Esiste un filo conduttore che domina la ricostruzione storica di Giovanni Di Capua sugli anni del centrismo degasperiano (Il centrismo plurale di Alcide De Gasperi, Tarquinia, Ebe, 2007): l’impegno politico di De Gasperi poggiava su un’idea di centrismo plurale, inteso come sforzo di edificare il nuovo Stato sulla base di una linea di collaborazione tra laici e cattolici da attuarsi sul terreno della democrazia. Di una precisa concezione della democrazia, maturata dalle sue riflessioni sull’esperienza dello Zentrum tedesco e dalla formazione personale vissuta negli anni di militanza politica come parlamentare presso la dieta asburgica. Entrambe suggerivano che le libertà democratiche si sarebbero più facilmente affermate in Italia superando lo storico steccato della contrapposizione tra guelfi e ghibellini e accettando le regole-base del funzionamento delle moderne democrazie: l’autonomia della politica dalla religione; la collaborazione all’interno dello stesso partito tra cattolici e cristiani di altre osservanze; la tolleranza come metodo di valutazione politica; il rifiuto della violenza e delle sue manifestazioni estreme, reazionarie e rivoluzionarie; il rispetto del pluralismo religioso nel rifiuto della religione di Stato.
Secondo Di Capua, dunque, la politica degasperiana si sarebbe declinata interamente a partire dal rispetto e dall’affermazione dell’autonomia, intesa in tutte le sue declinazioni: della politica, della Chiesa, dello Stato. Con le implicazioni che in ogni ambito ne sarebbero derivate.
In primo luogo rispetto alla costruzione del nuovo partito: «dei cattolici» e non cattolico, per questa ragione distante da quel modello integralista e ideologico voluto e rivendicato dai dossettiani e mai condiviso da De Gasperi.
In secondo luogo autonomia dalla Chiesa, nel rifiuto di quel confessionalismo che De Gasperi non avrebbe mancato di denunciare, con precise prese di posizione nei confronti delle scelte del pontificato di Pio XII e dei tentativi geddiani di imporre un vincolo di subalternità all’azione di un partito poco “obbediente”.
In terzo luogo dello Stato, nella difesa del federalismo ereditato dall’esperienza dell’Impero, della lotta contro la pace punitiva, dell’impegno per la costruzione di un’Europa nel rispetto dei particolarismi nazionali e nel recupero della sua dimensione tradizionale, di chiara matrice cattolica.
Infine nella tutela di una democrazia giovane, troppo seriamente minacciata da forze capaci di renderla nuovamente preda di derive totalitarie.
E, dunque, in questa prospettiva il centrismo appariva la soluzione più funzionale al consolidamento delle istituzioni parlamentari e democratiche, mentre il suo carattere “plurale”, attuato nel metodo e nella forma di governo, derivava da una precisa concezione delle democrazia, in cui il dato religioso e quello laico rimanevano fermamente separati.
Il superamento della frattura risorgimentale e unitaria, che aveva creato un fossato tra cattolici e laici, al punto da considerare i primi una sorta di contro-Stato, o di anti Stato, rispetto all’unificazione, diventa il punto di forza della proposta degasperiana che riusciva a fare della Dc una sorta di cerniera democratica, anti integralista e gradualista nei programmi e nelle alleanze.
Così l’equilibrio democratico equivaleva, per De Gasperi, a restare costantemente nella linea del rispetto di ogni tendenza politica e religiosa, nel rifiuto di qualsiasi forzatura, tanto a destra, quanto a sinistra.
Se, tuttavia, questa impostazione spiega la politica delle alleanze interne e internazionali, meno convincente appare la ricostruzione dell’anticomunismo degasperiano. Forse per la scelta di non concedere troppo al dato religioso, Di Capua ne fornisce una spiegazione non troppo convincente, o almeno, parziale. Nella sua lettura esso deriverebbe dall’attenzione alle istanze del “popolo minuto”, i più umili e i meno protetti, che raramente riusciva ad esprimere una propria rappresentanza e finiva oppresso dal demagogismo delle sinistre, dal rivoluzionarismo e dall’ideologismo dei massimalisti europei. Un po’ poco per un leader che se è vero che alla vigilia della campagna elettorale del 1948 precisava in sede di Consiglio Nazionale che bisognava evitare di fare campagne «contro», non poteva fare a meno di sottolineare, nella stessa sede, che se i comunisti avessero continuato nell’azione di destabilizzazione delle democrazia, la Democrazia cristiana sarebbe stata anticomunista.
De Gasperi rifiuta lo Stato confessionale, non accetta l’ingerenza della Chiesa nella vita politica, conosce bene la distinzione dei due piani e i pericoli che possono derivare da una loro commistione. Ma è un vero cattolico. Chiede la mobilitazione della Chiesa contro il Fronte popolare, difende con l’azione politica, che è e rimane laica, la libertà di essere cattolici. Sceglie l’Occidente, gli Stati Uniti, l’Europa per ragioni certamente materiali e pratiche, ma anche perché cosciente di appartenere a quella civiltà. È forse su questo, oltre che su piattaforme programmatiche ed elettorali, che avviene l’incontro con quella Italia laica che ne condivide le regole, nella difesa di una democrazia occidentale di cui il cristianesimo, lo si accetti o meno, nel rispetto delle reciproche sfere di influenza, è elemento costitutivo.
Giovanni Di Capua, Il centrismo plurale di Alcide De Gasperi, Tarquinia, Ebe, 2007

