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Lunedì 15 Marzo 2010
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Santoro, chi di pluralismo ferisce di pluralismo perisce

1 Febbraio 2008

In principio fu il risarcimento. Quello milionario che la RAI fu condannata a pagare nel 2004 dal Tribunale del lavoro di Roma per l’allontanamento dal video di Michele Santoro, giornalista, estromesso dall’azienda radiotelevisiva pubblica nel 2002. Pochi ricordano che, in quell’occasione, la mossa della TV di Stato era stata preceduta da un richiamo ufficiale dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni per la trasmissione Sciuscià, condotta da Santoro, nella quale – si leggeva nel richiamo - «si rilevano gravi violazioni del principio del pluralismo informativo, consistenti nel costante disequilibrio tra le contrapposte posizioni politiche espresse, sia in termini di numero degli ospiti in studio, sia in termini di durata degli interventi a cui si aggiungono il comportamento fazioso del conduttore e la presenza del pubblico schierato per una delle posizioni». Eppure, il giudice del lavoro ritenne che le motivazioni di tutela aziendale non fossero sufficienti alla cacciata di Santoro, e ne sancì il diritto ad essere reintegrato in prima serata. Ciò che avvenne nel 2006, con il ritorno del centrosinistra al governo: la partenza di “Annozero”, la nuova trasmissione di Santoro, fu salutata dagli antiberlusconiani come il ripristino della libertà di parola dopo il regime imbavagliatore.

A seguire, arrivò un secondo risarcimento. Quello chiesto da Santoro all’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella, colpevole di aver reso noto il compenso percepito dal conduttore per la stessa trasmissione. In realtà, quella di Mastella era stata poco più che una battuta, seguita allo scontro in diretta tra il giornalista e il ministro, ospite di una puntata di “Annozero”. Mastella aveva lasciato polemicamente lo studio durante la puntata sul Gay Pride, subito scomunicato da un sermone di Santoro, che aveva stigmatizzato nel suo gesto l’”arroganza della politica”. Ci vuole un bel coraggio, chiosò il capo dell’Udeur, a parlare di arroganza della politica quando si guadagna circa un milione di euro l’anno. Al giornalista non sembrò un’attenuante il fatto che si trattasse palesemente di una cifra azzardata (come lo stesso Santoro ammise rivelando poi di persona l’esatto ammontare dello stipendio, 250mila euro), fornita da Mastella in replica a un attacco indiscriminato, partito quando era ormai impossibile ogni replica. In quest’occasione, il governo di centrosinistra cominciò a sospettare che l’allontanamento di Santoro dalla RAI non fosse poi così infondato, e che le ragioni andassero cercate in altri fattori che non il pronunciamento berlusconiano più noto come l’”editto bulgaro”. Lo stile di Santoro non era sostanzialmente mutato rispetto all’epoca della cacciata: parzialità, faziosità, mancanza di equilibrio, e un’evidente aspirazione a fare dello studio televisivo il surrogato mediatico di un’aula di tribunale, nella quale – beninteso – a celebrare l’incontestabile processo era lo stesso Santoro con i suoi chierichetti (allo storico Ruotolo si erano aggiunti Travaglio e Vauro). Ma a farne le spese ora, oltre a Berlusconi e alla sua parte politica, sembrava essere la stessa maggioranza sotto la cui ala protettiva era maturato il ritorno del giornalista.

La storia si conclude con un terzo risarcimento: quello per i telespettatori. Un nuovo pronunciamento dell’Autorità Garante delle Comunicazioni sancisce oggi ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno, che “Annozero”, la trasmissione-simbolo della ritrovata libertà di informazione, è di fatto una violazione continua al pluralismo; quello stesso nel nome del quale il suo conduttore, Michele Santoro, è stato riaccolto a braccia aperte di mamma RAI, con il famoso microfono tutto suo. Non pago di affermare a chiare lettere che “in Tv il processo, lo pseudo processo o la mimesi del processo non si possono fare” e che “l'informazione deve essere equilibrata, obiettiva e deve garantire il contraddittorio senza anticipare giudizi su questioni ancora subiudice", il presidente dell’AGCOM Calabrò ha fatto intendere che non ci saranno sconti per chiunque voglia coprire ancora l’operato scorretto di Santoro. A fare le spese dell’eventuale perseveranza nella violazione dei “principi di imparzialità e parità di trattamento nella consumazione del contraddittorio" saranno infatti i dirigenti RAI responsabili, verso i quali l’autorità chiederà alla TV di Stato di attivarsi. Resta un solo dubbio: ma ora che gli spettatori sono stati ripetutamente ingannati, ora che l’arbitrio di un tribuno è stato fatto passare ai loro occhi per diritto inviolabile, ora che i loro soldi sono stati copiosamente spesi per risarcire chi li aveva danneggiati, ora chi li risarcirà?

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Commenti
Anonimo
02/02/08 12:52
evviva il giornalismo senza partito
che vi piaccia o no santoro travaglio e tutti coloro che raccontano i fatti cosi'come sono'ci permettono di usare la testa.toccano destra e sinistra senza peli sulla lingua,per questo sono degni di essere chiamati giornalisti,e'democrazia
03/02/08 13:07
Informazione e contraddittorio
I fatti sono i fatti. Cuffaro ha incontrato dei mafiosi (alcuni per sua ammissione) e li ha favoriti. Vero o falso? Più volte è stato invitato. Ed ha anche partecipato. Ad ogni trasmissione ci sono persone della parte avversa. Che difendono Cuffaro, legittimamente. Anche se poi, se c'è una sentenza che parla, dove sta il comportamento scorretto? E' Cuiffaro da biasimare per aver commesso quei fatti, o un giornalista che per deontologia quei fatti ACCERTATI deve presentarli? Un'idea strana del contraddittorio e della diffamazione... Non capisco perché l'authority, si arrabbi, dunque... Ora, Santoro non piace neanche a me, come persona. Ma i giornalisti della sua redazione sono coraggiosi e professionali. Non si antepongono né si sostituiscono ai giudici: un giornalista si occupa di fatti, un giudice di reati. Santoro e/o Travaglio hanno dato informazioni false? Hanno compromesso indagini in corso? Hanno diffamato o calunniato qualcuno? Se sì, ciò vada dimostrato, sui giornali ed eventualmente (se qualcuno si reputa danneggiato) in tribunale. L’onere della prova sta all’accusa, come tutti ben sappiamo. Se non piacciono perché parlano di cose scomode, e magari li si invidia pure sotto sotto… Fatto personale, non professionale. Legittimo, ma personale. A me, come fruitore di programmi d’informazione, interessa se una notizia sia vera o falsa, se sia attendibile o se sia una stronz@ta manifesta, non se mi sia antipatico o meno colui che queste informazioni me le dà. Un giornalista deve dare informazioni, questo il suo compito.
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