Il commento di un collaboratore dell’Occidentale al mio articolo “Laici e cattolici di Forza Italia: sull'aborto una risposta sola” mi induce a tornare sulla questione dell’aborto. Lo faccio per rispondere alle questioni che mi vengono poste e anche per schiarirmi le idee su una questione tanto delicata e cruciale. Potrei cavarmela rimandando alla weberiana richiesta di contemperare etica della convinzione ed etica della responsabilità. Voglio spingermi, invece, un po’ oltre. Affermare, come ho fatto, che la politica non può essere esclusiva solo dei santi o solo dei cinici, non significa negare che alcuni rappresentanti delle due categorie di cui sopra possano prender parte alla vita civile della nazione. C'è certamente da augurarsi che i santi (o gli uomini di fede, come avrebbe detto De Gasperi) siano più dei cinici ma, per chi crede che lo sviluppo storico si fondi sulle conseguenze non volute, anche questi potrebbero contribuire a risultati proficui. Resta il fatto, però, che la maggior parte di coloro che svolgono attività politica sono un po’ buoni e un po’ cattivi, un po’ generosi e un po’ egoisti, come la maggior parte degli uomini in carne ed ossa. Ed è bene che sia così.
Per quanto concerne l'importanza delle circostanze, io credo che, tra le altre, debbono essere tenute in conto quelle di natura storica, di carattere istituzionale nonché quelle che derivano da un calcolo realistico delle forze in campo. Per un politico, in alcuni casi, anche al cospetto di principi non negoziabili, è necessario seguire il criterio del male minore. Prendiamo, ad esempio, la legge 194 sull'aborto. Nel valutare se impegnarsi o meno in una battaglia per la sua abrogazione, si deve tenere nel debito conto la sostanza della legge (a un esame comparativo, forse la meno eugenetica d'Europa), il fatto che essa sia stata confermata da un referendum popolare, la previsione che un eventuale scontro plausibilmente terminerebbe con una nuova sconfitta del fronte abrogazionista. Così, se seguissimo a testa bassa i "principi non negoziabili" assai probabilmente costruiremmo una situazione per la quale, dietro la conferma dell'aborto, passerebbe molto altro e di assai più pericoloso per la nostra civiltà. Molto meglio, allora, concentrarsi su possibili innovazioni da introdurre per via amministrativa, che tengano conto dei progressi che le scienze biologiche e le tecniche diagnostiche hanno compiuto in questi trent'anni e che non producano l'effetto di spaccare il Paese su una falsa linea di frattura (cattolici vs. laici).
Su questo certamente un dibattito deve partire e crescere anche dalle parti del centro-destra. Ma mi ostino a pensare che il problema per il PdL non sia quello di far propri i valori cattolici quanto, piuttosto, quello di superare la distinzione interna tra c.d. laici e c.d. cattolici. L'aborto è una piaga terribile che le moderne tecniche ecografiche svelano in tutta la sua brutalità. Ma esso, pur sempre, ha una dimensione drammatica che ha a che fare con la coscienza e che, in fondo, lo mette in comunicazione con l'umano così come elaborato dalla nostra civiltà. Altre questioni, invece, incarnano la presunzione fatale di controllare e pianificare l'intero percorso della vita dal concepimento alla morte: è "la sfida antropologica" di cui parla S.E. il Cardinal Ruini. A mio avviso, la moderna incarnazione di un antico sogno costruttivistico e totalitario. In quest'ambito, dove la coscienza viene espulsa per lasciare spazio a un nuovo "canone" fondato sul diritto individuale, la differenza tra cattolici e laici svanisce del tutto. Vi sono le condizioni affinché nel Popolo della Libertà questo venga compreso e io per tale obbiettivo sto spendendo le mie energie.


Grazie Senatore