Giovedì 24 Maggio 2012
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Le tappe del viaggio del Papa in Austria

10 Settembre 2007

La visita di Benedetto XIV in Austria volge al termine. Al viaggio apostolico del Pontefice, caratterizzato da un clima ingeneroso e da una musica sublime, era stato posto il titolo “Guardare a Cristo”. Vogliamo ripercorrere alcune tappe del viaggio attraverso le parole del Papa, rese in varie occasioni d’incontro con i giornalisti, con i fedeli e con il clero.

Nell’intervista concessa alla stampa sull’aereoplano nel tragitto Roma-Vienna il Papa ha sottolineato che, come il suo predecessore Giovanni Paolo II, si sarebbe recato come pellegrino a Mariazell. La devozione a tale immagine della Madonna, di cui quest’anno ricorre l’850° anniversario, è particolarmente sentita dal popolo austriaco, ungherese e slavo (essa è infatti invocata come Magna Mater Austriae, Magna Hungarorum,  Domina e Mater Gentium Slavorum). Sua Santità ha sottolineato che quel Santuario è da secoli meta di pellegrinaggio per fedeli di diverse nazionalità e che questo è un segno dell’unità che crea la fede: unità tra i popoli, perché è un pellegrinaggio di molti popoli, unità tra i tempi e, quindi, segno della forza unificante, della forza di riconciliazione che c’è nella fede. Il Papa poi ha manifestato la vicinanza a quanti, fra i fedeli austriaci, hanno sofferto per rimanere fedeli alla Chiesa. La Chiesa austriaca, infatti, ha vissuto momenti di grande crisi negli ultimi anni: parte del clero intendeva allontanarsi dagli insegnamenti immutevoli della Chiesa in materia di morale sessuale e familiare. Il Papa ha chiarito che l’onda non si è ancora esaurita e che spera di “potere un po’ aiutare nella guarigione di queste ferite”, ma che lo rinfranca vedere un nuovo slancio nella Chiesa. In quella sede, Benedetto ha anche accennato al timore della progressiva secolarizzazione del popolo di Dio e alla dimensione meramente privata e spiritualista con cui si vive il “fatto religioso”; tale questione sarà spesso ripresa negli altri interventi e calata su casi concreti.

Particolare nota meritano, poi, alcuni passaggi del discorso rivolto ai rappresentanti delle autorità e del corpo diplomatico. Il Papa, infatti, in quella sede, ha trattato dell’aborto, assumendo le vesti di “avvocato di una richiesta profondamente umana e portavoce dei nascituri che non hanno voce”. Ha parlato del calo demografico, chiedendo “di fare tutto il possibile per rendere i Paesi europei di nuovo più aperti ad accogliere i bambini”, pregando di incoraggiare “i giovani, che con il matrimonio fondano nuove famiglie, a divenire madri e padri”, sottolineando che da ciò deriva bene all’intera società. Serve, dice il Papa, “nei nostri Paesi di nuovo un clima di gioia e di fiducia nella vita, in cui i bambini non vengano visti come un peso, ma come un dono per tutti”. Tali parole del Papa fanno tornare alla mente l’intervento del Card. Ruini alla Summer School della Fondazione Magna Carta, che tanta eco ha avuto nella stampa con riferimento all’aborto, ma meno con riferimento all’apertura alla vita. Tali temi, invece, sono intimamente connessi e centrali per impostare una corretta prospettiva antropologica.

Il Papa è poi entrato nel dibattito sul cosiddetto “attivo aiuto a morire”. Ha mostrato perplessità circa la possibilità di considerare pienamente coscienti le persone gravemente malate o anziane, perché chiedano la morte o se la diano da sé ed ha affermato che “la risposta giusta alla sofferenza alla fine della vita è un’attenzione amorevole, l’accompagnamento verso la morte – in particolare anche con l’aiuto della medicina palliativa – e non un attivo aiuto a morire”. Ha manifestato la necessità di riforme strutturali in tutti i campi del sistema sanitario e sociale e l’organizzazione di strutture di assistenza palliativa che comprendano anche l’accompagnamento psicologico e pastorale delle persone gravemente malate e dei moribondi, dei loro parenti, dei medici e del personale di cura.

Ha, poi, citato il filosofo Jürgen Habermas (insieme al quale ha scritto i libri: Etica, religione e stato liberale, Morcelliana, 2005, € 6.00 e Ragione e fede in dialogo, Marsilio, 2005, € 7,50) per spiegare il rapporto fra fede e religione (su cui si veda anche l’enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo II).

Tale ultimo argomento è stato approfondito nell’omelia di sabato 8 settembre, presso il Santuario di Mariazell, trattando il tema della verità, con particolare riferimento alla situazione dell’Europa di oggi.

Il Sommo Pontefice ha affermato che la fede in Cristo rende l’uomo capace della verità. Le teorie, invece, secondo cui la verità è troppo grande ed, in ultima istanza, inaccessibile all’uomo sarebbero, secondo la ricostruzione del Papa, “il nocciolo della crisi dell’Occidente, dell’Europa”. L’inesistenza della verità, infatti, preclude ogni distinzione fra bene e male, con l’effetto che, ad esempio, le grandi e meravigliose conoscenze scientifiche possono aprire prospettive importanti per il bene, per la salvezza dell’uomo, ma anche diventare una terribile minaccia, importando la distruzione dell’uomo e del mondo.

Perché la “V”erità non può sfociare in intolleranza? Il Romano Pontefice risponde mediante una ricostruzione iconografica che trae dal santuario di Mariazell, ove Gesù è presente in due immagini: come bambino in braccio alla Madre e, sull’altare principale della basilica, come crocifisso. Ciò lascia intendere che la “V”erità non si afferma con la spada, “ma è umile e si dona all’uomo solamente mediante il potere interiore del suo essere vera”, si manifesta nell’amore.

Poi, Benedetto XVI offre un’interpretazione dei comandamenti, molto diversa da quella in voga, che li dipinge come divieti invasivi della libertà del singolo. Egli declina il Decalogo come un elenco di gioiose affermazioni: «il Decalogo è innanzitutto un “sì” a Dio, a un Dio che ci ama e ci guida, che ci porta e, tuttavia, ci lascia la nostra libertà, anzi, la rende vera libertà (i primi tre comandamenti). È un “sì” alla famiglia (quarto comandamento), un “sì” alla vita (quinto comandamento), un “sì” ad un amore responsabile (sesto comandamento), un “sì” alla solidarietà, alla responsabilità sociale e alla giustizia (settimo comandamento), un “sì” alla verità (ottavo comandamento) e un “sì” al rispetto delle altre persone e di ciò che ad esse appartiene (nono e decimo comandamento)».

Altro momento centrale del viaggio austriaco è stato l’incontro col clero e con i religiosi. Il Papa ha affermato la radicalità della sequela di Cristo e la necessità, per tutti i cristiani, ma specialmente per  sacerdoti, religiosi e religiose, della questione della povertà. Richiamando alcuni brani del Nuovo Testamento ha evidenziato la necessità che ognuno, secondo il proprio stato e la propria vocazione, viva la povertà. Ma che significa vivere la povertà per una persona che sta nel mondo, che non ha una vocazione alla vita totalmente contemplativa ma svolge un’attività professionale, conduce una vita familiare, ecc…? E’ evidente che in tali casi la povertà non è quella propria dei seguaci del Poverello d’Assisi, ma piuttosto un serio distacco dai beni materiali: in poche parole possedere i beni della terra, ma non lasciarsi possedere da loro, utilizzarli per vivere e non vivere in loro ragione.

Anche a quest’ultimo tema va ricondotta parte dell’omelia di Domenica, nel Duomo di Santo Stefano, a Vienna, nel quale il Papa ha richiamato l’importanza della Domenica, trasformata giorno dedicato al culto divino e al riposo, a tempo libero senza alcuna anima. In tale frangente ha richiamato la vicenda di quei 49 abitanti di Abitene che, sorpresi dai soldati romani durante la liturgia in una casa privata, vennero condotti davanti al proconsole Anulino e da questi interrogati. Prima di versare il sangue del loro martirio, uno di loro, Emerito, alla domanda sul motivo che li aveva spinti a trasgredire al divieto dell’imperatore, rispose: sine dominico non possumus.

Il Papa, dunque, chiama ancora una volta l’Europa e l’Occidente, ad abbandonarsi a Dio, a riscoprire i fondamenti, anche razionali, della religione Cattolica, a non cancellare i riferimenti assiologici che connotano le legislazioni europee e a mettersi alla ricerca della “V”erità. Il modello che Benedetto offre dall’Austria è Cristo, che fa della sua forza l’umiltà, la povertà, la carità. Che succederebbe ad un Occidente che non ripudiasse le sue radici cristiane ma, piuttosto, le approfondisse, le vivesse…?

Ricordate cosa diceva Giovanni Paolo II, nell’omelia per l’inizio del Pontificato, il 22 ottobre 1978? Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo.

Cristo non si oppone ad un Occidente forte, è la mollezza di una religione fai da te che, escludendo ogni parametro valoriale per la valutazione delle scelte umane, mina alla base la nostra cultura e fa affermare l’Islam che rimprovera le nostre mollezze e ci invita alla conversione alla religione di Maometto (anche, apprendiamo in recenti video, per motivi squisitamente fiscali…).

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