È
stato l’ultimo. Cinquantatre minuti: Iraq, economia, passato, futuro. George W.
Bush è stato interrotto tante volte, qualcuno ne ha contate 55. Il discorso
sullo Stato dell’Unione è l’inizio della fine della presidenza Bush. Il
presidente americano ha parlato alla Nazione, ha parlato ai candidati alla sua
successione, ha parlato al mondo. Ha evitato i Grandi Progetti, come la riforma
delle leggi sull’immigrazione della Sicurezza Sociale, che erano stati tra gli
obiettivi principali del suo secondo mandato: con poco più di 50 settimane alla
Casa Bianca, con il Congresso in mano ai democratici, l’anatra zoppa Bush ha
dovuto accontentarsi in questo suo ultimo Stato dell’Unione di programmi dalle
ambizioni decisamente limitate.
Ha rivendicato le scelte in politica estera. È venuto fuori l’orgoglio pacato
di un uomo criticato fino all’eccesso e che adesso vuol dimostrare di aver
avuto ragione: la rivoluzione democratica in Medio Oriente, l’esportazione
della democrazia, la voglia di dare libertà contro la tirannia islamista che
poi minaccia gli Stati Uniti. Bush ha raccontato gli ultimi progressi della
campagna in Iraq: «Ha ottenuto risultati che pochi di noi potevano immaginare
un anno fa». Iraq, appunto. Il presidente l’ha citato per 38 volte, contro le
34 dell’anno scorso.
Ottimista Bush. Ottimista sulla politica internazionale, sulla situazione irachena. «I nostri nemici sono stati colpiti duramente. Al Qaida è in rotta». Il presidente ha detto che la nuova strategia è un successo, che «sono stati raggiunti risultati inimmaginabili fino ad un anno fa. Qualcuno può cercare di negare che l’aumento delle forze ha funzionato, ma i terroristi non hanno dubbi: Al Qaida sarà sconfitta. Anche se ci vorrà ancora del tempo». Oltre 20mila soldati Usa saranno rimpatriati ma ulteriori riduzioni saranno decise sulla base della situazione sul campo: un ritiro troppo precipitoso potrebbe minare i progressi raggiunti dalla gestione del generale David Petraeus. La prossima settimana il presidente chiederà al Congresso altri 70 miliardi di dollari per portare avanti le operazioni in Iraq e Afghanistan. Bush non ha fretta, ma vuole lasciare il Paese in buone condizioni. Vuole essere ricordato come un presidente che ha dato un colpo al terrorismo internazionale. È per questo che ha spinto sulla questione mediorientale: «È giunto il momento per una Terra Santa dove un Israele democratica e una Palestina democratica vivono fianco a fianco in pace». È sempre per questo che inviato un messaggio duplice all’Iran. Ha invitato Teheran a rinunciare al suo programma nucleare: «Sospendete in modo verificabile il vostro programma di arricchimento, in modo che possano iniziare negoziati». Ma Bush, elencando i sostegni di Teheran ai vari gruppi terroristi, ha anche ammonito l’Iran che «l’America confronterà coloro che minacciano le nostre truppe, saremo al fianco dei nostri alleati, difenderemo i nostri interessi vitali nel Golfo».
Pessimista, anche. Preoccupato. È l’economia che fa riflettere e che fa temere la Casa Bianca. «Nelle conversazioni delle famiglie, in tutto il paese, c’è preoccupazione sul nostro futuro economico. Tutti possiamo vedere che la crescita sta rallentando», ha detto il presidente sollecitando il Congresso ad approvare più rapidamente possibile il pacchetto di stimolo per 150 miliardi di dollari, basato su agevolazioni fiscali e su incentivi alle imprese, già approvato dalla Camera ma a rischio di impantanamento al Senato. Bush ha chiesto inoltre al Congresso che le riduzioni fiscali a suo tempo adottate, destinate a scadere nel 2010, diventino permanenti. Una richiesta che, con la maggioranza in mano ai democratici al Congresso, ha ben poche possibilità di essere soddisfatta. Ma Bush doveva farla. E l’ha fatta. Non ha mai usato il termine «recessione», il presidente. Mai neanche una volta, anche se il concetto e l’ansia dicono la stessa cosa. Bush ha preferito usare una formula diversa: «Incertezza».
Bush ha ribadito anche l’impegno umanitario degli Usa per combattere la fame e le epidemie nei paesi più poveri del pianeta. Chiedendo fondi umanitari per altri 30 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. Bush ha dato un contentino anche a New Orleans, devastata dall’uragano Katrina: sarà la sede del prossimo vertice Usa-Canada-Messico. Sul fronte della energia, Bush ha ribadito la necessità che l’America riduca la sua dipendenza dal greggio. «La nostra sicurezza, la nostra prosperità, il nostro ambiente richiedono una riduzione della nostra dipendenza dal petrolio», ha detto. Il presidente ha proposto la creazione di un fondo di due miliardi di dollari da impiegare nel campo delle ricerche sulla energia pulita. E ribadito che gli accordi sulla limitazione dei gas inquinanti devono comprendere tutti, compresi Cina e India. Per quanto riguarda la sicurezza Bush chiesto al Congresso di rinnovare, tra le varie cose, la legge che autorizza le intercettazioni, destinata a scadere il primo febbraio, sottolineandone l’importanza per le agenzie federali Usa chiamate a difendere la sicurezza degli americani.

