Venerdì 10 Febbraio 2012
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Chavez e Ahmadinejad rilanciano il petrolio come arma politica

19 Novembre 2007

Da Riyad sono arrivate una notizia buona e una cattiva. La buona è che i paesi aderenti all’Opec hanno promesso alla comunità internazionale di garantire la fornitura regolare e adeguata di petrolio per i prossimi mesi. La cattiva è che il summit non fermerà le tensioni sui mercati perché la geopolitica l’ha fatta da padrone anche in Arabia Saudita e così la pistola dell’oro nero è sempre più pericolosamente nelle mani di Ahmadinejad e Chavez che minacciano di far volare il prezzo fino a quota 200 dollari in caso di intervento militare americano contro Teheran.

Ma andiamo con ordine. L’attesa era tanta per il terzo vertice dei capi di stato dei paesi raccolti nel cartello petrolifero mondiale (il prossimo sarà in Libia nel 2012). Due giorni di confronto in cui non sono mancate le decisioni ma, allo stesso tempo, le inevitabili frizioni tra il fronte più pragmatico - Arabia Saudita in testa - e quello, capitanato da Iran e Venezuela, che ha spinto per una gestione più spregiudicata della crisi petrolifera per monetizzare soprattutto in termini politici e qualche risultato ha portato a casa. La moderazione saudita ha fatto sì che nel documento finale del summit venisse affermato che i rifornimenti saranno “adeguati, sufficienti e tempestivi” e che non è colpa dell’Opec se il petrolio ha già sfondato i 98 dollari al barile e vede da vicino la soglia psicologica dei 100.

A far volare i prezzi – hanno accusato i paesi produttori – sono la debolezza del biglietto verde americano e gli speculatori. “Senza questi due fattori il prezzo sarebbe al suo livello fisiologico, ovvero 55 dollari” ha spiegato Chakib Kelil, ministro algerino del petrolio che assumerà la guida del cartello a partire dal prossimo anno. Nonostante tutto, comunque, i tredici paesi (da Riyad è infatti rientrato nel consesso anche l’Ecuador) hanno deciso di rinviare la questione della moneta di riferimento. Da più parti – Iran in testa – arrivavano pressioni per abbandonare la divisa statunitense e virare verso l’Euro ma la decisione è stata diplomaticamente congelata in attesa di segnali dai mercati dei cambi e di una frenata della moneta unica europea. La picchiata del dollaro fa paura ma il suo abbandono nel breve periodo sarebbe pericoloso: ecco che un’ipotesi intermedia – ovvero la creazione di una sorta di paniere di valute – potrà essere una soluzione plausibile. L’ipotesi del paniere è stata girata ai ministri finanziari dei paesi che fanno parte dell’Opec che già hanno una matassa intricata da sbrogliare prima del 5 dicembre, data della prossima riunione ad Abu Dhabi, ovvero la questione della produzione. Qui le posizioni sembrano più chiare: l’Opec ha ancora una volta ribadito che l’offerta è a livelli adeguati e che la richiesta di alzare le quote, attualmente a 31 milioni di barili al giorno per una copertura del 40% del fabbisogno petrolifero mondiale, non è all’ordine del giorno malgrado il pressing dei governi occidentali. Ma, come detto, l’ultima parola spetta al nuovo incontri di inizio dicembre.

Fin qui gli affari ma a Riyad si è parlato tanto di politica grazie soprattutto a Chavez e Ahmadinejad. Nel suo intervento condito anche da una gaffe (si è fatto il segno della croce tra lo sconcerto degli altri leader) il presidente venezuelano l’ha sparata come sempre grossa affermando che il prezzo del greggio salirà fino a 200 dollari in caso di un attacco militare degli Stati Uniti contro l’Iran e che l’Opec deve trasformarsi in agente politico internazionale attivo perché “il petrolio è la fonte di tutte le aggressioni”. Linea sposata in pieno dal capo del regime di Teheran che se da un lato ha mostrato cautela (“Noi non vorremmo mai  dover utilizzare il petrolio come arma”) dall’altro ha tenuto a precisare che il prezzo attuale dell’oro nero è ancora sotto il suo reale valore e che l’Opec deve spendersi per rispondere alle pressioni internazionali. Insomma, mentre l’Arabia Saudita difende la linea moderata e di dialogo costante con Washington, Chavez e Ahmadinejad continuano nella loro opera di “goccia cinese” presso gli altri paesi per imporre una linea più agguerrita. L’Ecuador di Correa è già dalla loro parte e anche altri paesi (in primis il fronte africano con Nigeria e Angola) vacillano. Intanto, per provare a far contenti tutti, l’Opec ha premesso nel suo documento finale che “la pace nel mondo è importante per la stabilità dei mercati dell’energia” e promesso di stanziare 450 milioni di dollari per studi sull’energia e ricerche sui cambiamenti climatici.

Commenti
luigi
19/11/07 19:49
ciavezz end accmadinegiad
che bella coppia che sono insieme se mi invitano vado al matrimonio
Cosimo Magazzino
25/11/07 17:41
Per quanto riguarda
Per quanto riguarda l'offerta di greggio, i paesi importatori dovrebbero decidere finalmente di spendere nella ricerca sulle fonti rinnovabili e le energie pulite. Sulle minacce di Chavez e di Ahmadinejad, sono due nani politici, che meriterebbero di essere polverizzati da bombe intelligenti. Speriamo che i loro popoli s'accorgano della pochezza di questi due leaders e se ne sbarazzino al più presto!
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