Ora che la cyberpolitica è esplosa anche da noi, con il crescente e ambiguo successo di Beppe Grillo, alimentato dal web, s’impone una riflessione più distaccata sul nesso tra la crisi della democrazia e le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Ciò è necessario per orientare il dibattito politico in corso oltre le aspettative infondate, le spiegazioni riduttive o le semplici demonizzazioni del ‘cyberpopulismo’, un fenomeno in cui aspetti di novità ‘tecnopolitica’ si mischiano con elementi del populismo tradizionale, e naturalmente con l’effetto di amplificazione ancora proprio dei media tradizionali, televisioni e giornali, senza i quali certo lo stesso Grillo (con il Blog e i ‘Meetuppers’) non avrebbe potuto raggiungere gli effetti che sta maturando.
In tal senso, centrare l’attenzione sulla crisi del sistema politico italiano è giusto in prima approssimazione, ma mette tra parentesi la novità cyberpolitica del movimentismo che si annuncia, trattandolo alla stregua dei movimenti di protesta tradizionali. Se si allarga lo sguardo, e si mette a fuoco l’intreccio tra era digitale e democrazia, si può suggerire l’ipotesi che noi stiamo assistendo (e certo non solo in Italia) a una crisi di legittimità delle democrazie contemporanee, che nasce per ragioni indipendenti dalla rivoluzione digitale e dalle nuove tecnologie della comunicazione, ma che queste ultime finiscono per radicalizzare.
La politica e l’accelerazione tecnologica sono comunque legate in modo stretto da più di mezzo secolo. Si data in genere agli anni ’60 del Novecento l’epoca in cui l’influsso della televisione iniziò a superare quello dei giornali: emblematiche restano in tal senso le elezioni presidenziali del 1960 negli Usa, con il primo, storico ‘duello’ televisivo tra John Kennedy (che poi vinse) e Nixon. La televisione appartiene però ancora ai media tradizionali, generalisti, e il suo enorme influsso è comunque interno all’epoca della democrazia di massa, caratteristica del Novecento.
Quarant’anni dopo, verso la fine degli anni ’90, iniziò a farsi chiaro che il web, la Rete, oltre a introdurre novità radicali nelle forme della comunicazione e negli stessi legami sociali, possedeva una precisa anche se inattesa valenza politica, come rivelò il materializzarsi della folla di Seattle nel novembre del 1999, dopo una silente incubazione in rete, in quello che fu l’atto di nascita del movimento no-global, il primo, significativo fenomeno dell’epoca della cyberpolitica.
Da allora, la Rete sta lentamente, ma inarrestabilmente avvolgendo la politica, anche nelle relazioni internazionali e nello stesso modo di condurre la guerra, onde è ormai comune parlare di Netwars e anche di cyberterrorismo (un fenomeno che ha purtroppo un inquietante futuro, con la crescente digitalizzazione delle nostre vite e degli impianti di sicurezza, militari e civili). È del resto ormai noto l’uso della Rete da parte di tutti i soggetti politici, compresi i terroristi, e similmente lo è l’hackeraggio politico (è di quest’estate la notizia dei cyberattacchi cinesi al Pentagono).
È dunque del tutto naturale che anche i movimenti politici interni ai singoli paesi, specie se privi di adeguate possibilità di accesso ai media tradizionali, si coagulino in Rete e si sentano - magari già solo per questo - il nuovo rispetto al vecchio. Così Grillo ha potuto affermare (sul suo Blog, 12 settembre 2007) che “la V-generation è nata in Rete. Una mail alla volta, un commento, un link, un trackback, un post, un forum, una chat. Migliaia di persone hanno potuto conoscersi, riconoscersi, incontrarsi. Discutere di politica vera, legata al lavoro, alla scuola, alla sanità, alla sicurezza, alla famiglia, all’acqua, all’energia. La Rete è il nuovo luogo della politica”.
Essendo la cyberpolitica un fenomeno nuovo, mancano ancora studi adeguati per metterne a fuoco - al di là dell’emozione del momento e degli intrecci con situazioni contingenti - la natura e i significati possibili per le nostre democrazie. Sin dall’inizio, si è prodotta la prevedibile spaccatura tra ‘cyberottimisti’ e ‘cyberpessimisti’: mentre i primi esaltano l’avvento della ‘piazza elettronica’, della nuova agorà, capace di rinvigorire l’impegno e la partecipazione civica declinanti dei paesi occidentali, i secondi temono i pericoli di un crescente atomismo sociale e del populismo.
Man mano che riflessioni più meditate e documentate vanno comparendo, si fa strada un’immagine più equilibrata, equidistante dai due estremi. Indubbiamente le nuove tecnologie offrono ottime possibilità per le organizzazioni di opposizione e questo favorisce, in generale, un effetto di democratizzazione. Mentre, a metà del XX secolo, i mainframe sembravano accreditare l’ipotesi di un controllo centrale dell’informazione, la diffusione dei personal computer ha favorito la decentralizzazione, e la connessione in rete dei pc ha consentito poi forme inedite di comunicazione e aggregazione, a partire però da soggetti individualizzati (un punto fondamentale, su cui torneremo). In generale, si deve osservare che con l’avvento della Rete il potere tende a migrare verso attori non statali (dal momento che lo Stato ha maggiori difficoltà nel controllare la Rete, rispetto ai media tradizionali, come la televisione).
D’altro canto, è dubbio che la rete incrementi la partecipazione: i dati indicano che essa favorisce l’impegno civico dei già impegnati, ma non accresce lo spazio deliberativo, e quindi delude i teorici della ‘strong democracy’. Le prime rilevazioni sul fenomeno Grillo (come quelle compiute da Ilvo Diamanti su “Repubblica”) sembrano confermare ciò.
Tutti comunque concordano nel porre in relazione l’avvento della cyberpolitica con due profonde trasformazioni in atto sul piano sociale e politico nelle nostre democrazie: da un lato, il diffondersi di un individualismo radicale, di un’autentica polverizzazione del tessuto sociale, che orienta sempre più l’analisi della politica e delle campagne elettorali verso quelli che in America vengono chiamati i ‘microtrends’, cioè le tendenze della miriade di piccoli e piccolissimi segmenti nei quali è ormai divisa la società; d’altro lato, ma in evidente correlazione con ciò, la crisi progressiva, sempre più evidente, dei mediatori politici tradizionali, come i partiti e i sindacati, legati all’epoca della democrazia di massa.
Nell’indagare il nesso preciso tra questi fenomeni, e il loro riverbero sulla politica digitale, si notano però differenze di valutazioni. De Rita ha per esempio avanzato l’ipotesi che la frammentazione sociale, la ‘coriandolizzazione’ della società, sia proprio causata “da una crisi dei processi di rappresentanza degli interessi, dei bisogni, delle identità e delle appartenenze”, onde la soluzione sarebbe da cercare nella risuscitazione di associazionismo, sindacati e - naturalmente - partiti.
Si può invece suggerire l’ipotesi opposta, e cioè che la crisi della rappresentanza, che sta sottoponendo a dura prova le nostre democrazie, sia causata proprio dalla crescente mancanza nella società di qualsiasi elemento di aggregazione permanente, da una fluidificazione e contingenza crescenti delle relazioni sociali. Mentre declinano i vincoli di tipo comunitario, i nuovi legami hanno carattere marcatamente selettivo, sono fondati cioè sugli interessi e i valori di ciascun individuo, hanno perciò carattere più instabile; sono, in certo qual modo, essi stessi dei ‘network’, base di legami sociali sempre più centrati sull’io e il suo spazio di vita individuale. In altri termini, non è che la politica sia ‘lontana dai bisogni della gente’, ma che tali ‘bisogni’ sono ormai talmente frammentati che rifiutano forme di rappresentanza omogenea, mediata dai collettori tradizionali di bisogni, come partiti e sindacati. Da qui la crescente autoreferenzialità del sistema politico e la crisi della rappresentanza, che certo si manifesta prima e più radicalmente laddove le istituzioni e il sistema politico siano tradizionalmente più deboli e incapaci di riformarsi, come in Italia.
La Rete, in questo senso, rappresenta una tecnologia che, oltre ai suoi effetti reali, si offre come metafora di una nuova forma dei legami sociali. È chiaro che non è la cyberpolitica a creare la crisi della democrazia; essa si limita a rifletterla. Tuttavia, le nuove forme di comunicazione, incardinate in tecnologie sempre più pervasive del nostro spazio quotidiano, contribuiscono molto alla diffusione e stabilizzazione di un modello sociale e politico caratterizzato da aggregazioni spontanee, semi-anarchiche, mediate dalla Rete, con le quali stiamo appena cominciando a diventare familiari: il loro carattere ‘temporaneo’ è certo, ma esso non va esorcizzato come certificazione della sua scarsa significanza, destinata ad essere presto rimpiazzata dalle forme tradizionali di mediazione sociale e politica; molto più probabilmente, essa vale come annuncio di un’epoca in cui ciò che è ‘temporaneo’, anche in politica, tende sempre più a diventare ‘permanente’, cioè strutturale.
Se questo è vero, la sfida per la democrazia è molto profonda, ed è assai
difficile che da essa si possa uscire rivitalizzando le vecchie e ormai usurate
forme della mediazione politica.


Naturale morte di apparati obsoleti
La Crisi delle Democrazie Occidentali e la cattiva politica