Diversi sono i significati che la storiografia ha attribuito
al termine Risorgimento italiano. La definizione più comune è quella che riguarda l’aspetto
politico-territoriale e parla di un processo storico che portò alla formazione
dello stato unitario italiano, facendo della penisola un organismo politico
unito e indipendente a base nazionale con Roma capitale dal 20 settembre 1870.
Conseguenza di tale processo fu la fine dei vecchi Stati a vantaggio della
monarchia Savoia, con Vittorio Emanuele II primo re d’Italia. I mutamenti che
ne derivarono influirono anche sulla sfera economico-sociale dell’Italia di
allora. Mentre ancora alla fine del Settecento, la forza economicamente e
socialmente dominante era rappresentata dall’aristocrazia fondiaria, di origine
feudale o mercantile, alleata con la Chiesa, e i ristretti gruppi di borghesia
di tipo moderno, che avevano preso a consolidarsi nel corso del XVIII secolo,
erano ancora deboli e subordinati, a unità realizzata la funzione dirigente
appariva ormai prerogativa principalmente dei ceti borghesi e l’aristocrazia
terriera non si presentava più come il gruppo dominante. Il Risorgimento può
dunque essere considerato come una di quelle “rivoluzioni borghesi” che tra il
declinare del XVIII secolo e la prima metà del XIX caratterizzarono la storia
europea, anche se poi tra i ceti borghesi vittoriosi e la nobiltà terriera,
ormai indebolita dalle riforme del dispotismo illuminato settecentesco e da
quelle del periodo napoleonico, si realizzò un compromesso che non alterò nei
suoi tratti sostanziali l’arretrata struttura socio-economica delle campagne,
lasciando pressoché invariato il peso dei residui feudali e della rendita
fondiaria che gravavano sulle popolazioni contadine, che costituivano allora il
70% circa della popolazione complessiva del paese.
Gli anni del Risorgimento videro il fiorire di un ricco dibattito intorno alla questione dell’unità d’Italia a cui presero parte alcuni fra i più illustri intellettuali dell%E2

