Quando fu ucciso, il 3 settembre di 25 anni fa, Carlo Alberto Dalla Chiesa era Prefetto di Palermo da poco più di cento giorni, trascorsi, nella maggior parte, a chiedere poteri speciali con i quali contrastare una mafia che aveva insanguinato quel 1982. Poteri che arrivarono al suo successore De Francesco tre giorni dopo l’agguato di Via Carini, quando un decreto del Governo Spadolini istituì la figura dell’Alto Commissario per la lotta alla mafia.
Il Generale conosceva bene la Sicilia fin dal 1949,
quando fu destinato in una Sicilia afflitta dagli aneliti separatisti dell’Evis
(Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia) e dove Cosa Nostra stava
uscendo dal sottobosco del latifondismo e dei gabellotti per dedicarsi alle
speculazioni edilizie. Indagò sull’omicidio di Placido Rizzotto, incriminando
Luciano Liggio, e sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, ma erano anni
in cui l’esistenza della mafia non era nemmeno considerata certa e
dimostrabile; anni di cui Leonardo Sciascia sbozzò un eccellente spaccato ne”
Il Giorno della civetta”, il cui protagonista, il capitano dei carabinieri
Bellodi, è molto simile a Dalla Chiesa.
Lasciata la Sicilia iniziò a dedicarsi all’incipiente terrorismo di stampo brigatista, in quella che fu la sua battaglia più incisiva e determinante per la tenuta dello Stato e delle libere istituzioni. La struttura antiterrorismo, da lui creata nel 1973, rivoluzionò l’approccio al fenomeno eversivo e fu decisiva nel disarticolare il primo nucleo brigatista, che ruotava attorno ai fondatori Curcio e Franceschini, arrestati a Pinerolo nel 1974, grazie anche all’infiltrazione di Silvano Girotto detto “frate mitra”. I carabinieri dell’antiterrorismo erano segugi allo stato puro, armati di teleobiettivi e di una certosina pazienza nell’appostarsi e attendere ore. Devotissimi al loro comandante e alla causa, crearono un prototipo di investigatore “invisibile” per la sua capacità di infiltrarsi e mimetizzarsi.
Il brigatista Patrizio Peci ha dichiarato recentemente: “Sapevamo chi erano e come lavoravano gli uomini della Digos ma non sapevamo nulla dei carabinieri dell’antiterrorismo. Dalla Chiesa era il nostro nemico peggiore perché era invisibile”. Uno di questi “invisibili”, che operava con il nome di Ciondolo, abile come pochi a muoversi nella notte, era riuscito a sapere, con largo anticipo, dei preparativi per l’omicidio del giornalista Walter Tobagi. Nessuno prese in considerazione le informazioni di Ciondolo, palesando un malessere che oramai gravitava attorno a Dalla Chiesa e ai suoi uomini. I metodi, l’autonomia e i poteri speciali di cui il nucleo antiterrorismo godeva cominciavano a disturbare al punto che si arrivò allo scioglimento del gruppo. Gli insegnamenti e lo spirito degli “invisibili” furono ripresi anni dopo da alcuni carabinieri del R.O.S che, adoperando gli stessi metodi abbinati alla moderna tecnologia, riuscirono nell’impresa di arrestare Totò Riina nel 1993.
A 25 anni dalla morte il Generale è ancora vivo nell’Arma; le sue intuizioni, i suoi metodi innovativi sono patrimonio di ogni attività investigativa ma, soprattutto, è ancora vivo il ricordo della straordinaria capacità di gestire i suoi uomini, ottenendo da loro il massimo nelle condizioni più impervie. Aveva sconfitto il terrorismo rosso e, se avesse vinto anche la mafia, nessun obiettivo gli sarebbe più stato precluso a coronamento di una vita trascorsa con indosso la divisa da carabiniere, con una fama di duro e qualche ombra che non scalfisce il profilo morale, che resta altissimo. Dalla Chiesa rimane un ufficiale che ha diviso, ha suscitato passioni e polemiche, applausi ed odio, ma è indiscutibile il contributo alla legalità e alla democrazia di un uomo che non si è tirato indietro nel momento che presagiva sarebbe giunto: quando una raffica di kalasnikov lo uccide la sera del 3 settembre 1982, a Palermo, assieme alla giovanissima moglie Emanuela Setti Carraro e al poliziotto Domenico Russo.


Ottimo ritratto del