Mancano una sessantina di giorni alla scadenza del mandato affidato da Prodi all’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro e siamo ancora lontani dal poter dire che il peggio è passato.
Ci sono i mucchi di spazzatura per le strade a Napoli e nella provincia. L’enorme quantità di rifiuti che giaceva nei giorni di Natale è solo in parte diminuita dal lavoro del prefetto. Erano oltre 350 mila le tonnellate a gennaio, sono circa 250 mila oggi.
La storia è nota e ha occupato le
prime pagine dei quotidiani e i titoli di testa dei telegiornali. Parliamo di
250 milioni di euro messi a disposizione dell’Unione europea dal 1994 al 2006,
parliamo di 2 mila miliardi spesi inutilmente in quattordici anni, parliamo di
nove commissari straordinari che si sono avvicendati in questo quindicennio:
stiamo parlando della cosiddetta “emergenza rifiuti”. L’inizio “ufficiale” è
l’11 febbraio 1994, data della prima ordinanza del presidente del Consiglio dei
ministri che nomina il prefetto di Napoli commissario straordinario per
l’emergenza rifiuti. L’ultima proroga dello stato di emergenza, il 9 gennaio
2008, quando il governo dà pieni poteri al supercommissario De Gennaro. Con
l’ordinanza firmata dal presidente del Consiglio Romano Prodi si sperava di
uscire definitivamente dall’emergenza. Così non è stato. La realtà va in altre
direzioni, anche se i poteri conferiti all’ex capo della Polizia non lì ha
avuti nessuno dei precedenti commissari. Ancora più in chiaro, nell’euforia del
momento, si è pensato, per l’ennesima volta, di affrontare il problema solo con
misure estemporanee, dal lato dell’emergenza e dell’ordine pubblico, spostando
nel tempo i problemi invece che risolverli.
Con il tempo, sono tuttavia cambiati i dati. Due soli riferimenti bastano a mostrare insieme il permanere del dramma rifiuti. L’Esercito in molti comuni non è mai arrivato, mentre sono a un passo dalla saturazione i siti di stoccaggio provvisori. Nel frattempo De Gennaro tace e cerca disperatamente cave storiche della Campania da utilizzare come discariche, deposito di balle o siti di stoccaggio, in attesa dello smaltimento in Germania.
Diversamente, tra le contestazioni di quelle comunità che non vogliono nelle loro zone discariche e la chiusura degli impianti di Cdr (Combustibile Derivati dai Rifiuti), intasati dalle balle di rifiuti, lo scenario che si presenta agli occhi non lascia molto spazio all’immaginazione. Nugoli di insetti ronzano dappertutto e l’aria, resa sporca dai fumi dei cumuli di sacchetti incendiati, si satura di altri veleni prodotti dall’immondizia non raccolta per settimane; le periferie, da Napoli alla provincia, sono piene di discariche improvvisate e pericolose. A tutto questo, s’aggiunge un’opinione pubblica ormai stanca e deteriorata e un inquinamento crescente dei suoli nella regione che, più di ogni altra, vive di produzione agraria e alimentare. Siamo lontani dalle condizioni di efficienza e, in particolare, la situazione sul fronte dell’emergenza, dopo circa tre mesi di confusione, è tutt’altro che risolta. Ed è già tempo di altri bilanci.
Il primo dato fondamentale al riguardo è che adesso, in realtà, servono soluzioni radicali per l’emergenza ambientale campana. Più precisamente, la priorità deve essere la fine della stagione dei commissariamenti e le istituzioni, a partire dai politici, devono riprendere in mano la gestione dei rifiuti. Coerentemente con quest’ultimo assunto, è arrivato il momento di affrontare il tema dei rifiuti non come un problema emergenziale, ma come un servizio tra i più ordinari e prevedibili della vita civile del Paese.
Oggi, il dato rilevante è che all’emergenza si aggiunge un’altra emergenza: l’inquinamento delle falde acquifere e del territorio in Campania. E, a proposito, dopo mesi di valutazioni, l’Unione Europea, in gennaio, ha avviato per la seconda volta una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia. In primo luogo, per la mancata applicazione della normativa comunitaria sull’ambiente, la Direttiva europea sulle discariche del 1999. A tal proposito, la normativa comunitaria pone obiettivi per la riduzione dei rifiuti biodegradabili urbani da mandare in discarica e, associata alla carenza di spazio nelle discariche in Europa, spinge verso strategie alternative per lo smaltimento dei rifiuti, fra cui la termovalorizzazione; sollecita, inoltre, ad avviare un progetto per la raccolta differenziata dei rifiuti, prendendo atto che quello fin qui realizzato si è rivelato insufficiente. In secondo luogo, poi, dopo aver sottolineato la gravità della minaccia denunciata ormai da una serie impressionante di messaggi politici, di ricerche e di studi scientifici, gli esperti di Bruxelles invitano a ridurre i rischi sull’ambiente, in particolare sulla salute umana, sull’atmosfera, sul suolo, sulle acque freatiche e sulle acque superficiali.
In Italia, a fine 2007 gli impianti operativi erano circa 50, di cui 13 in Lombardia, 9 in Emilia Romagna, 8 in Toscana e così via, ma nessuno in Campania. Su 153 impianti contestati, 83 riguardano il processo di smaltimento, ossia i termovalorizzatori. Così, negli anni, mentre nei paesi europei più industrializzati gli inceneritori esistono e il loro funzionamento non ha mai creato problemi, perché le norme ambientali vengono rispettate. In Italia, ci sono ritardi difficili da colmare. Di più: a rallentare e frenare il Paese è la “sindrome Nimby”(da Not in my back yard, niente dietro al giardino di casa). Riassumendo: da molti anni, il nostro Paese si è fermato di fronte ai muri di%0D “no” delle comunità locali, ai blocchi, alle manifestazioni, fino ai veti e alle decisioni politiche. In più, con le discariche chiuse e pochi nuovi impianti aperti, la programmazione e la pianificazione del ciclo dei rifiuti è indirizzata spesso verso altre direzioni: soluzioni precarie, e solo un po’di tempo guadagnato. Un esempio per tutti: il caso di Napoli e della Campania.
D’altro canto, invece, nel resto d’Europa i termovalorizzatori funzionano a pieno regime e vi è una vera e propria corsa alla realizzazione di questo tipo di impianto. Perché, all’interno dello smaltimento dei rifiuti, lo sviluppo nei prossimi anni è quello del loro recupero energetico, legato alla realizzazione di impianti capaci di trasformare i rifiuti solidi urbani in energia elettrica e termica.
Di converso, in molti di questi paesi, il mercato legato al “waste-to-energy” (gli inceneritori con recupero energetico o termovalorizzatori), si sta rivelando interessante per alleviare la pressione sulle discariche e per eliminare rifiuti che non possono essere riciclati. L’energia generata viene utilizzata per alimentare lo stesso impianto o a favore della comunità locale, nel rispetto dei protocolli ambientali e della Direttiva discariche del 1999. Al momento, più di 400 impianti di termovalorizzazione, disseminati in Europa, bruciano circa 50 milioni di tonnellate di rifiuti solidi urbani all’anno. I paesi più attivi sono la Francia (123 impianti) e la Germania (58 impianti), ma anche la Svezia, l’Olanda e la Danimarca; quest’ultima, è la più virtuosa anche in termini di raccolta differenziata. Ad oggi, si prevede che entro il 2012, oltre 100 nuovi impianti saranno installati in Europa. Numeri che sono destinati ad aumentare dal momento che l’industria dell’incenerimento e del riciclaggio è un business che vale miliardi di euro e occupa migliaia di persone. La stessa cosa avviene nel resto del mondo: Canada, Stati Uniti e Giappone.
Una osservazione aggiuntiva merita la politica del ciclo dei rifiuti. Da tempi non sospetti, in modo consistente, argomenti di assoluta importanza relativi allo stato di salute delle nostre città, sono stati sottaciuti o, quanto meno, non confortati da impegni e interventi decisivi tali da ridimensionare gravi insufficienze. Oggi che i disagi appaiono chiari ed evidenti, si impongono irrimandabili decisioni per prevenire futuri scenari napoletani. In molti comuni italiani occorre ripartire e spingere sulla raccolta differenziata, poi è necessaria la costruzione di termovalorizzatori e così di impianti di compostaggio, cioé sistemi che trasformano i rifiuti anche in concime. Non ultimo, una logistica ripensata sul territorio secondo modalità che permettano di riutilizzare anche le aree comunali dismesse, e gestita sia dalle amministrazioni pubbliche che dai privati. La difesa dell’ambiente e del territorio si presenta come uno dei temi da affrontare con notevole attenzione e senso di grande responsabilità da parte del governo nazionale e degli Enti locali.
Ciò significa che, anche se con difficoltà, bisogna decidere nell’interesse permanente. Questo vuol dire, beninteso, fornire strade per la tutela dell’interesse collettivo che vadano oltre i veti, divieti e, soprattutto, quelle soluzioni d’emergenza che creano ai cittadini molti disagi senza risolvere i problemi una volta per tutte.


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