Giovedì 24 Maggio 2012
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La Rai si candida a diventare una Tv da terza età

13 Novembre 2007

Nessuna meraviglia di fronte al catastrofico quadro dipinto nel nuovo piano editoriale RAI, presentato lo scorso 30 ottobre e in corso di approvazione in questi giorni. Che il male della televisione generalista, e in particolare di quella pubblica, fosse l’inesorabile obsolescenza, era già chiaro sin dall’inizio della nuova stagione televisiva, contraddistinta da una mancanza pressoché totale di innovazione rispetto al palinsesto consolidato lo scorso anno. L’intervento del critico televisivo del Corriere Aldo Grasso al principio dell’autunno precorreva le preoccupazioni trapelate oggi da parte della TV di Stato: Grasso lanciava l’allarme non soltanto per la decrescente qualità delle trasmissioni, ma anche per la costante perdita di appeal sul pubblico più giovane, dinamico e appetibile commercialmente.

Non importa quanto la guerra dello share prosegua segnando punti da un lato e dall’altro: le due parti si trovano giorno dopo giorno a contendersi un mercato sempre meno ricco, che assiste a una continua trasfusione di forze fresche verso l’adiacente bacino della concorrenza satellitare. In un certo senso, si tratta di un’ovvietà: i giovani preferiscono indirizzare le loro attenzioni, e la loro disponibilità di spesa, verso piattaforme televisive più innovative; complici la varietà dell’offerta, la flessibilità della scelta, la disponibilità di contenuti inediti e l’attenzione alle preferenze dell’utente, piuttosto che a preoccupazioni di ordine politico, morale o pedagogico. D’altro canto, la ventata di novità promessa dal digitale terrestre, che aveva l’ambizione di costituire un’alternativa all’offerta satellitare, si è ben presto posata; placata non da ultimo dagli interventi controriformistici dell’attuale governo, ostaggio delle perplessità e dei caveat di una maggioranza ancora incapace di non guardare alla TV come a un’emanazione diretta del potere berlusconiano.

La sterile stigmatizzazione del duopolio, inseguita dai detrattori della Gasparri, arrivava già in ritardo: con l’ingresso del satellite, ormai lontano dai tempi in cui esordiva come la cenerentola del piccolo schermo, gli attori sono già diventati a tutti gli effetti tre. E poiché i telespettatori non si contano, ma si pesano, mentre la TV satellitare si consolida come terzo polo, in grado di raggiungere in cinque anni (recita ancora il piano editoriale RAI) una quota di mercato superiore al 25% nel giorno medio, la televisione terrestre generalista si avvia a diventare il refugium degli spettatori anziani – magari numerosi, ma sempre meno appetibili per gli investitori pubblicitari - che non possono permettersi un esborso ulteriore rispetto al canone RAI per assicurarsi un palinsesto di qualità, fatto su misura per loro. E’ il contrappasso che deve subire una televisione che da almeno un ventennio misura pubblicamente la propria efficienza sulla quantità di pubblico che riesce ad attrarre, sottovalutando il dato sulla composizione del pubblico stesso.

L’azzeramento dei palinsesti, proposto dal piano editoriale come risposta al tendenziale declino, è una soluzione solo parziale. E’ senza dubbio positivo l’intento di portare una sfida alla fissità degli “slot”, figli delle inserzioni pubblicitarie, che incasellano le trasmissioni in blocchi sempre più rigidi e predefiniti (ragion per cui oggi sembra fuori dal mondo collocare un quiz o nel prime time invece che in fascia preserale, o una fiction autoprodotta nel pomeriggio invece che di sera), contravvenendo innaturalmente alle disposizioni dello spettatore. Altrettanto positivo va giudicato il tentativo di sottrarsi alla logica dell’Auditel: non come slogan propagandistico, che di nuovo condurrebbe a sottovalutare il fatto che tutta la televisione, compresa quella pubblica, agisce in un mercato; ma come istanza di revisione degli indicatori di successo di un palinsesto televisivo. Ma se progettare una nuova programmazione con una “forte differenziazione di prodotto rispetto alla TV commerciale” significa estromettere produzioni di qualità (come i telefilm, anche stranieri, di Rai Due), o peggio ancora ritornare alla solita tiritera della cultura in televisione, siamo da capo. Entrambe le scelte significherebbero una resa definitiva alla requie della terza età televisiva: la rinuncia alla vivacità dell’intrattenimento, che pure anima i successi del satellite, sarebbe un ripiegamento intriso di nostalgia verso un passato in bianco e nero, incapace di ricondurre alla RAI i giovani distratti dalla coloratissima offerta della concorrenza.

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