Giovedì 21 Agosto 2014
I "modesti" lavoratori sono gli ultimi privilegiati

Sulle pensioni la Gabanelli 'spara' a zero ma non sa di cosa parla

14 Febbraio 2012
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Sul Corriere, ieri, Milena Gabanelli ha definito “pasticcio” la legge n. 122/2010 per il fatto di aver cambiato le regole sul passaggio dei dipendenti dall’Inpdap all’Inps – la ricongiunzione contributiva – cosicché migliaia di lavoratori “dovranno pagare fino a 300 mila euro per ritirarsi dal lavoro”. La tesi è forte e seducente; quasi uno scoop. Peccato che non sia vera del tutto.

Dà per scontato, infatti, che quella cifra sia il prezzo inevitabile che alcuni lavoratori sono oggi costretti a pagare per andare in pensione, così lasciando fermentare nel lettore un’errata conclusione, ossia che la legge n. 122/2010 abbia vincolato a questa sorta di tassa (che il Corriere chiama pittorescamente “pizzo”), la maturazione del diritto alla pensione. E invece non è proprio così che stanno le cose, perché la legge n. 122/2010 non ha messo in dubbio il diritto alla pensione ma, come ha fatto per altri lavoratori, ha girato la manopola d’arresto del rubinetto degli incentivi pubblici statali.

Per andare in pensione, infatti, resta ferma la seconda via per sommare lo spezzone Inpdap a quello Inps: la totalizzazione. A questa alternativa, però, l’articolo fa solo breve cenno e in chiusura, quando è ormai bella e scritta la sentenza contro il vecchio governo Berlusconi, contro l’ex ministro del lavoro Maurizio Sacconi e contro il vicepresidente della commissione lavoro alla camera Giuliano Cazzola: “si è voluto consapevolmente far cassa sulla pelle di onesti e modesti lavoratori”.

Nulla da obiettare su onestà e modestia dei lavoratori; tuttavia, va considerato che i lavoratori di cui parla la Gabanelli (dipendenti interessati al passaggio dall’Inpdap all’Inps) sono gli ultimi fortunati a poter ancora andare in pensione con il vecchio e generoso sistema retributivo di calcolo della pensione; e sono anche le lavoratrici donne che, con la ricongiunzione, riescono ad aggirare i nuovi e più alti limiti d’età per la pensione fissati per i pubblici dipendenti (66 anni), di fatto anticipandola di quattro anni (62 anni).

Sono tanti particolari questi, che se omessi, volutamente o meno, distorcono il discorso fornendo un quadro di riferimento incompleto e parziale, e così alimentando nel Lettore quel senso di colpevolezza delle relative disposizioni e, soprattutto, di chi le ha legiferate. Il terreno del dibattito è quello delle pensioni. Un terreno ricco di insidie per chi voglia valutare una legge e la “scelta politica” che sta dietro con il metro di imparzialità: si finisce sempre per colpire alcuni e salvare altri.

La ricongiunzione contributiva è un’opportunità introdotta ai tempi delle vacche grasse con la legge n. 29 del 1979. Permette, a chi ha pagato contributi in diverse gestioni, di unificarli presso un’unica gestione per avere un’unica pensione. Tipico esempio è quello dell’impiegato statale (Inpdap) passato poi nel privato (Inps): con la ricongiunzione, i contributi Inpdap vengono trasferiti all’Inps e l’Inps provvede a liquidare la pensione.

Questa facoltà è stata sempre gratuita per i lavoratori dipendenti; a pagamento, invece, per gli autonomi; i lavoratori a progetto (co.co.pro., partite Iva) non ne hanno mai potuto godere. Come dire: una sorta di “articolo 18” delle pensioni! Dal 1° luglio 2010 le cose sono cambiate. Per via della legge n. 122/2010, chi vuole fruire della ricongiunzione, dipendente o autonomo, deve pagare il trasferimento dei contributi. In questo modo, dunque, di fronte alla ricongiunzione, sono state equiparate le posizioni di tutti i lavoratori, dei dipendenti e degli autonomi. Equiparare lavoratori dipendenti e autonomi è stata una scelta imparziale? Va bene, se ne discuta e si proponga diversamente; ma gridare allo scandalo di una “legge-pasticcio” è andare oltre i limiti.

Nell’articolo si afferma, suggestivamente, che “in migliaia dovranno pagare fino a 300 mila euro per ritirarsi dal lavoro” (se non paghi non vai in pensione). L’affermazione è forte e persuadente ma non del tutto vera. Non è vera quando lascia intendere che quella cifra sia il prezzo “inevitabile” da pagare per poter andare in pensione. Perché non è così in quanto è restata ferma l’alternativa della totalizzazione a preservare il diritto ad andare in pensione. La totalizzazione è utilizzabile da tutti i lavoratori compresi quelli iscritti alla gestione separata.

Quali le differenze con la ricongiunzione? Mentre con la ricongiunzione il lavoratore fa traslocare i contributi da una gestione all’altra per ottenere un’unica pensione, con la totalizzazione il lavoratore somma i diversi spezzoni al fine di raggiungere i requisiti per la pensione e la pensione sarà costituita da tante quote, ciascuna per ognuna delle gestioni totalizzate. La ricongiunzione, poi, è generalmente onerosa (a pagamento, tranne per i dipendenti fino al 30 giugno 2010); la totalizzazione invece è completamente gratuita. Infine, la totalizzazione, a differenza della ricongiunzione, richiede obbligatoriamente il calcolo contributivo della pensione, il che significa una perdita in termini di importo della pensione.

Per i lavoratori con spezzoni contributivi Inpdap e Inps, dunque, le possibilità di andare in pensione sono due e non una sola come raccontato dal Corriere. Prendiamo a esempio quella lavoratrice che ha scritto: “ho lavorato 31 anni presso la ragioneria del Comune e versato i contributi all’Inpdap; poi 9 anni fa hanno ridotto il personale e sono passata a una ditta privata, che li ha versati all’Inps e per fare la ricongiunzione vogliono più di 200 mila euro”.

A parte le perplessità su quel “licenziamento” del Comune per riduzione di personale – che sarebbe, sì, un vero miracolo! – la lavoratrice, se non vuole pagare 200 mila euro per la ricongiunzione, può chiedere la totalizzazione accettando di farsi calcolare la pensione con il sistema contributivo (e non con quello retributivo).

Certo che così la lavoratrice ci perderà ricevendo una pensione ridotta; ma si converrà che è questo una delle alternative per “finanziarie” le riforme (per trovare soldi). L’altra alternativa sarebbe stata quella di (continuare a) scaricare sul futuro, su chi verrà dopo, i costi insostenibili di scelte sociali. Arriviamo così alla questione essenziale: perché quando si tratta di fare sacrifici in termini di pensioni più lontane e più scarse devono essere sempre e soltanto le giovani generazioni a farsene carico?

Concludendo, se c’è un merito che in questa vicenda (ricongiunzione) va riconosciuto alla legge n. 122/2010 è proprio quello di aver fatto il tentativo di far ricadere anche sulle vecchie generazioni, e non soltanto su quelle giovani, il costo di una riforma. Una legge può risultare pure un pasticcio come sostiene il Corriere; ma, prima di tutto, dovrebbe mirare ad essere “uguale per tutti”. Per le giovani e per le vecchie generazioni

 

Commenti
Altiero
15/02/12 10:26
Volevo solo far notare al
Volevo solo far notare al sig. Cirioli che chi ha versato i contributi all'Inpdap, rispetto all'Inps, ha dovuto pagare un'aliquota più alta. E' per questa ragione che la ricongiunzione era sempre stata gratuita, perchè avevamo già pagato di più. Per cui siamo cornuti e mazziati 2 volte.
massimo
15/02/12 12:35
gabbanelli articolo corsera
il problema non è in ciò che dice la gabbanelli ma nel fatto che chiunque può scrivere ciò che vuole senza controllo della verità su un quotidiano "autorevole" e dare le proprie inesattezze in pasto ai lettori.
Anonimo
16/02/12 00:41
Sulle pensioni la Gabanelli 'spara' a zero ma sa di cosa parla
Io penso invece che Lei sig. Cirioli non sa di che cosa stia parlando a proposito del presunto privilegio della ricongiunzione gratuita. La possibilità di ricongiungere gratuitamente per un ex impiegato statale o parastatale in INPS era giustificata dal fatto che passava da un trattamento di maggior favore ad uno nettamente peggiore (INPS. Inoltre lo Stato negli anni 80 fino al 1995 versava delle aliquote di contributi nettamente più basse di quelle attuali per cui il contributivo penalizzerebbe parecchio.Per quanto riguarda il confronto con gli autonomi afferma un'altra imprecisione perchè loro versano poco più della metà di contributi ed inoltre molti di loro come si sa in parte hanno evaso le tasse che i partiti che la sponsorizzano si sono ben guardati dal combattere. Per concludere quando si parla di trasparenza dell'informazione la si cerchi per primo.
Ivano
16/02/12 08:39
Ricongiunzione
A prescindere dalle inesattezze scritte dalla Gabanelli, non mi sembra che nell'articolo venga negata l'estrema onerosità della ricongiunzione dei contributi. Non mi sembra giusto che si debbano sborsare centinaia di migliaia di euro per unificare i periodi contributivi. Non si tratta di professionisti o ricchi artigiani ma di modesti dipendenti pubblici che guadagnano attorno i 1500/2000 euro mensili. Perchè nella legge fatta a suo tempo non si è inserito il vero sistema contributivo?: cioè io pago quanto voglio (da 0 a 100000 euro mensili di contributi) e vado in pensione quando e con quanto voglio io.
Laura sertori
16/02/12 12:11
RICONGIUNZIONI ONEROSE
visto che mi sento chiamata in causa in quanto sono la ragioniera di quel comune che non mi ha licenziato, ma dal quale me ne sono andata volontariamente per motivi personali,volevo solo chiarire alcune cose: 1) la giornalista Gabanelli e Iovene si sono bene documentati prima di scrivere l'articolo in nostra difesa. Purtroppo quello che hanno chiramente detto non si vuole recepirlo:NON SI CHIEDONO PRIVILEGI, MA SOLO I DIRITTI ACQUISITI. infatti se mi permettete, nonostante quello che sostiene la Fornero non si può (O MEGLIO NON SI POTREBBE) CAMBIARE LE REGOLE da un giorno all'alro in modo che chi si trova in mezzo non può più difendersi. Noi i contributi li abbiamo versati da dipendenti sia in una cassa che nell'altra e non vogliamo altro che ci siano riconosciuti senza dover ripagare e se permettete cifre non indifferenti (300 MILA EURO PER ME SONO UN PATRIMONIO)!!!! QUELLO CHE PIù MI OFFENDe è DI PASSARE ANCHE PER IMBROGLIONA!!!!! OLTRE CHE DA UNA PENSIONE DIGNITOSA A UNA PENSIONE DA FAME DOPO AVER LAVORATO E VERSATO CONTRIBITIO X 41 ANNI. Laura Sertori
Anonimus
17/02/12 04:19
Il sonno della ragione genera mostri.
Il Signor Cirioli, presumo, sia un giornalista (ahi noi), forse un libero professionista iscritto ad una cassa professionale. Nell'ipotetico caso in cui la S.V. debba ricongiungere la propria posizione assicurativa presso l'INPS sicuramente dovrà pagare un onere (onere=quota a carico del richiedente), come giustamente afferma nella sua farneticante dissertazione, ma ciò deriva dal fatto che la sua categoria (professionisti) paga una quota RISIBILE di contributi alla cassa professionale di appartenenza, quindi è evidente che nel passaggio l'onere serve ad equilibrare la contribuzione di provenienza con quella dell'INPS. Nella gestione obbligatoria INPS i lavoratori dipendenti versano il 33% della loro busta paga, provi ad informarsi quanto paga Lei, per gli autonomi se non sbaglio è il 20% di un imponibile dichiarato dal professionista, quasi sempre il minimo, mentre il dipendente ha la trattenuta alla fonte. Inoltre, quando un lavoratore dipendente iscritto INPDAP passa alla gestione lavoratori dipendenti dell'INPS il passaggio avviene tra due gestioni uguali, cioè finanziate con i medesimi meccanismi e ALIQUOTE, ecco perché il legislatore che ha scritto la Legge 29/79 ha stabilito che dovesse essere gratuita; sa una volta i politici erano persone più preparate e le leggi le scrivevano un tantino meglio. Penso che anche sull'articolo diciotto dovrebbe approfondire l'argomento e vorrei darle ulteriori spiegazioni circa le altre affermazioni fatte nell'articolo, circa il contributivo, retributivo, ecc., ma purtroppo tali argomenti sono un pò complicati e mi sono già dilungato abbastanza. Infine un consiglio: cerchi di coltivare un pò di umiltà. Cordiali saluti.
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