Proviamo a chiarire quello che sta accadendo in queste ore e in questi giorni sul fronte della crisi di governo e proviamo a farlo in forma rapida e schematica perché più il tempo passa più i nodi si ingarbugliano anziché sciogliersi.
Contribuisce a questo progressivo oscuramento di ciò che sarebbe altrimenti chiaro la decisione di ieri di Giorgio Napolitano di assegnare un mandato niente affatto limpido a Franco Marini. Messe da parte le cerimonie di rito e i garbati riconoscimenti di buona volontà, il profilo costituzionale dell’iniziativa presidenziale lascia molti dubbi. Lo scrive persino un osservatore esperto e prudente come Marzio Breda, quirinalista del Corriere della Sera. Breda parla di un “incarico finalizzato, che è una via di mezzo tra la rara soluzione del pre-incarico e il più praticato mandato esplorativo. Una formula che si avvicina al mandato pieno, senza essere veramente tale. Un ibrido che non ha precedenti nella prassi repubblicana”.
Ora, poiché le
cose semplici semplificano e quelle complicate complicano, la strana formula
attribuita alla missione di Marini e il tempo che egli impiegherà per espletarla
porteranno molto probabilmente ad un maggiore intorbidimento del quadro
politico, e quindi ad una maggiore libertà di manovra per chi nel torbido meglio si adatta.
Alcuni effetti già si intravedono. Il distacco di Baccini e Tabacci dall’Udc verso la formazione di una “cosa bianca” non ha grandi effetti sistemici per ora, ma certo smuove gli appetiti di chi vorrebbe regalare a Marini uno striminzito voto di fiducia. La novità ha subito messo in moto i conteggi: si torna a parlare di divisioni nell’Udeur, di dubbi tra quel che resta dei diniani, dei soliti tentennamenti di Fisichella e magari anche del voto che Marini – non più presidente del Senato – potrebbe dare a se stesso. Insomma si rischia di tornare a rimestare tra resti esanimi di una legislatura già finita.
Della stessa materia è fatta la mossa che si attribuisce in queste ore a Massimo D’Alema, impegnato a convincere Napolitano a usare il referendum per prolungare la legislatura e per creare scompiglio nel centro destra. L’idea sarebbe quella di far tenere il referendum elettorale il prima possibile e poi di andare a votare subito dopo con la nuova legge. A parte la natura costituzionalmente acrobatica di una simile proposta, è la logica politica a non reggere. D’Alema fa finta di non ricordare che la legislatura è finita anche per la minaccia costituita da quel referendum verso i partiti minori. Credere che la causa della caduta del governo possa diventare la ricetta per la sua salvezza è per lo meno bizzarro. Ed è piuttosto penoso confrontare le vecchie dichiarazioni di D’Alema piene di disprezzo per l’iniziativa referendaria (“non è certo il giudizio di Dio”, “il risultato del referendum crea solo maggiore confusione”, “è il Parlamento che fa le riforme”) con i toni accorati di lui e dei suoi quando oggi chiedono di tener conto e rispettare la volontà degli ottocentomila firmatari di quel referendum.
Quanto all’idea di creare scompiglio nel centro-destra, l’unico risultato evidente sinora è stata la risposta brusca di Bertinotti quando oggi ha detto: “La legislatura è finita col voto al Senato”.
Solo la prosopopea morale di cui la sinistra ancora si ammanta può far passare tentativi del genere come nobili ansie per il bene del paese e al contrario può far definire di pura e bieca convenienza la fretta di Berlusconi di andare al voto.
Eppure la sensazione che più il tempo passa più le cose si annodino deve essere presente anche ai vertici del Pd. I prodiani sono in grande agitazione e molti pensano che Prodi voglia staccarsi dal partito di cui è presidente per rialzare vecchie bandiere uliviste. Rosy Bindi predica un giorno sì e l’altro pure come non si debba dare per scontata la candidatura di Walter Veltroni a premier in caso di elezioni. E l’asse che sostiene Marini nella ricerca di una riforma elettorale condivisa - quello che passa per D’Alema, lo stesso Marini, Rifondazione e pezzi di Udc - è proprio quello di cui Veltroni può meno fidarsi.
Se questi sono i giochi in corso fa anche una certa impressione sentire Napolitano, Marini, i residui governativi e i giornali amici evocare l’idea di una opinione pubblica contraria al voto. Ora a parte l’irritualità di simili considerazioni se queste risuonano dal Quirinale dove l’unica voce che può essere registrata in questi frangenti è quella delle forze politiche che democraticamente rappresentano i cittadini, è comunque difficile identificare le attuali nomenclature sindacali, di Confcommercio o di Confindustria, con l’opinione pubblica o con la società civile. Senza contare che da più parti persino il Vaticano viene schierato sul fronte di chi rifugge le urne, e a farlo sono gli stessi che in altre occasioni avrebbero gridato contro la perfida ingerenza ruinian-papalina.
La cosa davvero strana è che in queste condizioni “prendere tempo” a qualcuno pare ancora%0D una cosa utile e saggia.


saggezza?
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