di Forza Italia. Non si tratta di una richiesta paradossale di quella par condicio che detesto come tutti i falsi miti. Si tratta di tener fermo un principio di democrazia: quella vera.

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