Giovedì 24 Maggio 2012
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La storia di Mirsad che impara il jihad tra internet e youtube

6 Novembre 2007

Sorrideva, il diciottenne Mirsad Bektasevic, quando la Corte di Bosnia Erzegovina l’ha condannato  a quindici anni di prigione per aver organizzato un attentato a Sarajevo nel 2005. Attacco sventato, ma erano pronte le armi, l’esplosivo e il video di rivendicazione. Lo stesso ghigno sarcastico di Mirsad lo abbiamo rivisto sul volto dei jihadisti che ascoltavano la sentenza del Tribunale di Madrid per le bombe dell’11 Settembre 2004. Centoquindicimila anni di carcere sono una vacanza se hai come obiettivo le settantadue vergini. Mirsad deve scontare una condanna meno eccezionale dei ‘fratelli’ di Atocha, eppure dal giorno del processo ha perso la sua faccia di bronzo. Quando è tornato in aula aveva un’espressione vagamente rincretinita. Niente più barbetta talebana e sguardo da gradasso. Imbolsito da un anno di galera, forse ha capito che la sua vita è rovinata per sempre. E chissà se per un attimo si è pentito, ripensando alla sua giovinezza sprecata.

Bektasevic nasce il 30 giugno del 1987 a Ilidza, periferia di Sarajevo. La Jugoslavia è allo sbando, serbi e musulmani affilano le armi in attesa di scannarsi. Da bambino Mirsad respira questo conflitto etnico radente, a cui si aggiunge presto la scomparsa del padre, morto in un incidente d’auto. Quando scoppia la guerra in Bosnia, Mirsad ha cinque anni. Nel 1994 sperimenta le cannonate del generale Mladic su Sarajevo. A gennaio, quattro granate colpiscono un gruppo di bambini che giocavano sulla neve. Sei morti che si aggiungono alle altre millecinquecento vittime cadute dall’inizio dell’assedio. Allora la madre Nafija decide che è venuto il momento di andarsene, prepara le valigie e fugge in Svezia con il figlio.

Mirsad cresce a Kungaly, una cittadina sulla costa occidentale della Svezia, a nord di Goteborg. La comunità islamica svedese è una delle più estese e influenti sul territorio europeo. La diaspora musulmana ha raggiunto la parte orientale della penisola scandinava nel secondo dopoguerra. Il gruppo di immigrati più numeroso è quello iracheno, subito dopo i bosniaci e i kosovari, ma anche turchi, somali, iraniani e libanesi. Mirsad è solo un ragazzino ma capisce che nella tollerante Svezia è tutta un’altra storia, la sua fede non viene perseguitata anzi è maggioritaria, vincente. Tutti sono molto attenti a non offendere Mirsad, perché è profugo, orfano, ‘diverso’. Per i democratici del Nord Europa le minoranze vanno tutelate anche se stanno diventando la maggioranza. Le organizzazioni islamiche chiedono al governo leggi separate per i musulmani, vogliono una moschea per ogni città e non risparmiano frecciate alla comunità ebraica.      

A quindici anni Mirsad è un campione della net generation. Passa le giornate davanti al computer, ma non usa internet soltanto per scaricare qualche canzone. S’imbatte sempre più spesso in siti islamisti che trasmettono il loop delle Torri Gemelle che crollano, tra applausi, sghignazzi e schiamazzi. Viene definito e-jihad, è la guerra santa elettronica di Al Quaida contro Israele e gli Stati Uniti. Il network del terrore dimostra di essere all’altezza dei tempi: tecnologicamente avanzato e religiosamente arretrato. Un modernismo reazionario che ha minato la più grande svolta democratica della società globale, la rivoluzione informatica. Mirsad è abbastanza giovane e incazzato per cadere nella rete del proselitismo. Vuole vendicare la sua infanzia cancellata in Bosnia e si nutre delle storie di infedeli, ebrei e crociati, è affascinato da questa mitologia sacrificale.

Su Internet ci sono siti da sballo per i candidati al martirio. Clicca il link ed ecco spuntare l’università di Al Quaida on line. Per i migliori studenti sono previsti seminari e stage in jihad elettronico, jihad psicologico, tecnologia degli esplosivi e teoria delle autobombe. Bisogna studiare per imparare a non essere filmato dalle telecamere in luoghi pubblici e perfezionare le tecniche di criptaggio elettronico della casella di posta elettronica. “È nostro diritto terrorizzare i nemici, incutendo nei loro cuori la paura e l’angoscia. Ciò è quanto sta accadendo con l’aiuto e la grazia di Allah”. Mirsad pensa all’Iraq e si convince che il suo destino è questo, mettere paura al mondo intero perché il mondo è stato ingiusto con lui.

Chattando con il nick “Maximus”, Mirsad incontra finalmente il suo mentore. In rete di fa chiamare Abu Usama El-Swede, ma sulla carta d’identità c’è scritto Ralf Wadman, uno svedese convertito all’Islam nel 1998. El-Swede ha un passato di piccola criminalità, droga, botte e rapine. Prima di ravvedersi ha militato nei gruppi neonazisti ed è stato arrestato per spaccio. Ora frequenta la Moschea Bellevue di Goteborg, la più grande della città svedese, con oltre duemila fedeli in maggioranza somali e arabi. Ma non dimentica i vecchi amici con la testa rasata: nel 2004 interviene in un forum di discussione su come abbattere il governo svedese. El-Swede è una mediattivista particolarmente creativo. Pare che sia stato lui a commissionare il video in cui due ragazzini mimano la decapitazione di Nick Berg, immagini ancora disponibili su You Tube.

Prima del suo arresto, El Swede entra nelle grazie di Abu Hamza, il capitan uncino dell’islamismo londinese. Anche Abu Hamza è un buon padre adottivo per orfani come Mirsad. Il predicatore di Finsbury Park viene dalla Bosnia e ha combattuto contro i serbi nelle milizie dei mujahidin arabi, la famigerata Brigata 505. Secondo Hamza, il disastro dello Space Shuttle Columbia è stato un segno del cielo. La fine dell’Impero americano è vicina.

Grazie a El-Swede, la moschea diventa per Mirsad il luogo dove trascorrere (tutto) il suo tempo libero. Nafija, la madre di Mirsad, dice che suo figlio è cambiato dopo aver conosciuto El-Swede e ascoltato Hamza, “prima non era mai stato religioso, ma negli ultimi anni aveva iniziato a praticare molto seriamente. C’erano persone che lo minacciavano e che gli parlavano dell’aldilà e gli dicevano che sarebbe stato torturato all’inferno se non avesse pregato e non avesse creduto”.

Il 27 settembre del 2005, Mirsad torna a Sarajevo. Lo sta aspettando Abdulkadir Cesur, di nazionalità turca, arrivato a sua volta dalla Danimarca. I due trascorrono un paio di settimane in città, immaginano come usare l’esplosivo che si sono portati dietro. Vogliono colpire un obiettivo strategico del governo bosniaco oppure una delle ambasciate degli stati occidentali impegnati in Afghanistan e Iraq. Ma restano una coppia di ragazzini sbandati, non sono terroristi professionisti. E qualcuno sta seguendo le loro mosse. La notte del 19 ottobre gli agenti del controterrorismo bosniaco circondano l’appartamento che Mirsad ha affittato a Sarajevo. Quando i poliziotti sfondano la porta e fanno irruzione il ragazzo grida “Chi cazzo siete voi per venire a cercarmi a casa, you trash!”.

Nella stanza la polizia trova 20 grammi di esplosivo in polvere, una pistola, un timer, e un video in cui militanti con il volto coperto danno istruzioni su come confezionare una bomba e annunciare l’attacco. Il tipico kit del kamikaze. Nel messaggio si ricorda che “queste armi saranno usate contro l’Europa” e poi, “questi due fratelli si sacrificano in nome di Dio per aiutare i loro fratelli e sorelle. Siamo qui, ci stiamo preparando, e abbiamo tutto sotto controllo”. Forse Mirsad non era tornato a Sarajevo solo per saltare in aria, probabilmente aveva intenzione di trovare altri affiliati da spedire in Iraq. Secondo il Times, Mirsad è un reclutatore di Al Quaida e avrebbe addirittura incontrato Abu Musab al-Zarqawi, il leader quaidista in Iraq. Dopo il suo arresto, Mirsad è stato interrogato a lungo dai servizi segreti inglesi. Il sospetto è che sia lui l’hacker che ha diffuso in rete il plot di un attacco multiplo con bombe umane suicide su Washington.          

Il 10 gennaio del 2007, Mirsad Bektasevic è stato condannato per terrorismo, possesso illegale di armi da fuoco e resistenza all’arresto. La sua storia ci mostra come sia pericoloso l’intreccio tra il web, le moschee e il jihad – la manipolazione mentale e virtuale delle giovani generazioni. Non solo, da questa vicenda emerge con chiarezza che l’islamismo bosniaco non è stato smantellato del tutto dopo la guerra degli anni novanta. Resta da scrivere la storia delle complicità tra potenze occidentali, Iran e Arabia Saudita, la strana alleanza che permise a qualche migliaio di mujahidin di arrivare nei Balcani per sconfiggere i serbi. Clinton permettendo. Secondo gli analisti più ottimisti, oggi Sarajevo non è un centro del jihadismo. L’islam balcanico è sempre stato più ‘moderato’ che altrove. Eppure dopo l’11 Settembre sei algerini furono arrestati e deportati a Guantanamo. Avevano combattuto nelle milizie e ottenuto la cittadinanza bosniaca. Quando i contingenti militari occidentali si ritireranno, la neonata confederazione bosniaca dovrà fare i conti con la sua componente islamista. Per adesso Mirsad non sorride più, ma dobbiamo sorvegliare i Balcani.   

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