Il 12 gennaio 1729 nacque a Dublino Edmund Burke, da padre protestante e madre cattolica. Educato secondo la religione anglicana, a cui restò fedele per tutta la vita, fu un intellettuale dal genio sottile, ma allo stesso tempo travolgente nell’espressione. Filosofò d’estetica, e a lui si deve la celebre definizione di sublime che il XVIII secolo coniugò in poesia, ma anche in magnifica pittura. Il saggio che lo rese per la prima volta noto al grande pubblico fu “Un’indagine filosofica sull’origine delle nostre idee di Bello e Sublime”, del 1757.
A partire dal 1765 si dedicò alla politica. Eletto alla Camera dei Comini inglese tra le fila del partito Whig, cioè quello dei liberali, si distinse presto per le sue battaglie a difesa della popolazione indiana oppressa dai rappresentanti della Corona: grazie ad alcuni suoi interventi e alla sua opera di costante denuncia, il governatore Hastings fu richiamato in patria e processato. Ancora più clamorosa la seconda battaglia liberale di Burke: nel 1775 egli si schierò a favore dei coloni americani e del loro diritto ad essere rappresentati, difendendoli dalle pretese di dispotismo fiscale del re Giorgio III. A questo punto Burke era diventato il più stretto collaboratore del capo del partito Whig, Fox, e rappresentava un modello per tutti gli inglesi favorevoli alla limitazione del potere regio.
Molti si erano illusi, credendo quest’indomito irlandese un progressista, o addirittura un estremista: in realtà, egli era semplicemente un liberale in senso moderno e riconosceva i diritti di tutti gli uomini, purché fossero ancorati a situazioni ed esigenze non astratte, non ideologiche, ma reali e rispettose dell’equilibrio sociale. Egli infatti, attento lettore di Montesquieu, aveva mostrato fino ad ora solo uno dei suoi due lati; l’altro, quello del conservatore, sorprese notevolmente i colleghi deputati e gli stessi amici più cari.
Tutto accadde a seguito della Rivoluzione francese, l’atto violento con cui i cittadini della più grande potenza continentale, mossi da pretese anche ragionevoli, commisero però crimini inauditi (come le stragi nelle carceri, il regicidio, il periodo del Terrore) e sconfinarono nella trappola peggiore: l’astrattismo e la tabula rasa. La reazione del nostro fu feroce: rispondendo al discorso di un certo Price, che aveva osato accomunare la Gloriosa Rivoluzione inglese con la Rivoluzione francese di quegli anni, Burke scrisse di getto e con orgoglio ferito le “Riflessioni sulla Rivoluzione francese”, un testo di straordinaria importanza per la Storia del pensiero politico moderno. Qui infatti nasce il Conservatorismo liberale, come provato dagli studi di Russell Amos Kirk.
Le “Riflessioni sulla Rivoluzione francese” nascono inizialmente come una lettera privata, ma poi si accrescono e divengono così urgenti da esser pubblicate in volume, riscuotendo enorme successo. Urgenti, perché ogni nuova notizia proveniente da oltre la Manica accresceva i timori di Burke e confermava la deriva estremista e distruttrice dei rivoluzionari. Urgenti, anche e soprattutto perché molti inglesi (tra cui lo stesso Fox) tardavano ad aprire gli occhi e s’illudevano che questo evento fosse accostabile alla Gloriosa Rivoluzione inglese di un secolo prima: sacrilegio, bestemmia alle orecchie di Burke! Gli inglesi, è vero, avevano reagito ai soprusi del re, ma per difendere la Costituzione e la Tradizione; al contrario, i francesi stavano calpestando ogni regola, capovolgendo ogni principio e trasformandosi in “architetti della rovina”. Gli inglesi avevano ristabilito il sano equilibrio politico, mentre i francesi stavano cancellando la loro Storia e polverizzando le basi della convivenza civile.
La posizione antirivoluzionaria di Burke produsse una spaccatura all’interno del partito Whig e la fine della sua amicizia con Fox.
Le “Riflessioni”, capolavoro di collera ed orgoglio, geniale sfogo carico di previsioni poi tragicamente confermate, si possono dividere in due parti: dopo la prima, che si concentra come detto sulle differenze tra le due Rivoluzioni, segue la seconda, che analizza nel dettaglio i pericoli corsi dalla Francia, in balia di un’Assemblea Nazionale dominata dal dogma politico di Seyes. Seyes, ideologo della Rivoluzione, che non a caso ammirava Locke, mentre era freddo verso Montesquieu e disprezzava la Costituzione inglese.
E proprio l’opera più famosa dell’abate francese, “Che cos’è il Terzo stato?”, si può collocare agli antipodi delle “Riflessioni”: radicale tabula rasa da una parte, “propensione a conservare e talento di migliorare” dall’altra.
Burke accusa chi non rispetta la Tradizione di “presunzione”, condanna la ragione individualista e razionalista per difendere quella collettiva e religiosa, prova orrore per i diritti astratti e sottolinea che la “libertà ordinata” non va confusa con l’anarchia: già immagina che la lanterna illuminista sarà sorretta dal sangue della ghigliottina. Scrive: “Il governo è un’invenzione della saggezza umana, per provvedere ai bisogni degli uomini. Tra tutti questi bisogni è bene che il più impellente sia quello che consiste nel contenere entro limiti ragionevoli le passioni. In tal senso la costrizione fa parte, come la libertà, dei diritti dell’uomo.”
E ancora, contro i filosofi dei circoli parigini: “Tutti i pretesi diritti di questi teorici sono radicali e sono falsi moralmente e politicamente nella misura in cui sono veri metafisicamente. I diritti dell’uomo risiedono in una certa medietà che è impossibile definire.”
Guardiamo le molte proposte politiche libertarie di oggi: non nascono forse da “pretesi diritti”? Ecco perché la lezione di Burke è ancora utile, ecco perché noi Conservatori liberali non possiamo fare a meno di ispirarci a colui che nel suo servizio politico testimoniò sia coraggio nel difendere i diritti di libertà, anche altrui, sia intelligenza nel cercare di arginare chi, sbriciolando la Tradizione, apriva quel baratro di identità che ancora in questi anni scontiamo.
Rispondendo sempre a Seyes, invitava così a distinguere la matematica dalla politica: “La volontà della maggioranza e gli interessi della maggioranza sono raramente la stessa cosa.”
E perfino il Conservatorismo compassionevole, quella particolare attenzione verso i deboli e i poveri, verso le loro sofferenze all’interno delle dinamiche economiche, che però non sfocia nell’ideologia socialista delle sinistre moderne, nasce con lui. Tanto che lo storico Mario Einaudi, nel suo saggio “Il primo Rousseau” (edito da Piccola biblioteca Einaudi) del 1967, scriveva che il filosofo ginevrino è visto, “insieme a Burke, come il nemico del capitalismo moderno”. “Insieme a Burke” appunto.
Le violenze della Rivoluzione; la difficoltà per i francesi di ricostruire sulle macerie di un passato distrutto dalla tracotanza una nuova unità nazionale; il vuoto di potere e l’instabilità di istituzioni nuove, create astrattamente; l’onnipotenza dell’esercito e l’ascesa di un generale. Burke, pur morendo nel 1797, aveva previsto ogni risvolto futuro.
E, cosa ancor più sorprendente, leggendo le sue pagine, anche i problemi più attuali sembrano essere delineati: lo scientismo che usa l’uomo come mezzo, il laicismo che rigetta i valori religiosi, il capitalismo selvaggio che calpesta le tradizioni locali.
Concludo con le parole dello storico Jean Jacques Chevallier: “Burke, Cassandra amara e frenetica, denunciava le future calamità che la Rivoluzione avrebbe prodotto. I fatti volgevano nella direzione da lui preannunciata e gli davano ragione, sempre più ragione” (“Le grandi opere del pensiero politico”, edizioni Il Mulino).
Burke, geniale osservatore non meno che vulcanico scrittore, aveva quindi realmente colto la nascita dei demoni dell’Occidente, vivendo consapevolmente gli anni drammatici che segnarono la fine dell’età moderna.


incomprensioni
Innanzitutto, mi complimento
Caro G. B., grazie per i