Venerdì 10 Febbraio 2012
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L’Iraq è un fallimento politico prima che militare

17 Settembre 2007

Che le cose in Iraq non vadano bene è sotto gli occhi di tutti, dato di fatto incontrovertibile con cui fare i conti. E’ sui motivi di questa situazione di estrema difficoltà, e quindi sull’individuazione delle possibili soluzioni, che  menti e cuori si dividono. Anche le interpretazioni storiche, come è normale, subiscono lo stesso destino polarizzato. Il paragone con il Vietnam incombe minaccioso, anch’esso fonte di contrapposizioni frontali, sia nella sua accezione di pantano senza vie di uscita, metafora cara ai democratici, sia nel sinonimo di disastro politico e umanitario che il ritiro americano si trascinò dietro, spauracchio utilizzato ultimamente dal presidente Bush per giustificare anch’ora la permanenza in Iraq.

Carlo Panella, in un bell’articolo pubblicato sul Foglio di venerdì 31 agosto, si sottrae alle banalità ideologiche. A partire dall’esperienza del Vietnam, cerca e propone una tesi originale riguardo alla situazione della guerra in corso. La forza della sua argomentazione risiede finalmente nello spostare il discorso dal piano degli errori militari, enormi (ad esempio, la lettura iniziale dell’invasione come guerra high tech, l’aver aiutato involontariamente la nascita dell’insorgenza, il non aver voluto riconoscere in tempo la stessa insorgenza, il non avere una strategia pronta di contro insorgenza, fino alla questione centrale: ma se avessero previsto tutto questo, gli Stati Uniti sarebbero intervenuti lo stesso?) a quello politico.   

Il paragone con il conflitto indocinese, sintetizzo, è giustificato e deve servire da lezione, ma in senso diverso da come di solito lo si utilizza. Gli Usa non si ritirarono dal Vietnam perché sconfitti sul piano militare - anzi la strategia del generale William Westmoreland risultò vittoriosa - né a causa dell’opposizione della pubblica opinione interna nauseata dalla morte di ben 60.000 mila ragazzi. Il fallimento della politica Usa è invece tutto politico, causato da due errori diversi tra loro, ma che intrecciandosi hanno portato alla catastrofe, al fallimento totale del nation building. Il primo: gli Stati Uniti si sono affidati all’élite più filoccidentale del Vietnam del Sud, quella cattolica, ma assolutamente minoritaria nel paese, riuscendo ad alienarsi la cosiddetta terza forza buddista fino a spingerla nelle braccia di Ho Chi Minh. Il secondo: anche la politica economica elaborata dagli americani si rivelò inadeguata con la sua proposizione di un modello di sviluppo ultraliberista che si ispirava al “Manifesto non comunista “ di W.W. Rostow.

Quindi la politica USA non si riduceva semplicemente ad un mero intervento militare, essa contemplava un’articolazione complessa che si basava su altre due leve squisitamente politiche: quella istituzionale e quella economica. A mancare l’obiettivo non fu la condotta militare; a fallire furono in pieno le altre due strategie che si rivelarono non solo inadeguate, ma controproducenti.

Panella sostiene che, pur essendo mutate le circostanze, il Vietnam rimane una lezione esemplare di cui gli Stati Uniti non riescono a far tesoro appieno. In Iraq infatti, nonostante la buona volontà, stanno commettendo gli stessi errori, anzi lo stesso fondamentale sbaglio avendo appoggiato fin dall’inizio minoranze non rappresentative, si veda Iyyad Allawi e Ahamad Chalabi o l’attuale inadeguato Al Maliki, invece delle forze sciite di Al Sistani e dei capi tribù sunniti. A essere deficitaria quindi non è di nuovo la strategia militare come dimostrano gli ultimi successi sul campo ottenuti dal generale Petraeus. A non svolgere il ruolo che compete ad essa è sempre la politica. Così ancora oggi si ripropone ai leader americani il dilemma vietnamita: si può chiamare il paese a morire per un qualche leader iracheno assolutamente di parte e incapace di proporre al paese nessuna identità nazionale nuova come ieri si chiedeva ai coscritti di morire in Vietnam per Kao Ky?

E quindi di nuovo il cerchio si chiude. Fallimento politico sul campo uguale incapacità di utilizzare i successi militari e quindi crollo del fronte interno. La tesi espressa da Panella è suggestiva, ma penso che non tiri fino in fondo le conseguenze dalle sue premesse, che sottovaluti comunque le difficoltà, gli insuccessi parziali o totali negli altri due aspetti e semplifichi un po’ troppo la questione del fronte interno. In altre parole sia i ritardi nel trovare una giusta strategia militare, sia l’inadeguatezza delle proposte di politica economica, sia il fallimento nel rapportarsi alla parte giusta delle élite sono riconducibili alla stessa radice. In mancanza di uno stato, delle istituzioni che, seppur deboli, minacciate e sotto attacco, sono però viste come legittime dalla popolazione, le operazioni di nation building intraprese da nazioni occidentali in situazione di insorgenza sono, fino ad oggi, miseramente fallite. L’Iraq non fa eccezione.

Tutti i maggiori analisti militari, da Martin Van Creveld all’astro nascente David Kilcullen, che hanno riflettuto sul tema dell’insorgenza e dei mezzi più efficaci per combatterla, sono concordi nel sottolineare alcuni punti. La guerra irakena è una guerra tra insorgenza, di tipo nuovo, e controinsorgenza. I paesi occidentali democratici non sono stati in grado di elaborare nessuna strategia vincente contro le insorgenze. Le uniche guerre controinsorgenti vincenti sono quelle combattute a fianco di un governo legittimo, seppur debole, dotato di organizzazione propria, anche militare. Non esiste una strategia data una volta per tutte per combattere le insorgenze. Il centro di una insorgenza e della sua risposta è, più della guerra tradizionale, politico, cioè non si può isolare l’aspetto militare dalle altre dimensioni.  Anche lo stesso concetto di “vittoria” risulta essere diverso da quello di una guerra tradizionale. Le guerre asimmetriche di seconda generazione (quelle dopo la decolonizzazione, per intenderci) sono le nuove guerre del XX e dell’inizio del XXI  secolo.                                                                                                                                          

Se troppo lungo in questa sede sarebbe discutere uno ad uno i punti precedenti, centrale mi sembrano due elementi: la questione della tenuta del fronte interno collegata alla capacità da parte di un paese occidentale di vincere una guerra contro un’insorgenza. Il rapporto tra fronte interno e guerra. Questo elemento si presenta ormai, dopo sessanta anni di esperienze, come un dato strutturale. L’obiettivo delle insorgenze è indebolire la volontà di combattere nella pubblica opinione e dei loro rappresentanti, che risulta sempre più semplice raggiungere e influenzare in tempo reale grazie ai nuovi mass media sempre più pervasivi. Il fronte interno è perciò il nuovo centro di gravità nelle guerre asimmetriche. I paesi democratici non sopportano perdite eccessive, spese e comportamenti ritenuti crudeli da parte delle proprie truppe se non per poco tempo (ogni elemento e la composizione dell’insieme, è chiaro, possono variare secondo la situazione storica). Gli occupanti hanno fretta di chiudere i conflitti e comunque hanno sempre meno tempo e meno capacità di sopportazione del nemico. Ecco allora la teoria della guerra leggera e dal cielo, cioè puntando tutto sull’high tech, sviluppata dagli americani dal primo conflitto iracheno alla Bosnia fino alla stessa strategia iniziale di Rumsfeld nella seconda. Ma quando la supremazia tecnologica non funziona, cosa si fa?

Lo state building. In Iraq si sta combattendo una battaglia su due fronti, una per vincere gli insorgenti e l’altra per costruire una parvenza di leadership e di stato legittimo, come si dice di state building. Democratico per giunta, obiettivo sostitutivo della mancata scoperta e distruzione delle armi di distruzione di massa. Fino ad oggi ogni tentativo di impegno contemporaneo sui due fronti si è rivelato fallimentare e per un motivo estremamente semplice. L’unico modo di intervento possibile si è dimostrato quello coloniale-imperiale che, senza tanti fronzoli e senza nessun rispetto per istituzioni e culture indigene, metteva al centro del problema il tema del dominio, della stabilità privilegiando élite locali filoccidentali infischiandosene di criteri di rappresentanza tribali, religiosi o etnici. Il modello di colonizzazione inglese riusciva ad unire un polso fermissimo nella repressione, fino alla crudeltà, un’amministrazione efficace, una politica di divide et impera tra le diverse linee di faglia tra gli indigeni e della delega del governo a forze locali. Oggi un paese democratico che interviene e per giunta con l’obiettivo di esportare la democrazia non può assolutamente utilizzare quei metodi; rimane la strada della costruzione concertata, tra paese occidentale e forze locali (ma quali?), di istituzioni e strutture sociali in grado di riscuotere il consenso della popolazione. Strada che fino ad oggi si è dimostrata impossibile da percorrere.

L’Iraq rientra appieno nel caso del difetto di funzionamento, se non dell’inesistenza, dello stato centrale. Nuri al-Maliki nell’ottobre del 2006 dichiarò: “Io ora sono primo ministro e soprattutto il comandante delle Forze Armate, ma ancora non posso muovere una singola compagnia senza l’approvazione della coalizione”. Affinché si dia un’entità che si possa definire stato infatti occorrono alcuni requisiti che sembrano mancare del tutto o in parte alla pericolante democrazia irachena. I più importanti attributi: il monopolio della forza, la capacità di sigillare i confini, l’abilità di imporre e riscuotere tasse, meccanismi amministrativi per applicare le decisioni politiche, un territorio sul quale governare e l’essere legittimato agli occhi della popolazione. Per accennare solo al tema di chi detiene il monopolio della forza, di chi sia il “sovrano”, in Iraq circolano un numero incredibile di armati: l’esercito ufficiale della Coalizione, di cui la punta di diamante è una milizia etnica, i pashmerga kurdi e comunque non certo unitario, le milizie sunnite attualmente alleate degli Stati Uniti, per lo meno due milizie sciite, una fedele ad Al Sistani e il così detto esercito del Mahadi, l’accozzaglia psicopatica delle brigate internazionali di Al Qaida, i mercenari, o come si dice adesso contractors, i consiglieri iraniani e un numero imprecisato di bande criminali.

Dal maggio 2003 fino alla metà del 2006, il focus della politica dell’amministrazione Bush era infatti rappresentato dallo nascita della democrazia in Iraq. E’ in questa luce che vanno letti il succedersi di trasformazioni istituzionali: a metà 2004 viene resa la sovranità al popolo iracheno, nel gennaio 2005 si tengono le elezioni dell’Assemblea Nazionale provvisoria, nell’ottobre 2005 si ha l’approvazione della costituzione per via referendaria e nel dicembre 2005 ecco le elezioni di una nuova Assemblea Nazionale. Tutti elementi sovrastimati nella possibilità di ridurre la violenza settaria attraverso la creazione di istituzioni inclusive ed equilibrate.

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