Sin dall’inizio, l’eccidio di
Erba sembrava fatto apposta per popolare gli studi televisivi e le pagine dei
quotidiani. Gli ingredienti per farne il nuovo caso Cogne c’erano tutti: una
strage clamorosa, con vittime di emblematica innocenza, tra cui ancora una
volta un bimbo; un indiziato iniziale sin troppo facile da accusare, parente
delle vittime ma “pecora nera” della famiglia; un prezioso testimone
miracolosamente scampato che scardina i soliti sospetti; e infine due imputati
tanto normali da essere inquietanti, che confessano tutto e poi ritrattano.
Sullo sfondo, due scenari di ordinaria follia: quello familiare e quello condominiale, entrambi per qualche ragione degenerati, fino alla drammatica conclusione. In entrambi i casi: perché la sorte di Azouz Marzouk, il tunisino padre e marito di due delle vittime, risultato estraneo alla strage ma poi ricaduto nei trascorsi di spacciatore, non è meno tragica dei quella dei coniugi Romano, i vicini di casa maniaci dell’ordine e del silenzio tanto da trasformarsi in assassini. Almeno, non agli occhi dell’opinione pubblica: la compravendita di biglietti per assistere al processo per l’eccidio è l’altra faccia dei ricchi gettoni di presenza corrisposti a Marzouk per comparire in televisione o in discoteca, per indossare occhiali da sole o per le serate come ospite d’onore, prima che le indagini, attraverso le intercettazioni ambientali, lo incastrassero. Le molte persone in coda sin dall’alba di fronte al tribunale per aggiudicarsi uno dei sessanta biglietti a disposizione non sono diverse dalle 150 famiglie che si erano offerte di ospitare in casa propria il tunisino per gli eventuali arresti domiciliari.
Intendiamoci: gli ammiratori dei criminali
da cronaca nera non sono un fenomeno nuovo né recente, e se Rosa Bazzi e Olindo
Romano ricevono in carcere le lettere di persone che credono alla loro
innocenza, sono in buona compagnia: tra gli ultimi Amanda Knox, Erika De Nardo,
e il “capostipite” Pietro Maso sono stati subissati dalle missive che
testimoniavano solidarietà, vicinanza o addirittura amore. Allo stesso modo, la
spettacolarizzazione della giustizia non è stata inventata dalla televisione:
le masse hanno sempre amato assistere a processi ed esecuzioni, che fossero di
streghe arse vive, di re ghigliottinati, di delinquenti comuni impiccati o di
detenuti nel braccio della morte destinati a un’iniezione letale. Ma grazie ai
mass media le due facce della reazione popolare di fronte al crimine sono ormai
una sola.
Nel caso di Erba, come già era stato tentato in quello del piccolo Tommaso Onofri, i mass media hanno esercitato una funzione livellatrice, presentando tutti i personaggi della vicenda come colpevoli, indipendentemente dal loro ruolo. Ma tutto ciò non è avvenuto nel nome di una risentita condanna morale, bensì sotto l’aspetto della morbosa indagine dei particolari privati (privati, non umani: l’importante non è comprendere, ma svelare). E’ l’effetto collaterale dell’incontro tra lo spettacolo che deve continuare e il solito giustizialismo, nutrito di clamore molto più che di rettitudine: se tutti sono colpevoli, finisce per non esserlo nessuno. Vittime e carnefici si dissolvono così nella superiore dimensione della notorietà nazionale, e restano solo protagonisti di primo o second’ordine, passibili in egual misura di ammirazione o condanna, di fare i testimonial di moda o di essere fischiati in un’aula di tribunale; amati o odiati, indifferentemente, purché intervistati.

