Giovedì 24 Maggio 2012
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Ecco chi era veramente Benazir Bhutto

4 Gennaio 2008

Una delle eredità più discutibili di Benazir Bhutto è sicuramente la residenza del Primo Ministro nel centro di Islamabad. L’edificio è un vertiginoso ranch pseudo-messicano di muratura bianca dal tetto in tegole rosse. Non c’era nulla di nemmeno lontanamente islamico nella struttura che, come mi disse un addetto, quando andai lì ad intervistare l’allora Presidente Bhutto, era stata realizzata da un disegno dello stesso Primo Ministro. All’interno era la stessa storia. Candelieri di cristallo sospesi, spesso due o tre per stanza; quadri a olio raffiguranti girasoli e gattini ruzzolanti che sembravano presi dalle ringhiere di Hyde Park pendevano in sfarzose cornici dorate.

Il posto sembrava il ritiro per i weekend di un ricco industriale latino-americano particolarmente barocco, ma avrebbe potuto trovarsi in qualsiasi posto. Avete presente quegli show televisivi in cui vi fanno girare intorno ad una casa  e voi dovete indovinare chi ci vive dentro? Avreste assegnato questa specie di grande fattoria a chiunque tranne che al Primo Ministro di una impoverita Repubblica Islamica situata a fianco dell’Iran.

Questo è il motivo per il quale, ovviamente, l’Occidente ha sempre avuto un occhio di riguardo per Benazir Bhutto. I capi di stato dei paesi a lei confinanti potevano essere figure indecifrabili e potenzialmente spaventose come il Presidente Ahmedinejad dell’Iran oppure una banda di signori della guerra afghani dediti al narcotraffico, la Bhutto invece, sembrava sempre familiare e rassicurante ai governi occidentali – era una di noi. Parlava un inglese fluente perché era la sua lingua madre. Aveva avuto una governante inglese, era stata in un convento di monache Irlandesi e aveva affinato la sua preparazione con lauree ad Harvard e Oxford.

“Londra è la mia seconda casa” mi disse una volta. “Io conosco bene Londra. So dove sono i teatri, i negozi, i parrucchieri. Adoro passeggiare a Sloane Square, tra Harrods e WH Smith. Ho lì le mie gelaterie preferite, mi piaceva particolarmente andare in una a Marble Arch: Baskin Robbins. A volte mi piaceva guidare fin lì in macchina da Oxford solo per un gelato e poi tornarmene indietro. Quella era la mia idea di peccato”.

Era difficile immaginare qualsiasi capo di uno stato confinante, nemmeno il più preparato economista Sikh, Manmohan Singh, parlare così.

Per gli americani, quello che Benazir Bhutto non era, se possibile era ancora più attraente di quello che lei era. Non era una fondamentalista religiosa, non aveva la barba, non usava organizzare cortei dove tutti urlano “Morte all’America” e non proclamava fatwe contro affermati autori di libri, anche se Salman Rushdie l’aveva ridicolizzata in un suo racconto.

E’ certo che le ragioni che tanto facevano amare all’Occidente Benazir Bhutto erano le stesse che facevano dubitare di lei molti pakistani. Il suo inglese poteva essere fluente, ma non si poteva dire lo stesso del suo urdu, che lei parlava come una forbita straniera: fluentemente, ma sgrammaticato; il suo sindhi era anche peggio; a parte qualche frase obbligatoria era completamente persa.

Gli amici inglesi che conobbero Benazir a Oxford la ricordano come una spumeggiante ragazza che andava a lezione con una MG gialla, faceva la settimana bianca a Gstaad in Svizzera e che raccontava quanto fosse eccitante passeggiare per Cannes con suo fratello più piccolo che sembrava un attore e sentirsi al centro dell’attenzione; dovunque Shahnawaz andasse, le ragazze rimanevano stupefatte.

Questa Benazir, conosciuta dai suoi amici come Bibi o Pinky, adorava le biografie regali e i romanzi sdolcinati. Aveva un debole per la disco music degli anni ’70 – “Tie a yellow ribbon round the old oak tree” sembra fosse al top delle sue preferenze. E’ la stessa Benazir che aveva una invidiabile collezione di montature rosse alla moda e che si scioglieva alla vista dei marrons glace.

Ma c’era qualcosa di ancora più maestoso, imperiale, nella Benazir che ho conosciuto quando era Primo Ministro. Parlava e persino camminava in un modo misurato e regale e usava frequentemente il plurale maiestatis. Quando la intervistai si prese ben tre minuti per percorrere le 100 iarde di prato che separavano l’abitazione del Primo Ministro dalle sedie dove mi era stato detto di attenderla. Ne seguì un intermezzo durante il quale Benazir si lamentò del fatto che il sole non stesse splendendo nel modo che lei avrebbe desiderato. “Il sole è nella direzione sbagliata” annunciò. Portava capelli acconciati in una sorta di alveare barocco sormontato da una dupatta di velo bianco. L’intera scena mi ricordò una di quelle principesse romane in “Caligola”.

Questa Benazir era una persona molto diversa da quella dei tempi di Oxford. Questa era famosa a Islamabad per presiedere sedute del consiglio di gabinetto lunghe 12 ore e per dormire solo 4 ore a notte. Questa era la Benazir che continuò la sua campagna dopo che un attentatore suicida aveva attaccato il suo convoglio il giorno stesso del suo ritorno in Pakistan in ottobre, e che trascurava incurante il pericolo mortale per la sua vita allo scopo di continuare la sua battaglia. In altre parole questa seconda Benazir Bhutto era coraggiosa, a volte eroica e dura come l’acciaio.

Più che altro Benazir era forse una feudataria munita di quel senso aristocratico della propria posizione derivante dal possedere i tratti più profondi del proprio paese e quell’inclinazione verso i gusti occidentali che questo background tende a dare. Era questo che dava quel lustro sofisticato e quella fermezza feudale al suo stile politico. Questo tratto è tipico di molti politici pakistani. Una vera democrazia non ha mai attecchito in Pakistan anche perché la proprietà terriera è stata la principale base sociale da cui è sempre emersa la classe politica.

La middle class istruita è ancora largamente esclusa dal processo politico. Come risultato, nella province più arretrate i signori feudali sono sicuri che la loro gente voti per il candidato scelto da loro. Come spiegò lo scrittore Ahmed Rashid: “In alcune province se il feudatario mettesse il suo cane come candidato, il cane verrebbe eletto con il 99% dei voti”.

Oggi Benazir viene salutata come una martire della libertà e della democrazia, ma, lungi dall’essere stata una naturale democratica, in un certo qual modo, Benazir è stata la persona che ha screditato lo strano modello di democrazia presente in Pakistan - in realtà una forma di feudalesimo elettivo,e che ha stimolato l’attuale, apparentemente inarrestabile, crescita degli islamisti.

Perché Benazir non era una Aung San Suu Kyi.

Durante i suoi primi 20 mesi di premiership, sorprendentemente, non riuscì a fare approvare una singola legge rilevante. Amnesty International ha accusato il suo governo di avere uno dei peggiori record al mondo in fatto di morti durante la detenzione, omicidi e torture.

All’interno del suo partito, il PPP, si autodichiarò presidente a vita ed impedì sempre a suo fratello Murtaza di sfidarla. Il fratello continuò nella sua sfida fino a quando  fu trovato morto, con un colpo di arma da fuoco, in circostanze altamente sospette fuori della casa di famiglia.

La moglie di Murtaza, Ghinwa e sua figlia Fatima, così come la madre di Benazir, sono convinte che fu Benazir stessa a dare l’ordine di uccidere il fratello.

In epoca recente, non più tardi dell’autunno scorso, Benazir non disse una singola parola e neppure mosse un dito per dissuadere il Presidente Musharraf dal chiedere a Stati Uniti e Inghilterra una mediazione per l’esilio in Arabia Saudita del suo rivale Nawaz Sharif, eliminando di fatto dalle elezioni il suo avversario più temibile. Molti tra suoi sostenitori hanno considerato il suo accordo con Musharraf come un tradimento degli ideali del partito.

Dietro all’infinito oscillare del Pakistan tra governo militare e democrazia c’è una sorprendente contiguità di interessi elitari: per certi versi in Pakistan la classe industriale, la classe militare e quella dei latifondisti sono tutte interconnesse e si controllano a vicenda.

Però nessuno di loro fa nulla per occuparsi della povertà.

Il sistema di istruzione governativo in Pakistan è a malapena funzionante e, per i poveri, è quasi impossibile ottenere giustizia.

Secondo il politologo Ayedisha Siddiga: “Sia i militari che i partiti politici hanno fallito nell’intento di creare un ambiente in cui i poveri possano ottenere ciò di cui hanno bisogno dallo stato. Così i poveri hanno iniziato a cercare strade alternative per i propri bisogni sociali. Alla lunga, le falle nel sistema politico porteranno sempre più alla creazione di uno spazio preponderante per i fondamentalisti”.

In Occidente, molti commentatori tendono a vedere la marcia dell’Islam politico come il trionfo di un Islamo-fascismo illiberale e irrazionale.

Eppure, gran parte del successo degli Islamisti in paesi come il Pakistan, deriva dalla loro capacità di presentarsi come i paladini della giustizia sociale, che combattono persone come Benazir Bhutto appartenenti all’elite islamica che domina la maggior parte del mondo musulmano da Karachi a Beirut, da Ramallah al Cairo.

Questa elite viene facilmente dipinta come ricca, corrotta e decadente…occidentalizzata. Benazir ha una notevole cattiva fama in fatto di corruzione. Durante il suo governo le organizzazioni internazionali di monitoraggio della corruzione nominarono il Pakistan tra i tre stati più corrotti al mondo. La Bhutto e suo marito Asif Zardari, meglio conosciuto come “Mr 10%”, dovettero affrontare accuse di aver saccheggiato il paese. Le prove furono raccolte sui loro conti correnti in Pakistan, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti.

Quando intervistai Abdul Rashid Ghazi nella Moschea Rossa di Islamabad poco prima che venisse ucciso nell’assalto al complesso in luglio, egli continuava a battere sul tasto della giustizia sociale: "Noi vogliamo che i nostri governanti siano gente onesta” continuava a ripetere. "Ma in questi giorni i nostri governanti vivono nel lusso mentre migliaia di bambini innocenti hanno lo stomaco vuoto e non possono vedere esauditi nemmeno i loro bisogni più elementari”. E’ questa la ragione del successo degli islamisti in Pakistan e il motivo per cui tanta gente li supporta: sono l’unica forza in grado di affrontare i latifondisti e i loro cugini militari.

E’ questa la ragione per cui in tutte le recenti elezioni gli islamisti hanno visto incrementare i propri voti, il motivo per cui già controllano sia le province della frontiera nord-occidentale che il Baluchistan, ecco perché sono loro quelli che hanno più da guadagnare dalla crisi attuale.

Benazir Bhutto è stata una donna coraggiosa, laica e liberale. Ma tristemente la dipartita di questa coraggiosa combattente non può nasconderci il fatto che come feudataria filo-occidentale ella fece pochissimo per i poveri, e che ha incarnato in sè sia le soluzioni che i problemi del Pakistan.


William Dalrymple
Sunday December 30, 2007
The Observer

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