Giovedì 24 Maggio 2012
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L’Italia degli europeisti umiliata dall’Europa

17 Ottobre 2007

L’Unione europea ha abituato i suoi cittadini ai più imprevedibili paradossi, in particolare nel corso degli ultimi anni. Per citarne due dei più recenti basti pensare al «no filo-europeo» della gauche francese il 29 maggio 2005, vera e propria contraddizione nei termini dal momento che, con quel voto, l’Ue si è avviata sulla strada di una paralisi non ancora terminata. In secondo luogo la decisione del 3 ottobre dello stesso anno di aprire i negoziati di adesione per l’ingresso della Turchia senza la benché minima idea di come gestire politicamente ed istituzionalmente la nuova Europa a 27.

A due giorni dal fondamentale vertice di Lisbona ecco il nuovo paradosso. Polonia, Repubblica Ceca e Gran Bretagna erano attese al varco, come possibili elementi di disturbo dell’accordo decisivo sul nuovo Trattato semplificato. E invece è l’Italia a minacciare il veto o comunque a fare la voce grossa. Il casus belli è da alcuni giorni al centro dell’attenzione. La riduzione complessiva del numero dei deputati europei (da 785 a 750) è stata particolarmente penalizzante per l’Italia, che perde sei seggi, contro i cinque inglesi e i quattro francesi. La parità dei «tre grandi», dietro alla Germania con 96 seggi, è così destinata a svanire. Al di là del risultato simbolico, significativo è che l’Italia non sia riuscita a costruire a Strasburgo una coalizione da opporre al progetto di legge Lamassoure-Severin. Per altro la proposta degli eurodeputati francese e rumeno era chiaramente negativa per l’Italia dato che si basa sulla proporzionalità rispetto ai cittadini residenti, come prescritto dai Trattati di Roma. L’Italia è da questo punto di vista penalizzata dal momento che ha molti cittadini residenti all’estero (e dunque computati all’interno di altre realtà nazionali) e un’immigrazione regolare non particolarmente massiccia.

A questo punto a poco servono le prese di posizioni decise e vagamente minacciose del ministro degli Esteri D’Alema. La linea della Farnesina è difficilmente sostenibile. Da un lato infatti Roma non vuole di certo passare per «killer del Trattato semplificato» e dunque chiede di stralciare il voto del Consiglio europeo sulla riduzione dei parlamentari dal prossimo vertice. Dall’altro lato la diplomazia portoghese, che esercita la presidenza di turno, e quelle di altri Paesi (la Francia, ma soprattutto la Spagna) sono state chiare: Trattato e redistribuzione dei seggi fanno parte di un unico pacchetto istituzionale che va approvato contestualmente.

Tra meno di due giorni sapremo come finirà la querelle sul numero dei parlamentari italiani. Fonti diplomatiche accreditate di Bruxelles ritengono che si andrà al rinvio, ma soltanto per convincere l’Italia dell’irrevocabilità della decisione. Al momento la situazione sollecita due riflessioni. La prima è di carattere più generale e riguarda il futuro dell’Europa. Dal crollo del Muro di Berlino la costruzione europea fatica a trovare un suo percorso lineare e finisce continuamente per bloccarsi spesso di fronte a richieste autoreferenziali e molto poco assimilabili allo spirito comunitario. Non bisogna dimenticare che fino a pochi giorni fa la Polonia rivendicava l’introduzione nel nuovo Trattato della «clausola di Ioannina» che permette di creare una minoranza di blocco anche nel caso di una decisione presa a maggioranza qualificata. Il successo del vertice di Lisbona del 18-19 ottobre prossimi è fondamentale innanzitutto perché dovrebbe definitivamente chiudere, almeno per un po’, la parentesi istituzionale apertasi dopo il fallimento di Nizza 2000. A questo punto, si spera, si tornerà a fare politica, magari partendo da quel pilastro di politica estera e di difesa indispensabile in epoca di terrorismo globale e considerato dall’opinione pubblica europea il vero e proprio ambito di sviluppo privilegiato per il futuro dell’integrazione.

La seconda riflessione riguarda il nostro Paese. È desolante vedere una maggioranza di governo così ricca di personalità di «provata fede europeista» (basti pensare Romano Prodi, Tommaso Padoa-Schioppa, Giuliano Amato, Emma Bonino, Massimo D’Alema) condurre l’Italia ad occupare continuamente posizioni di retroguardia nel dibattito europeo. Lo si era notato in occasione del Consiglio europeo di fine giugno 2007 (con Sarkozy, Blair e Merkel mattatori e Prodi attore di terza fila) e lo si vede ora sulla questione dei parlamentari italiani a Strasburgo.

Ma il nocciolo della questione è forse tutto nell’espressione «provata fede europeista». L’Europa del XXI secolo non necessità di approcci fideistici o aprioristicamente europeisti. Necessita di efficienza, spirito di iniziativa. Serve soprattutto operare per fornire all’Ue una nuova missione. Dopo aver vinto, nei suoi primi 50 anni, la scommessa della ricostruzione, della crescita e del benessere si tratta ora per l’Ue di tramutarsi in vero protagonista della politica globale. In Italia si continua a guardare indietro, per fortuna in Europa molti guardano avanti.

Commenti
17/10/07 13:35
Pochi immigrati, Italia penalizzata in Ue
Il nocciolo della questione, se mi permette, è un altro e non già l'approccio fideistico "aprioristicamente europeista" mostrato dall'Italia. La notizia è stata data a chiari titoli sul Corriere della sera dell'11 ottobre. "Europa: ok a riduzione" con un link laterale che parla ancora più chiaro: "POCHI IMMIGRATI, Italia penalizzata in Europa". A detta dei commissari europei, noi non avremmo stipato per benino il nostro paese di immigrati come molti altri della comunità europea. E se già così, avviene il Far West quotidiano che è giornalmente sotto ai nostri occhi, figurarsi cosa potrebbe accadere se l'Italia diventasse come l'Olanda o come il Belgio.Perché non dirlo? E perché un giornale on line che chiamasi l'Occidentale, deve farci rimpiangere il Corriere?
18/10/07 09:42
non è giusto
è un'assurdità!!dov'è finito il rispetto per la nostra nazione?siamo derisi in tutta europa, ci si prende il gioco di noi e non riusciamo a prendere posizione...bisogna gestire la cosa con diplomazia e far capire che il taglio dei seggi deve essere equo, non si deve "privilegiare" l'italia mentre francia e germania se ne stanno tranquilli.
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