Giovedì 24 Maggio 2012
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Il morbo della Rai non è il Cav.
e la cura non è Gentiloni

26 Novembre 2007

Il conflitto d’interessi, che da 15 anni conduce una vita politica intermittente, diventa nei momenti di tensione una sorta di formula magica che riesce a spiegare, per gli adepti più devoti, quasi tutti i mali d’Italia. L’ultimo ingresso nella lista dei danni da conflitto d’interessi è, dopo le recenti intercettazioni, la Rai. I suoi mali risalirebbero al 1994, quando Berlusconi ottenne la prima vittoria elettorale. Lo sostiene fra gli altri, in un editoriale sulla Stampa del 23 novembre, Andrea Romano, un osservatore politico sempre acuto. I fatti però non si adattano allo schema. In primo luogo la datazione non convince: Ronchey inventò il termine lottizzazione alla fine degli anni 70 e all’inizio degli anni 90 Vespa dichiarava che il suo editore di riferimento era la Dc. Negli anni 80 era famosa una battuta di incerto autore: in Rai hanno assunto 6 giornalisti, tre sono Dc, due Psi e uno lavora. In secondo luogo Mediaset ha severi vincoli di comportamento: da un lato la sua libertà editoriale, come quella delle altre televisioni commerciali, è limitata dalle norme della par condicio che, nell’applicazione fornita dalla Autorità per le comunicazioni, ha esteso il proprio campo di validità oltre i confini delle campagne elettorali e include ormai tutta l’informazione politica; dall’altro la posizione dominante nel mercato della pubblicità televisiva le conferisce una speciale responsabilità che ha indotto due Autorità, Comunicazioni e Concorrenza, a imporle obblighi nelle operazioni economiche (delibera Agcom 136 del 1° marzo 2005; delibera Agcm del 28/6/06).

I guai della Rai derivano, in realtà, non dal nome di un singolo Presidente del Consiglio, ma dalla debordante interferenza dei partiti che si manifesta nel momento stesso in cui nasce la televisione (1954; all’inizio l’influenza è più debole in quanto la esercita un solo partito, la Dc) e si acuisce nel 1975 quando la prima legge di riforma tv, per democratizzare il controllo partitico, lo estende ai sei componenti dell’arco costituzionale (centro-sinistra + Pci). Oggi lo sostiene anche il ministro Gentiloni che, per migliorare il funzionamento della Rai (conto economico; qualità dei programmi), ha presentato un disegno di legge volto ad allungare la catena decisionale interposta fra i manager dell’azienda e il potere politico che, attraverso il 99,5% delle azioni in mano al Tesoro, ne controlla la proprietà.

Tuttavia, come il conflitto d’interessi non è la malattia della Rai, che riesce a funzionare male anche quando è dominata dal centrosinistra, così la diluizione del controllo (più organi che decidono, più fonti di nomina dei decisori) non è la sua medicina. Non cura infatti la micidiale combinazione fra i due principali agenti patogeni: canone e proprietà pubblica. Il canone è un’imposta che spiega il 56% dei ricavi Rai (certi; introitati a inizio anno; ottenuti senza sforzi o insidie di concorrenti) ed è definita nel suo ammontare annuo dal Ministro delle Comunicazioni. Oggi, omologati nel settore televisivo gli obblighi informativi e gli standard culturali, il canone ripaga una sola specifica prestazione: un affollamento pubblicitario minore di quello consentito ai concorrenti (il 12% orario contro il 18%). Il canone ha reso a Rai nel 2006 1,49 miliardi  di euro; la pubblicità ha portato invece 1,13 miliardi e quindi la norma che obbliga Rai ad avere un terzo di spot meno dei concorrenti costa, come mancato introito, poco meno di 0,57 miliardi. Il canone offre perciò a Rai un regalo netto di circa 900 miloni di euro l'anno miliardi; ciò porta due conseguenze di rilievo: l’azienda è senza scampo consegnata a un’efficienza ridotta e dipende in tutto dal sistema politico che abbina al diritto di proprietà il potere di fissare l’ammontare del regalo che le è fatto ogni anno.

E’ evidente allora che, se non si tolgono i due agenti patogeni, inefficienza operativa e dipendenza politica saranno sempre l’orizzonte di Rai. La privatizzazione totale dell’intera azienda, la messa in pari dei limiti pubblicitari e la restituzione del canone ai cittadini (con la gradualità necessaria a evitare drammatici squilibri nei conti) appaiono oggi – nello stato pre-Alitalia in cui versa Rai – le uniche medicine possibili: le altre, comprese le generose utopie delle Fondazioni su cui è imperniato il disegno di legge Gentiloni, non sono che palliativi.    

Commenti
jan kantos
26/11/07 19:41
W LA RAI ?!?
LA VERITA' E' CHE IL "PLURALISMO" E LA "DEMOCRAZIA" SONO SOLO MISERABILI FOGLIE DI FICO SVENTOLATE DA DEMAGOGHI PROFESSIONALI PER COPRIRE SPRECHI E GRASSAZIONI DA BASSO IMPERO FINANZIATE COI SOLDI DEL POPOLO BUE.
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