Dal Cav. in giù, le bordate di Bossi vengono derubricate a pura tattica. Dall’anatema di Milano “o stacca la spina a Monti o la Lega la stacca a Formigoni” al “Berlusconi mezza cartuccia” perché “ha paura di mandare a casa il premier”, l’idea che l’alleanza col Carroccio sia definitivamente archiviata non convince. Ma è questione che agita le file pidielline alla vigilia dei congressi e in vista delle amministrative. Senza contare che nel partito di via Umiltà c’è chi, specie tra gli An, torna a suonare la carica del voto anticipato.
Berlusconi ci mette una pezza sopra: da un lato minimizza le minacce del Senatur, convinto che andare divisi al voto di maggio sarebbe solo un suicidio politico pure per la Lega; dall’altro tenta di placare le spinte più oltranziste dentro al partito confermando il sostegno al governo Monti. In questo momento – è il ragionamento - non c’è motivo di mandare a casa il governo dei Prof. perché la crisi internazionale è in piena esplosione e serve senso di responsabilità.
Lo dice a Montecitorio proprio a pochi passi da un Senatur con l’elmetto in testa che gli dà di “mezza cartuccia perché ha paura di mandare a casa Monti” e ripete che è pronto a sfiduciare Formigoni in Lombardia. Lo replica nel vertice serale a Palazzo Grazioli con lo stato maggiore del Pdl: non interviene direttamente nella querelle con Bossi perché – dicono i suoi – lo conosce fin troppo bene e sa che al netto del repertorio e del linguaggio, Bossi è consapevole che andare da solo alle amministrative e in prospettiva pure alle politiche, significa oggi perdere al Nord e domani a livello nazionale, facendo un bel regalo a Bersani&C., già favorito dai sondaggi.
In realtà, gli strali del Senatur servono a un duplice scopo. Primo: dare un senso e capitalizzare elettoralmente il ruolo di opposizione in Parlamento. Secondo: rivitalizzare, ridare un minimo di compattezza a un partito dilaniato da lotte interne. L’investitura di ieri di Giampaolo Dozzo (subentra al cerchista Reguzzoni) a nuovo presidente dei deputati leghisti è il sigillo mediatico all’operazione di ricucitura che dopo gli errori – clamorosi – della fatwa contro Maroni (poi ritirata) e il tentativo di emarginarne ruolo e peso politico, sta tentando di fare. In fondo, anche negli ambienti dei lumbard, si ammette a mezza bocca che l’alleanza col Pdl non è poi così compromessa, anche se restano intatte tutte le distanze e le difficoltà del momento. Berlusconi non replica a Bossi e pure questo ha il suo perché, nel ragionamento che il Cav. sviluppa coi suoi. Lo fa invece Alfano quando dice “non accettiamo ultimatum e provocazioni e non le facciamo”, confermando poi che l’alleanza non è compromessa.
Già, provocazioni. Eppure, fanno notare alcuni esponenti pidiellini, la tattica del Senatur è finalizzata ad aprire un varco nel partito ex alleato e a soffiare sul fuoco – mai sopito – di quanti specialmente tra gli ex An spingono per il voto anticipato (oggi come due mesi fa), anche perché vedono con preoccupazione una Lega di lotta che può far breccia nell’elettorato disorientato del centrodestra. Non solo: tra gli ex forzisti c’è chi sollecita un riavvicinamento con l’Udc per rompere definitivamente con la Lega. Passaggio questo, che secondo alcuni il Senatur avrebbe intuito e sul quale avrebbe calibrato la tattica in una prospettiva che guarda al 2013: interrompere quel lavoro paziente e certosino che Alfano sta conducendo da mesi, per evitare una saldatura Pdl-Udc a discapito della Lega.
Tattiche lumbard a parte, nel Pdl c’è anche chi (non solo tra gli ex An) dopo il varo del piano liberalizzazioni sarebbe pronto ad adottare la tecnica delle ‘mani libere’, che non significa staccare la spina ma votare provvedimento per provvedimento in modo da recuperare terreno nell’elettorato in vista delle amministrative e recuperare il rapporto col Carroccio per tornare a vincere tra un anno e mezzo. Non la pensano così le ‘colombe’ pidielline che nel prendere le distanze da Monti o nello scaricare il governo vedono il rischio concreto di dare un’accelerazione definitiva all’alleanza tra Udc e Pd, dal momento che Bersani – come lui stesso ha detto – vuole allargare il centrosinistra al centro. Ecco perché, da Vendola a Di Pietro, nell’ala a sinistra dei democrat si rispolvera il patto di Vasto e si fa pressing sul leader Pd.
Il governo dei prof. un risultato – bipartisan - lo ha già ottenuto: scatenare la bagarre in ‘classe’. Politica.



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