Convinto del sostegno al governo Monti. Convinto che la politica non sia sospesa ma molto attiva. Convinto della leadership di Alfano per il 2013. Andrea Augello, sottosegretario nel governo del Cav. e senatore Pdl, è convinto dell’azione che il partito in questa fase di transizione può e deve esercitare per condizionare le scelte dell’esecutivo dei prof e garantire la continuità con quanto fatto da Berlusconi. Ma al suo partito chiede “più coraggio e più chiarezza nelle parole d’ordine" che servono oggi per sostenere imprese e famiglie e che serviranno domani in campagna elettorale per spiegare agli elettori cosa è accaduto e cosa ha fatto il Pdl.
Senatore Augello, la maggioranza è politica? Casini dice di sì, Alfano e Bersani dicono il contrario. Lei cosa dice?
Non esistono in Parlamento maggioranze che non siano politiche. Al di là delle intenzioni dei contraenti questo patto di maggioranza, una maggioranza è lì ed è tale per decidere e le scelte che assume sono politiche. Prima ce ne rendiamo conto, meglio è. La questione è un’altra…
Quale?
Una maggioranza politica rispetto a obiettivi limitati e cioè se il governo Monti mantiene gli impegni precedentemente assunti dal governo Berlusconi in sede internazionale senza avventurarsi in iniziative creative. In questo senso, abbiamo un governo a termine con obiettivi limitati e scelte politiche.
Ne elenchi qualcuna.
Alcune sono state fatte, altre lo saranno come il piano sulle liberalizzazioni e il ruolo dell’Italia nel negoziato europeo per sciogliere i nodi della crisi. E tutto questo appartiene a categorie politiche. Il punto è che il Pdl dovrebbe uscire da una sorta di imbarazzo – peraltro comprensibile – e dire chiaro e tondo che intende vigilare sulle scelte politiche affinchè siano utili a imprese e famiglie; che farà pesare il proprio ruolo per far sì che le strategie messe in atto da Berlusconi vengano portate a compimento sul piano economico, vedi la riforma del mercato del lavoro e quella fiscale. Deve dirlo con orgoglio perché di fronte agli interessi del paese ha messo in secondo piano gli interessi di parte.
La sensazione tuttavia è quella di un partito ancora stordito dalla fine del governo Berlusconi, che procede al rallentatore e sostiene Monti per prendere tempo e riorganizzarsi. Esattamente come il Pd.
Non è vero. Credo che alla radice della decisione di Berlusconi nel famoso videomessaggio ci sia stata la consapevolezza di portare avanti l’esperienza di governo sostenendo un esecutivo che ha compiti ben precisi e limitati. In Berlusconi e nel Pdl è chiara la consapevolezza che in questi mesi e a fronte di un ciclo di emissioni di titoli di Stato pari a 190 miliardi se avessimo affrontato queste scadenze senza un governo, coi partiti impegnati ad attaccare i manifesti per la campagna elettorale, con l’assoluta impossibilità di correggere una manovra i cui saldi non tornavano, senza la possibilità di verificare i patti sottoscritti in sede comunitaria e far valere le nostre istanze, lo spread sarebbe schizzato a mille. Le decisioni assunte dal partito derivano da questa consapevolezza e senso di responsabilità, altrimenti non si capisce cosa stiamo facendo.
Siete soci di maggioranza del governo Monti eppure finora non avete mostrato un’azione energica per tutelare famiglie e imprese dalla morsa delle tasse.
Siamo soci di maggioranza sia numericamente che politicamente e il nostro impegno è operare in continuità col precedente esecutivo. Aggiungo: noi eravamo quelli che avevano da perdere di più. Se avessimo smarrito l’immensa fatica fatta in questi tre anni con le manovre di Tremonti, avremmo gettato alle ortiche un grande lavoro, interrompendolo per andare a un voto anticipato che non sarebbe stato facile da far comprendere per il popolo italiano.
In realtà, dai blog a facebook gli elettori del centrodestra continuano a chiedere elezioni anticipate.
La maggior parte degli elettori è in attesa di sapere se siamo in grado o no ad esempio di far restituire il credito alle aziende. Chi scrive sui blog rappresenta quella parte più inquieta sicuramente importante ma non maggioritaria, composta anche da chi evidentemente ha meno da fare. Le persone che incontro ogni giorno hanno tutte un velo di preoccupazione negli occhi, specie i piccoli e medi imprenditori, perché la situazione è grave e non è che se Draghi dice che il credito è quasi strangolato non è vero. Se non diamo queste risposte è sicuro che il paese finirà in pezzi.
Che sta facendo il Pdl?
Intanto sta consentendo al paese di affrontare una serie di situazioni. Detto questo, con le mozioni che ha presentato in Parlamento intende influenzare l’azione del governo. Ciò che manca ancora, è occupare il centro dello scacchiere. Invece di mugugnare a destra e manca come fanno taluni, si dovrebbe comprendere che questa è la strada che possiamo percorrere e questo si aspetta il paese. Certo, gli italiani vogliono votare e avere maggioranze chiare ma non sono disponibili a buttare a mare quanto fatto. Credo che Alfano la pensi così.
Sia più chiaro: cosa è mancato e cosa manca al Pdl?
A noi è mancato, ma sarebbe mancato a chiunque, il tempo e il modo di spiegare agli italiani cosa sta succedendo. Siamo terribilmente deficitari nello spiegare alla gente perché c’è la crisi internazionale, cosa dobbiamo ottenere non perché l’Europa salvi noi, ma perché noi salviamo l’Europa. La crisi non è stata provocata né dal governo italiano né dalle classi politiche, bensì da una serie di fattori esterni: dal collasso Usa coi subprime ai falsi in bilancio della Grecia. Dobbiamo tirare giù alcune parole d’ordine che sono la strada per uscire dalla crisi.
Quali sono le parole d’ordine necessarie?
Rinegoziare una serie di posizioni in Europa; salvare il sistema creditizio italiano e rilanciare la crescita delle pmi perché il rischio è che il sistema impresa venga desertificato dalla crisi di liquidità. Dobbiamo chiedere e pretendere chiarezza in Europa sui nuovi standard e un’Europa che difenda il debito dei paesi sovrani. È inevitabile ragionare in termini di pareggio di bilancio e riduzione del debito, ma lo è altrettanto fissare paletti che riempiano di contenuti questo nuovo quadro. E cioè: quali sono le regole perché alla crisi dell’euro si risponde con una banca centrale che lo difende e con un’Europa più forte.
Sì ma se nessuno si occupa di abbassare la pressione fiscale non andiamo da nessuna parte.
E’ l’altro paletto da fissare: quanto fatto finora non possiamo continuare a farlo innalzando la soglia del fisco. Ora, su questa base è possibile condurre una grande battaglia nazionale e internazionale anche con i nostri partners, penso al partito popolare che ha vinto le elezioni in Spagna con il quale abbiamo molto punti in contatto. Credo inoltre che molte perplessità sulla Germania emergano se non in Sarkozy certamente nella comunità economico-finanziaria francese.
Come ci si arriva?
Serve consenso sociale. Adesso penso che non sia utile aprire lo scontro sull’articolo 18 o puntare su piccole questioni come le licenze dei taxi. Abbiamo bisogno di coesione sociale. Ecco, su queste parole d’ordine penso sia possibile per il Pdl giocare un ruolo. A partire dalle nostre mozioni per arrivare alla mozione unitaria con Pd e Terzo Polo sulle questioni europee.
Bastano quattro mozioni?
Sono un punto di partenza fondamentale. Abbiamo idee chiare sull’abbattimento del debito, sul rilancio delle pmi e la possibilità di portarle fuori da Basilea 3 con un negoziato che consenta un moltiplicatore diverso. Non è un’idea solo del Pdl ma ciò che circola da tempo nel mondo finanziario. L’altra idea è lo slittamento di un anno delle disposizioni assunte dall’Eba. C’è poi la mozione sulle agenzie di rating: per la prima volta nel parlamento si discuterà di creare un valutatore europeo e di un regime di incompatibilità perché non è più pensabile che chi venti mesi fa davano la tripla A a derivati poi rivelatisi tossici e poi dare la B a governi senza che nessuno possa valutare se esistono conflitti di interessi in queste società. La crisi dell’area euro ci dice che se non siamo in grado di costruire un meccanismo nuovo, rischiamo l’implosione. C’è infine la mozione di Gaetano Quagliariello sui pagamenti alle imprese da parte delle pubbliche amministrazioni. Ecco, l’insieme di questi temi rappresentano pacchetti di priorità più urgenti delle licenze taxi o delle farmacie.
In una fase di transizione c’è il rischio di una scomposizione dei partiti?
La fine della politica non esiste come non esiste la fine della storia. Siamo in una fase politica in cui non c’è alcuna sospensione ma un punto di snodo tra la chiusura di un ciclo e l’apertura di un altro ciclo dove valgono eccome le categorie politiche: fare o non fare la legge elettorale insieme a Pd e Udc è una scelta politica; decidere se attribuire a questa esperienza un valore circoscritto alla sfera economica o esteso alla costruzione di regole il più possibile condivise; come consolidare la leadership di Alfano o come costruire il rapporto con l’Udc piuttosto che come riprenderlo con la Lega comporta l’assunzione di una scelta politica. E’ chiaro che essendosi concluso un ciclo con l’oggettivo fallimento di alcuni tentativi – da un lato l’iniziativa di Veltroni che poi portò all’accelerazione del Pdl, dall’altro il tentativo del Pdl di polarizzare attorno a un bipartitismo lo schema della vecchia politica italiana – determinerà un nuovo sistema. Siamo in una fase non di politica sospesa, bensì di grande accelerazione e lo dimostra ciò che sta accadendo nella Lega. Alla fine, tutto sarà trasformato rispetto al paesaggio che conoscevamo prima ma sarà un’evoluzione di quel paesaggio.
Secondo lei come si costruisce la leadership di Alfano?
Si è già costruita. Alfano sta sempre più acquisendo autorevolezza e sta assumendo nelle sue mani il ruolo, attorno a lui c’è un grande consenso. Penso che il problema che ha adesso sia quello di un partito ancora stordito da quanto accaduto, disorientato anche da una stampa d’area che lo punzecchia e lo irride. Quindi, c’è bisogno di un partito che lanci poche e chiare parole d’ordine e si intesti un’anima del governo in continuità con quanto fatto da Berlusconi.
Cosa racconterete alla gente in campagna elettorale?
In questa fase siamo riusciti a evitare che venisse imposta una fiscalità più elevata con la manovra Monti e che passassero altre iniziative penalizzanti. Lavoriamo per difendere la nostra sovranità in Europa; dobbiamo poter dire alle piccole e medie imprese che siamo riusciti a riaprire il credito e a favorire il pagamento di quanti vantano crediti. In questa fase siamo depositari delle speranze di milioni di italiani in difficoltà e alle elezioni dovremo raccontare che questa speranza ha trovato conforto nella nostra azione. Se questa azione fosse più chiara e meno sfilacciata, più concentrata su alcuni obiettivi da perseguire ragionando anche coi corpi intermedi, Alfano avrebbe risolto il suo stile di governo non la sua leadership che c’è già.
Lo stile?
Alfano non è Berlusconi e non solo perché è più alto come talvolta scherza lo stesso Berlusconi. Ha un’altra formazione, un altro tipo di appeal. Per questo deve trovare ed esprimere il suo stile e in questo momento di crisi lo stile è di chi sa assumersi grandi responsabilità.
Che fine hanno fatto i congressi? E l’azione del partito sul territorio secondo lei è efficace?
Alcuni congressi provinciali si sono già tenuti. Fino a qualche settimana fa c’era il dubbio delle elezioni prima dell’estate e comunque in primavera ci sono le amministrative. Mi sembra abbastanza logico calendarizzarli da qui a prima delle amministrative e subito dopo, escludendo temporaneamente le città al voto. Ma non ci sono dubbi sul fatto che entro l’estate si celebrino tutti i congressi provinciali. Certo, continuare a denigrare il Pdl che sostiene il governo Monti può creare confusione a livello territoriale e può essere un alibi per quelli che si lamentano e basta. Non credo però che riusciranno nel loro intento.
La riforma della legge elettorale è solo un buon proposito o c’è di più?
Dobbiamo guardarci in faccia e dire se vogliamo farlo. Alfano ha mostrato disponibilità a determinate condizioni, adesso si tratta di partire da un punto chiaro: c’è un referendum non celebrato ma ampiamente sottoscritto che dice che gli italiani vogliono avere più possibilità di scelta. Partendo da questa bussola dobbiamo sederci attorno a un tavolo con gli altri partiti. Il mio personale convincimento è che si possa fare sia una elegge elettorale che mantiene alcune indicazioni con liste bloccate, sia una legge elettorale mista con una preferenza alla Camera alla quale deve essere abbinata una preferenza di genere, lasciando invece i collegi al Senato così come fissati dall’attuale norma. Il confronto con Pd e Udc deve essere basato su un dato: dobbiamo rispondere alle aspettative degli elettori. E’ evidente che il mio terreno di compromesso dovrà evolvere in un modello in cui pur garantendo l’alternanza e un tessuto bipolare, dovrò aprire a concessioni, a mediazioni. E in tema di partecipazione, bene ha fatto Alfano a lanciare le primarie di partito nei comuni sopra i 15mila abitanti perché la scelta dei candidati sindaci non può essere amministrata dai partiti bensì con una legge dello Stato che regolamenti e istituzionalizzi lo strumento. Ho presentato una proposta in merito ma non è importante chi la propone quanto che la si faccia.
Con la Lega è ancora possibile un’alleanza?
Non ho mai creduto che il futuro dell’alleanza con la Lega potesse dipendere dal fatto che noi scegliamo di sostenere Monti e loro di passare all’opposizione. Il problema, a mio avviso, dipende dalla soluzione che uscirà nella crisi della Lega, una crisi di prospettiva - diversamente da Pdl e Pd – che porta con sé il rischio di frammentazione. Nella Lega non si tratta di una lotta nominalistica; si sta consumando un confronto sul futuro del partito.
Berlusconi è ormai fuori gioco?
Uno come lui non sarà mai fuori gioco. Mantiene la sua centralità nel partito e nelle scelte politiche di questa fase. Berlusconi ha capito che c’era un disegno per processarlo davanti alla storia. Nonostante lo si volesse far passare per capro espiatorio, ha saputo mettere al primo posto gli interessi dell’Italia. Ora il tempo gli sta dando ragione, vedi spread. Il suo passo indietro non significa che abbia deciso di raggiungere la terra degli elfi. Alfano è leader del partito ma Berlusconi resta il leader popolare della coalizione. E’ un titolo politico che cercherà di spendere anche se il punto è come spenderlo senza ricandidarsi alla leadership del paese. Credo tuttavia che ci siano molti modi per immaginare un futuro ancora radioso per Berlusconi.



il pdl a questo punto può anche buttarsi a mare
sembrano