Sembra che il prof. Andrea Frova (ordinario di fisica generale alla Sapienza, come leggo da qualche parte) abbia detto: “Invitare il papa all’inagurazione di un anno accademico è come invitare un marziano: non c’entra niente”. Un uomo europeo e, si deve supporre, di qualche cultura al di là della propria specializzazione, che considera il papa, a Roma, in una Università, un “marziano” è un piccolo ma temibile esempio di quel cimitero della identità (e della storia) spirituale dell’Occidente che la secolarizzazione ha prodotto, non da oggi, nelle (e tramite le) culture “scientifiche”. Ho un ricordo non piacevole, che le ragioni esibite dagli universitari (dagli “uomini di scienza”) romani mi impongono di evocare. Molti anni fa, circa un quarto di secolo, partecipavo ad un seminario riservato dedicato a temi teologici e filosofico-religiosi in una università meridionale. Nel ridottissimo pubblico era presente un giovane universitario straniero (europeo), che ci fu presentato alla fine dei lavori. Con una certa asprezza (forse la lunga, puntuale, discussione degli interventi di tutti da parte di tutti lo aveva snervato) osservò che avevamo dibattuto di favole che ci erano state raccontate da bambini. Ricordo di averlo guardato attentamente; dietro ai suoi occhi non c’era niente (questa l’impressione che mi si incise dentro), non Senso, non Storia. Un mero presente sufficiente a sé, un sottile foglio, l’ultimo uomo pacificato. L’oggi (e il domani?) dell’Europa laico-secolare.
Perché la metafora del Papa alla Sapienza (fondata da Bonifacio VIII, qualcuno lo ha ricordato) come “marziano” merita un commento? Perché ignora, o occulta a se stessa, troppe cose. Non sa quanto il papato, la “rivoluzione papale”, medievale abbia conferito alle istituzioni universitarie e alle loro libertà, quanta grandezza di studi abbia la Chiesa ovunque favorito in età moderna, quanto contributo alla scienza occidentale abbia dato e dia la difesa cattolica della Ragione. Non sa che sullo sfondo della vicenda Galileo vi è la irrinunciabile cura della Chiesa per l’unità tra senso (dell’uomo e del mondo) e saperi particolari. Ed è cura secondo Ragione, il Logos evocato da Benedetto XVI; l’errore di valutazione (ma fino a che punto, fino a quale livello?) del merito e delle implicazioni della “rivoluzione astronomica” non possono fare dimenticare che ciò che chiamiamo Scienza esiste nell’orizzonte e per l’orizzonte cristiano di senso (e non esiste altrove). Fuori di questo orizzonte vi è (e vi è in effetti) come un cieco sapere che si incrementa nel non-senso, poiché il “sapere scientifico” il senso non può produrlo da sé, ex sese. Ma può impedirlo, nasconderlo. Più che per Galileo vale per una incontrollata eredità (intravista dagli uomini che giudicarono Galileo?), che pretende di richiamarsi a lui, la celebre proposizione di Husserl: “un genio che scopre e insieme occulta”.
Il rifiuto, da parte di “scienziati”, di accogliere il Papa come autorità del tutto (e quanto!) pertinente alle radici e al significato ultimo di una universitas studiorum è prova, ed effetto, di questo occultare. “Marziano” è l’uomo occidentale-cristiano che ad ogni avanzamento di conoscenza (scientifica) fa corrispondere una negazione, un passo nell’occultamento, di sé e della propria fonte. L’alieno che quest’uomo si trova dinanzi è solo la propria immagine, estrema, novissima.


Si continuano a descrivere i