Cosa ne sarà dei “cattolici democratici” nel futuro Partito democratico? Divisi tra la linea di Rosy Bindi, - orgogliosa, autonomista, aperta alla sinistra radicale - e quella di Fioroni - pragmatica, di appoggio a Veltroni, riformista -, dibattuti tra non fare una propria corrente stabile dentro il nuovo partito e l’imprinting democristiano ad accaparrarsi la maggioranza dei candidati eletti alle primarie del 14 ottobre, i cattolici democratici potranno avere nell’immediato una forza considerevole nel Partito democratico, ma riusciranno a sopravvivere ad un probabile consolidamento della linea Veltroni? Mimmo Lucà, coordinatore dei Cristiano sociali, ala avanzata dei cattolici democratici, ha escluso una corrente cattolica nel Pd. Dario Franceschini dice che “come cattolici democratici abbiamo ancora molto da dire” ma poi non sa che proporre una Fondazione culturale a cui affidare questo “molto da dire”.
Spostandosi dal piano politico a quello culturale, si comprende che, consolidandosi la linea Veltroni, l’unica ipotesi plausibile nel lungo termine sarà quella ipotizzata da Lucà: una dissolvenza dei cattolici democratici, il che, a ben vedere, è conseguente alla loro stessa cultura di origine. I cattolici democratici hanno questo di bello e di strano: la loro cultura li vota al suicidio, alla rinuncia ad una identità di gruppo, alla diaspora. E siccome la linea di Veltroni è proprio quella della diaspora delle identità dentro un partito che sarà solo “post” – post socialista, post democristiano, post-ideologico, post-religioso, post identitario – i cattolici democratici non potranno non dissolversi in esso. Si tratta, infatti, di due linee culturali convergenti.
Possiamo riassumere la cultura del cattolicesimo democratico in tre punti. Primo: autonomia assoluta della coscienza personale in politica, ossia l’essere cattolici “adulti”, secondo l’espressione di Prodi ai tempi del referendum sulla legge 40. Quanto è “non negoziabile” sul piano teologico ed etico, lo diventa quindi sul piano politico. Secondo: la democrazia come valore in sé e il dialogo non come mezzo ma come fine. Ne consegue un “moralismo della costituzione” al cui interno diventano possibili tutti i compromessi perché i cattolici democratici temono di più gli steccati tra laici e cattolici piuttosto che i contenuti di volta in volta in gioco. Terzo: il servizio della Chiesa al mondo deve essere solo di carità e non di verità. Una Chiesa minima, che non insegna e non condanna, che non parla e non decreta ma si limita a testimoniare. Accogliere tutti viene scambiato con accogliere tutto.
Per i cattolici democratici la laicità è il luogo in cui il cattolico non si fa riconoscere come tale perché sarebbe integralismo. Ne consegue che essi vedano negativamente l’atteggiamento della “presenza”, sia nella forma di una presenza cattolica dichiarata a livello personale sia nella forma di una presenza comunitaria. Eccoci alla diaspora, non subita ma cercata. Ma eccoci anche al suicidio dei cattolici democratici come tali. Il cattolicesimo non deve avere una presenza pubblica, ma solo compiere una azione di formazione delle coscienze per suscitare testimonianze, ma fermandosi sulla soglia del profano, nel quale entreranno i singoli fedeli laici a titolo personalissimo, confondendosi con tutti gli altri.
E cosa sarà, appunto, il nuovo partito democratico di Veltroni se non l’approdo di molte diaspore? Una diaspora in atto. Il Partito democratico sarà il partito del relativismo, imposto non più ideologicamente ma in maniera tollerante. Un mettersi insieme spurio, fondato sull’oblio del proprio passato, che riuscirà ad evitare i contrasti sui temi caldi solo rimettendoli alla coscienza individuale, ossia non prendendo posizione. Sarà un partito pragmatico, incentrato sulle cose da fare. I cattolici democratici ci si troveranno molto bene, al punto tale da non sentire più il bisogno di loro stessi.


I cattolici del PD.
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