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Anche quando è in prima linea contro la dittatura birmana Bush resta un nemico

27 Settembre 2007

La cortina ideologica che impedisce giudizi equilibrati su George W. Bush è talmente spessa da oscurare anche la più abbagliante evidenza. Lo si nota in modo netto in questi giorni mentre il mondo vibra di sconcerto e di indignazione per la sorte dei monaci buddisti di Myanmar e di tutti i cittadini di quel paese-prigione.

L’ex Birmania non è particolarmente ricca di petrolio, non ha particolare rilievo strategico per gli Usa e non è neppure ascrivibile al fronte della lotta al terrorismo. L’unica condizione che mette questo remoto paese in cima alle priorità del presidente americano è il fatto di essere una spaventosa dittatura che viola sistematicamente i diritti umani dei suoi cittadini.

C’è in questo impegno contro le dittature nel mondo la dimostrazione di una coerenza di lungo corso della politica bushiana che è forse il suo tratto essenziale e insieme il meno considerato dall’esercito dei suoi critici.

Una coerenza che parte dall’11 settembre 2001,  passa attraverso l’impegno militare in Afghanistan e in Iraq, viene compiutamente teorizzata nel discorso di insediamento del secondo mandato, trova conferme concrete negli incontri di Bush con i dissidenti di mezzo mondo recentemente riuniti a Praga e si ridispiega infine ne suo discorso all’Onu di mercoledì scorso.

Le dittature sono focolai di infezione nel tessuto del pianeta, masse tumorali che rischiano di metastatizzare se non rapidamente rimosse. La buona salute, leggi la pace, del mondo è messa a repentaglio in primo luogo proprio dall’esistenza di poteri dispotici che non rispondono delle loro scelte ai cittadini.

Per questo Bush aveva voluto investire il consiglio di sicurezza dell’Onu della crisi birmana, considerandolo un fattore di rischio globale, oltre che una minaccia immediata per i suoi abitanti. Tutto l’opposto dell’impostazione russa che ha fatto mancare il suo voto sull’inasprimento della sanzioni sostenendo che la situazione in Myanmar non minaccia la stabilità e la sicurezza nel mondo. E agli antipodi della posizione cinese che ha posto il veto sulle sanzione e che dal ferreo controllo della giunta militare sul paese ha sinora tratto ogni possibile vantaggio.

Il focolaio di crisi è lontano dagli Stati Uniti in termini geopolitici, ma né la Cina, né l’India, né gli altri paesi dell’Asean (Associazione delle nazione del sud est asiatico) hanno mostrato una frazione dell’impegno messo da Bush nell’affrontare l’aggravarsi della situazione o esercitato un qualche influenza per fermare il pugno di ferro della giunta.

Eppure è Bush che ci piace odiare; è contro Bush che si muove il dileggio delle star di Hollywood o degli intellettuali europei per bene. Di lui si percepisce la gigantesca e onnipresente caricatura, mentre i mostri che popolano il pianeta ci passano davanti quasi non visti.

Sul Corriere di oggi, l’illustre ex direttore dell’autorevolissimo “Economist”, discetta sulla situazione birmana e senza alcun motivo apparente scrive: “Gli estranei, come Bush, possono dire quello che vogliono e il loro commenti non faranno una grande differenza”. Anche se poi gli concede che “sulla difesa dei diritti umani va nella giusta direzione”. La frase di Emmott tradisce l’irritazione, diffusa tra gli intellettuali liberal di entrambe le sponde dell’Atlantico, quando si trovano ad esser d’accordo con Bush. E’ una cosa che non sono preparati ad ammettere, per questo preferiscono non sentire o dire che “non conta”.

Commenti
adam
27/09/07 16:02
La befana non esiste
Prima di tutto in Birmania il petrolio c'è ed anche in grandi quantità (http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8866) ma questo è un argomento che penso non interessi a Bush, forse a lui interessa soprattutto la democrazia. Democrazia che chi merita di più e chi meno. Mi chiedo però, come mai Bush, al quale sta tanto a cuore la democrazia, non invade la Birmania come ha fatto in Iraq? Tenendo conto che anche quando ha invaso l'Iraq (in nome della democrazia, s'intende) il consiglio dell'ONU era contrario come in questo caso...
Daniele57
27/09/07 19:07
La befana non esiste
A quanto pare, sign adam, vedo che scemenze sul petrolio iracheno tengono ancora banco anche per la Birmania. Le faccio notare che se gli USA aves- sero avuto un problema energetico da risolvere, invece di spendere 1 trilione (1.000.000.000.000) per le missioni in Afganistan e Iraq per sfrutta- re il petrolio come dice Lei, avrebbero potuto tranquilamente spendere la stessa cifra impegnan- do in capitali in almeno 100 centrali nucleari di media potenza potendo così fregarsene altamente del petrolio iracheno o di qualsiasi altra parte del globo. E' che purtroppo voi pacidìfisti a senso unico pendete sempre da una sola parte e non volete vedere altro. Buona giornata daniele.martarelli@alice.it
paoletto
27/09/07 19:09
esistono i folletti pero'!
Se e' vero che non esistono le befane pero' vi sono folletti cattivi che coprono e aiutano il regime Birmano come Russia e Cina, e come al solito tanti fingono di non vedere e non sentire, pronti a strapparsi le vesti a seconda del "bersaglio". Una "coerenza" che la caduta del muro non e' riuscita a portare via.
Enzo Sara
28/09/07 15:56
C'erano una volta i pacifisti
Già, caro Direttore, che fine hanno fatto i pacifisti? All'orizzonte non vedo più arcobaleni: chissà, forse dipende dall'improvviso arrivo del maltempo autunnale. E non vedo cortei, mobilitazioni, marce, sit-in, sfilate. Probabilmente i teorici della Pace "senza se e senza ma" non sono ancora rientrati dalle ferie. Oppure ritengono che non valga la pena affannarsi a scendere in piazza e sprecare fiato per scandire slogan, visto che stavolta nessuna invettiva e nessuna imprecazione potrebbe avere come destinatari gli Stati Uniti (o almeno Israele, che diamine!). Non ho neanche sentito Diliberto definire "grondanti di sangue" le mani dei militari al potere nell'ex Birmania: eppure il bilancio ufficiale parla già di nove morti. Qualche mio amico di sinistra ha perfino provato a ironizzare: perchè Bush non invade anche il Myanmar, lì non c'è abbastanza petrolio? Per il resto, pochi sussurri di rituale condanna e niente grida di indignazione. Siamo messi male, proprio male. In questo Paese sgovernato dalla sinistra, c'è spazio solo per faziosità, inerzia e ipocrisia. Alle lobby dominanti non interessano nemmeno la libertà e la democrazia, se non hanno il "colore" giusto.
Anonimo
30/09/07 08:19
bush e birmania
l'asse occidentale ha sicuramente la responsabilità, insieme ai media, di essersi comportato nel corso di decenni, come le tre famose scimmiette..non vedo-non sento-non parlo , benche' ci siano state continue sollecitazioni verso le NU da parte delle comunità birmane presenti in varie parti del mondo..certo, speriamo sempre che le parole siano efficaci, ma ciò che sta chiedendo gran parte del popolo è ben altro e bisogna ammettere che in questo "caso" la non ingerenza ha toccato livelli altissimi, tali da consentire una specie di complicità con il regime...non sottovalutiamo il fatto che la birmania è composta da numerose etnie molte delle quali sono anche organizzate in gruppi militari autonomi, o ribelli, chiamateli come volete, e già circolano in rete appelli a compattarsi ed armarsi.. dove vogliamo far scivolare questo Paese?
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