Lunedì 6 Settembre 2010
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La malattia senile del cattolicesimo politico

30 Gennaio 2008

Giovedì 24 gennaio 2008 tutti i nodi del “prodismo” sono venuti al pettine. Potremmo scrivere che il secondo governo Prodi sia caduto a causa di una congiura ordita dalla magistratura, oppure dalla decisione dei poteri forti di non appoggiare più quel governo ovvero avremmo ragione di affermare che l’ennesima crisi sia dovuta al reiterato trasformismo di qualche senatore. Tutto vero: la magistratura ha tirato un evidente colpo basso al partito-famiglia-clan di Mastella, Lamberto Dini è noto da sempre che oltre se stesso e sua moglie rappresenta qualche significativo potere forte ed infine è indubbio che il trasformismo costituisce una malattia congenita della giovane e malconcia democrazia italiana; non è un caso che di simile malattia si sono giovati ed hanno patito alternativamente il centro sinistra ed il centro destra. Questa volta ne ha fatto le spese il centro sinistra in passato era toccato al centro destra.

Dunque, le ragioni della crisi sono molteplici e tutte perfettamente calzanti, ad ogni modo rappresentano l’epifenomeno di una ragione ben più profonda, le cui radici sono rintracciabili nella filosofia politica stessa del “prodismo”; una visione politica le cui radici si intrecciano con il faticoso avvento della modernità, ovvero, con una sua possibile interpretazione che ha attraversato e condizionato la storia repubblicana e che negli ultimi quindici anni ha conosciuto il concreto e legittimo tentativo di essere inverata.

Per carità di patria, con ciò non s’intende minimamente sostenere che le ragioni che oggi manifestano la crisi siano l’esito intenzionale o riflesso della suddetta filosofia! Sappiamo bene che l’interpretazione dei fenomeni sociali – in breve, fare storia – non può sfuggire dalla constatazione che istituzioni e fenomeni sociali il più delle volte sono l’esito non intenzionale – irriflesso – di azioni umane intenzionali: in definitiva, si tratta di ciò che filosofi e scienziati sociali chiamano “eterogenesi dei fini” o teoria delle unintended consequences.

Ebbene, il “prodismo” ha voluto rappresentare la forma aggiornata e a tratti sfigurata di quell’idea della modernità e del problema politico dei cattolici che considera il secolarismo e la progressiva scristianizzazione esiti necessari della vicenda storica occidentale. L’assunto teorico dal quale prende forma tale congettura è che la modernità rappresenta il luogo nel quale i cattolici sperimentano la possibilità di liberarsi una volta per tutte dalle scorie dell’“antico regime” e di congiungersi con le anime culturali più avanzate, quelle che esprimono la dinamica dell’ineluttabile “progresso”, per essere definitivamente traghettate sulla sponda della modernità, la “città ideale” dove finalmente ai cattolici è riconosciuta la piena e legittima cittadinanza democratica.

Una tale filosofia politica, prima di intercettare in Prodi il suo possibile epigono, ha conosciuto alcune tappe fondamentali. In epoca recente, come ebbi modo di scrivere su questo giornale in un precedente articolo sull’interpretazione del Concilio Vaticano II elaborata dalla cosiddetta “Officina bolognese”, guidata dal compianto professor Alberigo, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, soprattutto presso i teologi che con le loro opere prepararono i lavori del Concilio, si andava diffondendo la convinzione che la filosofia del futuro dovesse essere necessariamente una “filosofia dell’uomo” che conciliasse l’esistenzialismo ateo con quello religioso. Era altrettanto forte la convinzione che, in virtù di tale conciliazione, il secondo avrebbe avuto la meglio sul primo. Ad ogni modo, accanto a ragioni di ordine politico e sociale, sono in molti a riconoscere che motivi di carattere intellettuale furono alla base della crisi post-conciliare, ed in particolare, del cedimento dell’esistenzialismo religioso nei confronti di quello ateo e del confluire di quest’ultimo nel marxismo. In seguito a questa evoluzione dell’esistenzialismo, i cosiddetti “progressisti”, affinché potessero dialogare con la modernità, si videro costretti a notevoli cedimenti nei confronti del marxismo.

La crisi della Democrazia Cristiana ed il suo successivo scioglimento all’inizio degli anni Novanta sembrarono spianare la strada verso ciò che appariva alla mente di illustri intellettuali cattolici e non come l’esito inevitabile del problema politico dei cattolici in Italia. A questo punto, una parte della classe dirigente del Partito Popolare Italiano, considerando la vittoria congressuale di Rocco Buttiglione alla segreteria del partito un incidente di percorso ed una perversione rispetto all’ineluttabile destino dei cattolici in politica, individuò in Prodi colui che, in chiave tecnocratica e post-ideologica, avrebbe potuto realizzare il traghettamento dei post-democristiani verso i post-comunisti e la conciliazione dei primi con la democrazia. La DC aveva esaurito il suo compito storico, quello di convertire i cattolici alla democrazia, non le restava altro che suicidarsi. Oggi il “prodismo” è in crisi e con esso appaiono tramontate le ragioni che avrebbero dovuto legittimare questa interpretazione della modernità e dello stesso ruolo della DC.

Al “prodismo” – un “dossettismo” aggiornato e sfigurato in chiave tecnocratica (si consideri l’intervista di Angelo Rovati a Lucia Annunziata e il riferimento alle nomine degli enti pubblici) – da sempre si è contrapposta l’idea “leoniana”, “sturziana” e “degasperiana” di democrazia cristiana. Secondo questa interpretazione, il partito, piuttosto che vestire gli abiti di Caronte, avrebbe il compito di veicolare il concetto che la democrazia – e con essa la modernità – perché si preservi e prosperi è opportuno che incontri il messaggio e la testimonianza cristiana. È questa la risposta al problema politico dei cattolici, un problema che la fine del “prodismo” e la nascita del PD consentono di ripensare in chiave sturziana e degasperiana.

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