La decisione, attesa, della Commissione elettorale pakistana a favore della rielezione del generale Musharraf fa intravedere la fine dello stato di emergenza.
Il Paese può quindi prepararsi alle elezioni già indette per l’inizio di gennaio quando sarà gara aperta tra Bhutto e il suo PPP e Sharif con la sua Lega musulmana, due partiti tutto sommato “laici” e moderati.
Quasi un ritorno alla normalità per un colosso di 160 milioni di abitanti che possiede le armi nucleari. Un alleato stabile e cruciale per gli USA (e quindi anche per noi) nel violentissimo scontro con i vari movimenti terroristici che infestano vaste aree del territorio, a cominciare dalle zone tribali al confine con l’Afganistan. Il cui destino dipende in grande parte dagli umori di Islamabad. Al centro di questo intricato puzzle che ha provocato molti malumori nelle cancellerie europee e addirittura l’espulsione dal Commonwealth, sta il generale-presidente che comanda un esercito preparato ed equipaggiato con le armi più moderne ma non necessariamente adatto a contrastare la micidiale guerriglia estremista che miete vittime quotidianamente. Da sempre la “core issue” è la contrastata collocazione del Kashmir, e l’esercito, composto in larga misura da Punjabi , trova molte difficoltà a intervenire in regioni a larga maggioranza Pashtun per dare la caccia a Taleban ed elementi di Al Quaeda, dove viene subito come un intervento per mano “straniera”.

