La maggioranza è divisa sulle questioni economiche e sociali, cioè su tutto quello che ora si raccoglie sotto all’espressione welfare. Ma le divisioni dell’attuale centrosinistra non sono state sufficienti a far cadere il governo e, viste separamente dal resto delle contese che impediscono una vera operatività a Palazzo Chigi, non sono neppure state maggiori o più intense di quelle che agitarono i sonni della precedente maggioranza sugli stessi temi. Però, il governo guidato da Silvio Berlusconi, malgrado la delicatezza dei temi (testimoniata drammaticamente anche dalla sorte di Marco Biagi e D’antona, uccisi dalle brigate rosse proprio per la loro fattiva attività di riformatori) è riuscito a portare a compimento la realizzazione della legge Biagi sul lavoro, per dare, tra l’altro, un assetto più regolato al fenomeno dei contratti non a tempo indeterminato, e ad affrontare in modo deciso la questione previdenziale con lo scalone, rozzo finché si vuole ma efficace, se non altro come pungolo a mettere mano alle norme del settore.
Il sindacato, con Prodi, è arrivato a conclusioni separate, ma meno di quanto fosse successo con il governo precedente e con il sofferto approdo del patto per l’Italia, che ebbe la firma di Cisl e Uil e non quella della Cgil. Il protocollo di Prodi ha avuto il sì dei tre sindacati maggiori, anche se, come è noto, la firma della Cgil è arrivata dopo una serie di lacerazioni interne, di distinguo, di ricordi a procedure bizantine, come la firma per presa d’atto e da ultimo l’accettazione inviata per posta e non andando personalmente a Palazzo Chigi (un modo per togliere solennità all’adesione da parte della Cgil). Lo stesso protocollo però scontenta gravemente i partiti della sinistra comunista e verde (quella che per Prodi è la sinistra popolare e per Alfonso Pecoraio Scanio è la sinistra arcobaleno), già pronti a mobilitarsi, assieme ai non pochi ex diessini contrari alla confluenza nel partito democratico, perché del protocollo non resti nulla e perché, anzi, vengano aggiunte parti in grado di smontare la legge Biagi e di introdurre ulteriori vincoli.
La sinistra comunista e verde (prendiamo le definizioni che
usano per presentarsi ai loro elettori), però, almeno è riuscita a segnare un
punto politico, rimarcando la propria esistenza e aprendo un canale diretto di
dialogo con il presidente del consiglio, in vista di una serie di richieste da
portare all’incasso al rientro dall’interruzione estiva. La parte moderata o
più centrista della maggioranza, invece, ha solo prodotto qualche intervista
buona per rassicurare gli amici confindustriali e bocconiani, ma molto poco di
concreto. A dispetto della loro stessa autodefinizione i “coraggiosi” di
Francesco Rutelli, per quanto scrivano ad esempio in lunghi articoli su La
Stampa, non hanno saputo veramente entrare nel merito delle questioni sociali.
L’impressione è che la sinistra comunista e verde abbia ancora (forse grazie ai
validi legami con esponenti sindacali di buon spessore tecnico) la capacità di
leggere i documenti e di capire almeno di cosa sta parlando, mentre i
coraggiosi e gli altri si nutrano solo di slogan giornalistici.
Si potrebbe spiegare così l’imperizia del protocollo di Prodi già sottoposto a critiche serrate da parte degli studiosi, come Tito Boeri, in grado di mantenere una visione favorevole al centrosinistra ma non per questo asserviti a logiche di puro schieramento politico. Boeri ha contestato come sostanzialmente nemiche dei giovani precari (proprio quelli che i coraggiosi vorrebbero difendere e conquistare come nuove fasce di elettorato) alcune parti dell’accordo, a partire dalla decontribuzione degli straordinari. Il suo ragionamento si può riassumere in uno schema semplice: gli straordinari sono uno strumento a favore di chi ha già un lavoro e perciò non interessano affatto i precari. Ogni decontribuzione, poi, comporta una redistribuzione del carico contributivo e questo ha un effetto perverso proprio sui precari, in quanto è su di essi che viene caricato il mancato gettito a favore del sistema previdenziale (d’altra parte diverse recenti decisioni del governo, a partire da alcune norme della finanziaria, tendono a rendono più pesanti i contributi a carico del lavoro non continuativo e a tempo determinato).
L’impressione, insomma, è che mentre la sinistra comunista e verde e i diessini scontenti, per il tramite di alcuni settori sindacali, hanno individuato con chiarezza e coerenza i loro interlocutori e gli interessi che intendono difendere, lo stesso non può dirsi della parte centrista e vagamente liberale della maggioranza. Ma senza interlocutori chiari e senza interessi da tutelare è difficile fare politica. Un problema che non tarderà a emergere negli schieramenti favorevoli al partito democratico e che potrà portare a Prodi più difficoltà di quelle causate dalle bizze, sempre gestibili come si è visto, della sinistra-sinistra.


il nascente PD centrista ed interessi economici-finanziari