Domenica 1 Agosto 2010
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Gli Usa devono restare o andarsene dall’Iraq?

9 Gennaio 2008

Nel corso della mia educazione politica, sono sempre stato dogmaticamente convinto del fatto che la domanda “Qual è la cosa giusta da fare?” avesse sempre una risposta inequivocabilmente corretta. Ora so che avevo torto. A volte non c’è una risposta giusta, anche se sappiamo di dover comunque agire in una certa maniera.

Di seguito, alcune considerazioni che dovremmo tenere presente quando ci interroghiamo su cosa fare in Iraq, dove non sappiamo - o per lo meno io non so - come sia giusto agire in questo momento specifico. Tali considerazioni restano vere, credo, sia per chi è convinto che la guerra fosse sbagliata sin dal principio; sia per chi reputa essa fosse “solo” sbagliata - anche se terribilmente sbagliata - nel suo svolgimento.

Prima di tutto, qualsiasi siano le nostre inclinazioni filosofiche, per il momento siamo tutti consequenzialisti. Non crediamo nell’esistenza di un imperativo categorico che impone a tutti i costi di restare, o di andarsene, dall’Iraq. Piuttosto, dobbiamo trovare una strategia che produca i risultati meno sfavorevoli per gli iracheni, per gli altri popoli del Medio Oriente, e per i soldati americani.

Nel valutare queste possibilità, possiamo riscontrare l’esistenza di una serie di priorità morali, che hanno preso forma sulla base di come gli Stati Uniti hanno agito in passato e di quello di cui sono capaci oggi.

La prima tra queste priorità è quella di garantire la sicurezza della popolazione curda, nonché di assicurare la relativa autonomia del Kurdistan. Abbiamo avuto a che fare con i curdi iracheni per parecchio tempo: abbiamo tradito le loro aspettative in passato, e dobbiamo fare sì che questo non si ripeta.

Il nostro secondo dovere è prevenire un massacro o una radicale sottomissione degli arabi sunniti in quello che quasi certamente diverrà uno Stato a dominazione sciita. Questo è tra l’altro anche nei nostri interessi - mentre aiutare i curdi potrebbe non esserlo -, poiché i nostri più stretti alleati nel mondo arabo sono nazioni sunnite come l’Egitto, la Giordania e l’Arabia Saudita. È probabile che l’incolumità dei sunniti richieda la concessione di un qualche tipo di autonomia, forse nel genere della soft partition già implementata in Kurdistan.

Una terza necessità, che avrei potuto benissimo porre al primo posto, è quella di garantire la sicurezza di tutti coloro che hanno direttamente contribuito alla missione in Iraq: quegli uomini e quelle donne che hanno corso rischi schierandosi in difesa dei principi di libertà e democrazia all’interno di partiti politici, sindacati e organizzazioni non governative. È probabile che si debba offrire a queste persone - e sono numerose - asilo politico negli Stati Uniti; ma ciò priverebbe un futuro Stato iracheno di molti tra i suoi più validi cittadini. Sarebbe ovviamente preferibile se un qualche processo di riconciliazione nazionale desse loro la concreta possibilità di vivere e lavorare nella loro terra d’origine. Questo dovrebbe essere il nostro obiettivo. Tuttavia, ad oggi sembra più probabile che un gran numero di iracheni dovrà cercare rifugio altrove.

La nostra quarta priorità è di contribuire ai costi di reinsediamento dei rifugiati iracheni, e con questo intendo sia i 2 milioni che hanno attraversato il confine verso la Siria e la Giordania, così come il milione o forse più che è fuggito o sta fuggendo, lasciando le proprie case per spostarsi in altre zone più tranquille del paese. Data l’entità del disastro iracheno, deve essere chiaro che “reinsediamento” non significa “ritorno”. Quindi questo concetto non può dipendere da un’improbabile vittoria, né dalla riconciliazione nazionale: si tratta di un obiettivo imprescindibile, anche se questi due ultimi scenari non si verificassero.

Il nostro quinto dovere è assicurarsi che le speranze nutrite dall’Amministrazione Bush agli inizi della missione - conseguire basi militari ed ottenere accesso diretto al petrolio iracheno - non influiscano sulla situazione corrente, prolungando la nostra permanenza militare in loco. L’unica ragione per restare in Iraq, o per ritirarci lentamente e in maniera ragionata, è prevenire un disastro maggiore di quello che abbiamo contribuito a creare sinora (anche se non per nostra unica responsabilità).

La sesta priorità è quella che ci impone di continuare a combattere, ancora più instancabilmente di quanto credevamo possibile nel 2003, contro il fanatismo jihadista e contro il terrorismo. Io non so se al Qaeda è in grado di operare in Iraq, ma individui che nutrono simpatie per al Qaeda certamente lo sono, e rientra assolutamente nei nostri diritti considerare queste persone come nemici. Combatterli richiederà una presenza militare stabile nelle province sunnite, gli unici luoghi nei quali sembriamo avere un certo successo - anche se dovremmo ricordare che le nostre vittorie sono contro terroristi che non avevano basi in Iraq sino a quando non abbiamo aperto noi stessi degli spazi che hanno permesso loro di intervenire.

Come possiamo adempiere a questi nostri doveri? Se lo scopo dei nostri sforzi militari è quello di garantire al governo iracheno il monopolio dell’uso della forza, chiaramente stiamo fallendo - se non abbiamo forse già fallito. Ci sono successi a livello locale, ma non mi sento di affermare che questo porterà ad un successo globale della missione.

Anche la nostra strategia politica non sta riuscendo, principalmente perché il governo di Baghdad che abbiamo contribuito a creare e stiamo tuttora sostenendo si è rivelato impopolare, corrotto, brutale e totalmente inefficace. Quello di cui abbiamo bisogno ora, nonostante mantenga il mio scetticismo in proposito, è uno strenuo sforzo diplomatico per convincere altri paesi ad impegnarsi attivamente: in particolar modo, le nazioni europee (ed il nuovo governo francese offre alcuni spunti interessanti in proposito), gli Stati confinanti, e le Nazioni Unite. 

Quando la rivista New Republic mi pose una domanda simile a quella che abbiamo affrontato in questo articolo, scrissi in risposta un articolo intitolato “Parlare, Parlare, Parlare”. Ma parlare non produrrà alcun risultato se ci gettiamo a capofitto nel ritiro delle forze armate.

Dobbiamo invece mantenere schierate le nostre truppe nel Kurdistan del nord, e possibilmente anche nell’ovest sunnita. Ma non vedo come possiamo chiedere ai soldati americani di rischiare le loro vite combattendo le milizie sciite, quando stiamo allo stesso tempo appoggiando un governo all’interno del quale esse si sono efficacemente infiltrate e nel quale spesso determinano le politiche d’azione. Dovremmo dunque probabilmente iniziare il ritiro dalle zone ad influenza sciita, il che significa la maggioranza del paese, proprio come i soldati britannici hanno fatto e stanno ancora facendo nel sud dell’Iraq. Non credo tuttavia che siamo pronti, o che abbiamo una qualsiasi legittimazione morale, ad abbandonare del tutto il paese.

© Dissident

Traduzione Alia K. Nardini

Michael Walzer è co-editore della rivista 'Dissent' e autore di 'Guerre Giuste e Ingiuste'.

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