Venerdì 10 Febbraio 2012
Per ricevere la Newsletter dell'Occidentale

Agli antipodi la sinistra è anti-ambientalista: una lezione per la destra

17 Settembre 2007

E’ un curioso paradosso quello per cui la sinistra, nel corso degli ultimi decenni, e’ riuscita a impossessarsi della “questione ambientale”, e ha finito con l’incarnarne la sensibilità e i contenuti. Le istituzioni e le organizzazioni che si occupano di ambiente sono invariabilmente affiliate alla sinistra. Non v’è manifestazione, commemorazione, fiera, festa o evento di sinistra che non ospiti stand di ambientalisti, conservazionisti, ecologisti. La parola ambiente, in breve, ha finito col far rima con sinistra. E quando è invece accostata alla destra, produce uno iato assordante.

Ciò ha prodotto due conseguenze. La prima è che l’ambientalismo è divenuto ostaggio dell’opposizione ideologica al capitalismo, allo sviluppo, e all’Occidente. Si è trasformato esso stesso in ideologia radicale, nel perenne tema di tutti i “movimenti” che contestano l’ordine globale, il capitalismo, la società occidentale - e come sempre in questi casi, l’America. Per un presupposto ideologico tout court: l’America è il simbolo del capitalismo; il capitalismo è contro la natura, ed è di destra; l’ambientalismo è soltanto di sinistra, e pertanto non può che essere anti-capitalista e anti-occidentale.

Ma più stupefacente è la seconda conseguenza - che in realtà è al contempo causa. E’ stata la destra a legittimare una simile “appropriazione indebita” dell’ambientalismo da parte della sinistra. Come? Disinteressandosi dell’ambiente, ostinandosi a difendere posizioni indifendibili - come il supporto senza se e senza ma per qualsiasi tipo di capitalismo, o la negazione testarda e incomprensibile della minaccia che i cambiamenti climatici rappresentano per il futuro del pianeta. Scegliendo, in sostanza, di accettare la vulgata per cui l’ambiente è davvero roba di sinistra. E iniziando a parlare il linguaggio che i suoi detrattori - fautori dell’ambientalismo esclusivamente di sinistra e anti-occidentale - le hanno attribuito, senza alcuna reale motivazione o giustificazione se non un’opposizione ideologica e una strategia politica: il linguaggio della derisione delle ragioni dell’ambientalismo.

Così facendo, la destra ha però non soltanto rinnegato alcune tra le più importanti e ricorrenti radici della propria identità – che storicamente si è nutrita della passione per l’ambiente e della riscoperta della natura come fonte di un’idea sana e vigorosa del popolo e della “nazione” (persino troppa passione, divenuta estrema, talvolta). Ha anche commesso un imperdonabile errore politico, lasciandosi scippare l’ambiente e l’immenso capitale elettorale che esso, oggi più che mai, rappresenta.

L’abbandono dell’ambiente è uno dei peccati capitali della destra contemporanea. Perché la obbliga a recitare - ovunque siano in gioco tematiche ambientali anche cruciali come i cambiamenti climatici - la parte arcigna e impopolare dello sviluppo a tutti i costi e della derisione dell’ambientalismo. E siccome oggi la sensibilità %0Aambientalista è diffusa ed è divenuta un capitale politico, elettorale e sociale gigantesco, la sinistra continua, per inerzia, a mietere consensi e a perpetuare l’immagine negativa di una destra distruttiva e priva di scrupoli ecologisti.

Ma invece di riconoscere il problema, e cercarvi una soluzione che sfrutti il capitale umano, sociale, finanziario ed economico che lo stesso capitalismo è in grado di creare - a dispetto della retorica no global e anti-occidentale - la destra si arrampica sugli specchi. Per negare legittimità alla scienza, che ormai unanimemente concorda sulla minaccia dei cambiamenti climatici, e per ignorarne le ripercussioni, che pure sono già sotto gli occhi di tutti i cittadini - dalle conseguenze profetiche dell’uragano Katrina all’emergenza idrica in mezzo mondo. Continua ad accusare gli esperti e gli scienziati di allarmismo, insincerità, propaganda. Si arrocca su posizioni insostenibili, e soprattutto non giustificate. Non giustificate, semplicemente perchè e’ un’illusione ottica e un vizio mentale quello per cui l’ambientalismo debba essere appanaggio della sinistra.

L’Australia, in questi mesi, offre un’esemplificazione egregia di questo paradosso. Tra pochi mesi il paese andrà alle urne. Il governo attuale, liberal-conservatore, è rimasto saldamente al potere per ben 11 anni. Sotto la sua egida, l’economia è cresciuta come mai prima, l’Australia è stata presente sull’arena internazionale in maniera costante e autorevole, e il più acceso dibattito che si ripropone al momento in cui viene votato il budget federale è su cosa fare dei miliardi di dollari di surplus che regolarmente vengono registrati. Eppure, i sondaggi preannunciano una sconfitta cocente per il governo. La battaglia elettorale verte su innumerevoli temi caldi - dall’Iraq alla liberalizzazione del mercato del lavoro, dai diritti delle minoranze all’identità nazionale, dalla sicurezza all’antiterrorismo all’immigrazione.

Ma uno dei temi che dominano incontrastati il dibattito politico pre-elettorale, e che ne condizioneranno maggiormente il risultato, è proprio l’ambiente. Il paese si trova, da anni, nella morsa di una siccità che minaccia il collasso dell’agricoltura, la sussistenza di centinaia di migliaia di famiglie, e l’approvvigionamento idrico per le grani metropoli australiane. I pronostici sull’acqua “oro blu” in quanto bene sempre più scarso sono qui una tangibilissima realtà. E inevitabilmente, a questo problema si collega quello dei cambiamenti climatici. La radicalizzazione del clima, l’aumento nella frequenza e nell’intensità di eventi estremi come siccità o inondazioni, sono ormai percepiti dalla gente comune come parte del problema. La scienza corrobora questa versione. Ma la destra continua a negarla. Ed è qui che il paradosso sopra delineato esplode in tutta la sua drammaticità. Il governo conservatore di John Howard è stato al potere in anni cruciali per il dibattito sull’ambiente e la presa di coscienza della minaccia che i cambiamenti climatici rappresentano per l’umanità. Eppure, fino all’ultimo il governo ha ignorato scientemente l’argomento. Lo ha fatto in barba alla scienza, e al buon senso. Nonostante il consenso pressoché universale sulle cause e sugli effetti dei cambiamenti climatici, la classe politica di destra ha continuato a far finta di nulla, e ha guadagnato all’Australia il poco invidiabile primato di nazione più invisa agli ambientalisti - assieme agli Stati Uniti dell’amministrazione Bush ovviamente - per il rifiuto di ratificare il Protocollo di Kyoto e qualsiasi accordo in materia di riduzione dei gas serra.  

Ora, della validità di Kyoto si può discutere. Ma della concretezza della minaccia del clima no. L’atteggiamento di sprezzante disinteresse per le tematiche dell’ambiente è oggi un errore politico imperdonabile. E il risultato è nei sondaggi - che minacciano una Caporetto per John Howard. Il Labor Party, dal canto suo, ha cavalcato l’insoddisfazione della gente, la sensibilità ambientalista così comune e diffusa. E ha avuto buon gioco nel dipingere il governo come irresponsabile, incompetente, e miope. Non ha dovuto far nulla in effetti. I Liberal si sono squalificati da sè.

Ma quanto c’è di vero nell’equazione sinistra - uguale ambientalismo? Di nuovo, l’Australia ci soccorre. Un altro tema caldo del dibattito politico sociale in questi giorni riguarda le foreste. Le foreste australiane sono tra le più ricche e diverse al mondo. Duecento anni di colonizzazione europea ne hanno già obliterato oltre l’80%. E ciò che resta è lungi dall’essere salvo. Soprattutto nel più piccolo, e naturalisticamente straordinario, degli Stati che compongono la Federazione: la Tasmania. Un posto magico, in cui sopravvivono antiche foreste uniche al mondo, direttamente eredi della flora del Gondwana, il supercontinente scomparso. La natura della Tasmania è mozzafiato. Le ultime foreste di eucalyptus giganti - eucapyltus regnans in terminologia scientifica, alberi alti fino a 90 metri, superati in magnificenza soltanto dalle sequoie giganti della California - sono ormai ridotte al 13% della superficie che coprivano prima dell’arrivo degli europei. Eppure, il tasso di distruzione delle foreste della Tasmania è superiore, in proporzione, a quello di paesi come il Brasile e l’Indonesia.  

L’attuale casus belli è la decisione della compagnia che controlla la maggioranza dell’industria forestale dello Stato di costruire una cartiera nell’isola. Si tratta di un progetto mastodontico, una delle cartiere più grandi del mondo. Ma l’isola, e l’Australia intera, si sono spaccate sull’argomento. L’industria e le sue strutture appoggiano il progetto; la maggioranza della popolazione è contraria, per varie ragioni. La prima è che la fabbrica inghiottirebbe le ultime foreste vergini della Tasmania, e questo per produrre rotoli di carta igienica o carta da giornale, creare poche centinaia di posti di lavoro, e assicurare profitti enormi alla compagnia proprietaria. Ma gli effetti negativi sarebbero al contempo immensi. Gli scarichi del processo di lavorazione inquinerebbero le acque pure dove si pescano o si allevano alcune delle più pregiate varietà ittiche al mondo. La contaminazione dell’aria minaccerebbe gli abitanti di Launceston, seconda città della Tasmania, e la fiorente industria vinicola della regione. E infine, il “marchio” turistico per cui la Tasmania è una mecca per i viaggiatori di tutto il mondo, e che si basa sull’immagine di stato verde, ecologista (il 40% della Tasmania è preservato in parchi nazionali e gran parte di esso è stato nominato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco) e sulla natura incontaminata, rischia di essere gravemente compromesso.

La solita diatriba conservazione/sviluppo? In un certo senso sì. Soltanto che il governo della Tasmania, che è il maggiore fautore della cartiera, è di sinistra. Il premier, Paul Lennon, ha calpestato ogni regola e ogni legge per fare approvare il progetto. Lo ha sottratto, con una contestata procedura accelerata, all’esame scrupoloso degli scienziati, e ha costretto il parlamento a votare su un dossier di centinaia di pagine, fitte di problematiche tecniche e scientifiche, nell’arco di un fine settimana. Senza contare i soldi dei contribuenti spesi in martellanti campagne pubblicitarie a favore della cartiera.  

Un caso strano? No. Piuttosto, un caso emblematico. Il governo della Tasmania è un tipico prodotto della cultura di sinistra. Quella autentica. Non i radical-chic nostrani che si occupano di ambiente a tempo perso. Ma la sinistra dei lavoratori, degli impiegati delle fabbriche, degli stipendiati dalle grandi industrie delle risorse naturali, in primo luogo forestali. Il Premier è un tipico prodotto dell’establishment di sinistra. Rappresentante di fabbrica, sindacalista di carriera. Un apparatchik, insomma. Il cui interesse precipuo è mantenere in piedi il bacino elettorale del partito. Che è fatto, appunto, di impiegati di fabbrica e lavoratori forestali, ben lontani dall’etica ambientalista che la sinistra sbandiera e cui la destra  ha accettato di abdicare. E non è soltanto un male provinciale. Il candidato del Labor Party che sfiderà John Howard alle elezioni,  poche settimane fa è andato in Tasmania in campagna elettorale. E cosa ha detto? Che un suo eventuale governo assicurerà che non un solo ettaro di foresta della Tasmania verrà protetto in nuovi parchi, e che l’industria forestale avrà perenne accesso al legname di cui ha bisogno. Brutale realpolitik insomma - la sinistra non vuole perdere i voti dei lavoratori forestali e dei grandi sindacati industriali.

Questa è la realtà dei fatti. Così come v’è molta realtà nelle argomentazioni dell’ambientalismo. Che il capitalismo senza regole e senza controllo non è buono per l’ambiente (ma il punto che la sinistra tace è che non è l’unico capitalismo possibile). Che i cambiamenti climatici sono davvero una delle più serie minacce che l’umanità deve fronteggiare. Oggi, non domani. Che la perdita di biodiversità che la Terra rischia di subire è la più massiccia da millenni, ed è causata dall’attività umana. Che il 40% delle foreste del pianeta è già andato perduto e agli attuali ritmi di deforestazione mancano pochi decenni prima che le ultime foreste primordiali spariscano anch’esse, in un circolo vizioso di ripercussioni sugli equilibri climatici e sulla resistenza del pianeta a questa pressione smodata.

Problematiche sinistre - sì. Problematiche di sinistra - no.  

Una destra moderna che aspiri a governare non può più voltare le spalle alla “questione ambientale”, continuare a negarne la gravità in modo irresponsabile e miope. E il punto sta nel rendersi conto dell’equivoco per cui “l’ambiente è di sinistra”. E nel rivoltarlo.

La destra ha bisogno di una nuova politica ambientale. Che sfati il mito per cui soltanto la sinistra è rifugio dell’ambientalismo. Che faccia i conti con il paradosso mentale che ha permesso che questa credenza si consolidasse e divenisse un dogma adamantino. Che riconosca l’errore, e vi ponga rimedio.  

La “perdita dell’ambiente” è uno dei più grandi errori che la destra contemporanea ha commesso, e continua a commettere. E se non per etica, e per ragioni identitarie e storiche, farebbe meglio a farci i conti per ragioni politiche. Perché prima o poi arrivano le elezioni. Ed è irrazionale, e suicida, consegnare agli avversari il monopolio su una questione cruciale per l’umanità come il destino del mondo in cui viviamo.

l'Occidentale è protetto da Kaspersky
© 2007-2011 Occidentale srl. Tutti i diritti riservati. redazione@loccidentale.it
L'Occidentale è una testata giornalistica registrata. Direttore responsabile: Giancarlo Loquenzi.
Registrazione del Tribunale di Roma n° 141 del 5 Aprile 2007
Concessionaria in esclusiva per la pubblicità: Arcus Pubblicità srl