Venerdì 10 Febbraio 2012
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L'Alba di Castro e Chavez è ancora lontana

20 Dicembre 2007

“I problemi attuali della società cubana richiedono più varianti di risposta di quelle contenute in una scacchiera”; “il mio dovere elementare è di non aggrapparmi alle cariche e meno ancora di ostruire il passo a persone più giovani”. Così Fidel Castro, in una lettera il cui contenuto è stato poi riferito dalla tv cubana. Lasciamo perdere le ironie su un personaggio che sta al potere ininterrottamente dal primo gennaio del 1959, e che pur essendo stato costretto dal 31 luglio 2006 a trasferire i poteri al fratello Raúl per tutti questi 18 mesi di degenza ha continuato monotonamente a ripetere che “sarebbe tornato”. Da ultimo, lo scorso 4 dicembre, perfino ricandidandosi alle elezioni del prossimo 20 gennaio, passo previo per una sua eventuale conferma alla testa dello Stato. Lasciamo da parte anche il comprensibile riserbo del Dipartimento di Stato e dell’esilio di Miami, che dopo tanti falsi allarmi preferiscono parlare il meno possibile. Ma qua ci sono di mezzo gli ultimi eventi latino-americani, a dare una chiave ulteriore.

È da tempo, infatti, che Fidel Castro ha individuato il suo erede politico e spirituale nel venezuelano Hugo Chávez, che ha letteralmente sdoganato presso certi ambienti di sinistra e intellettuali già diffidenti verso la divisa di questo colonnello golpista. Qualcuno ha pure pensato a una futura federazione “bolivariana” tra i due Paesi, di cui si è già detto il nome di “Cubazuela”, come primo passo sul percorso della costruzione di quell’unità latino-americana sognata dai Libertadores. E in certi ambienti di filo-castrismo blandamente critico made in Italy, più o meno nell’area di Rifondazione Comunista, non è mancato chi ha intravisto in questa occasione un modo per permettere al regime castrista un’apertura al pluralismo senza “arrendersi” all’imperialismo yankee. Cioè, Cuba abbandonerebbe il monopartitismo non perché costretta dall’embargo, ma per aderire al progetto del “socialismo del XXI secolo” chavista. Nel frattempo, dal 14 dicembre 2004 i due leader hanno costruito l’Alba, “Alternativa Bolivariana per i popoli della Nostra America”. E all’alleanza ha poi aderito dal 29 aprile 2006 anche il presidente boliviano Evo Morales, mentre nel gennaio 2007 ha comunicato la sua intenzione di entrarvi il nicaraguense Daniel Ortega, e c’è un evidente interesse anche dell’ecuadoriano Rafael Correa. E sia Morales che Correa si sono anche imbarcati in un processo per dotarsi di una nuova Costituzione vicina al modello chavista. Ortega sta invece un po’ più indietro, malgrado il suo passato rivoluzionario: sia perché per vincere le ultime presidenziali ha dovuto fare alleanze strategiche con ex-Contras e ex-somozisti che ora lo condizionano; sia perché si trova comunque in minoranza al Congresso. E distinto è anche il caso di altri presidenti sud-americani di sinistra come il brasiliano Lula o l’uruguayano Tabaré Vázquez, la cui consegna è di mantenere buoni rapporti con tutti: con Chávez come con Bush. Sulla stessa linea dei coniugi Kirchner in Argentina, malgrado il recente scandalo sulle valige di petroldollari mandate di contrabbando da Chávez per finanziare le loro campagne elettorali.

Ma perdendo il referendum di riforma costituzionale con cui intendeva perpetuarsi al potere in modo indefinito, Chávez si è ora posto nell’impossibilità di restare alla presidenza oltre il 2012, e per di più è trapelato che l’esercito non è in realtà ai suoi ordini come si poteva pensare. E anche Morales e Ortega sono nei guai: Morales per la rivolta di ben sei dipartimenti su nove contro la sua Costituzione; Ortega per una procedura di impeachment al Congresso. Probabilmente la sfangheranno entrambi, ma il clima è tutt’altro che di avanzata inarrestabile. Per di più il sornione Lula, nel momento in cui distribuiva a Chávez pacche sulle spalle e elogi, nel contempo manovrava per scalzare la sua centralità energetica: prima firmando con Bush lo storico accordo per lo sviluppo del biocarburante; poi annunciando la scoperta al largo del Brasile di un nuovo immenso giacimento petrolifero. Una riprova dell’affanno di Chávez è d’altronde nel modo in cui i guerriglieri delle Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia (Farc), suoi alleati, hanno all’improvviso rinunciato alla loro storica intransigenza, annunciando la liberazione unilaterale nelle sue mani di tre ostaggi: tra essi Clara Rojas, candidata alla vicepresidenza, con Íngrid Betancourt ed Emmanuel, il figlio che Clara ha avuto in prigionia con un guerrigliero. Un evidente escamotage per rilanciare il prestigio internazionale del presidente venezuelano in un momento di appannamento.

Ma anche a Cuba nelle ultime settimane c’è stata effervescenza. Prima con l’irruzione delle forze di sicurezza in una chiesa dove si stava pregando per alcuni prigionieri politici, con relativo pestaggio dei presenti. Poi con l’arresto di dieci catalane che erano andate a Cuba a manifestare con le Damas de Blanco, mogli e parenti dei 75 dissidenti arrestati nel 2003. Dopo ancora con un’altra serie di arresti e pestaggi a oppositori, proprio mentre il governo dell’Avana ratificava due accordi internazionali in materia di diritti umani e la star della tv cubana Carlos Otero fuggiva negli Stati Uniti. Da ultimo, con la richiesta di asilo di un diplomatico in Spagna. Insomma, l’idea di rinviare ulteriormente certe scelte nella speranza di Chávez si è rivelata un’altra illusione. Anche Fidel sembra ormai essersene reso conto.

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