L’American Enterprise Institute, storico think tank che dal 1943 si occupa di promuovere la ricerca e il dibattito in merito a temi di economia, politica, benessere sociale, istruzione e immigrazione, prosegue con la propria analisi elettorale, che continuerà sino ad esaminare il voto negli USA del 4 novembre. Una commissione di esperti, giornalisti ed analisti politici d’oltreoceano ha commentato il voto di preferenza già espresso nei caucuses dell’Iowa, New Hampshire, Nevada, Michigan e Carolina del Sud, avanzando anche un breve commento riguardo alla situazione in Florida ed azzardando alcune previsioni sul Super Duper Tuesday.
Apre i lavori Karlyn Bowman, scienziata politica ed editorialista per l’AEI, la quale richiama l’attenzione degli analisti su quella che definisce “una tendenza preoccupante per il Partito Repubblicano”: si tratta del fenomeno noto come voter self-identification, ovvero la capacità e la volontà degli elettori di riconoscersi in un dato movimento politico. Se negli anni passati i votanti si ritrovavano in ogni schieramento in egual misura, nel corso del mese di gennaio è stato confermato che sono i Democratici a credere maggiormente nel proprio partito: un sondaggio Gallup ha stabilito che il Partito Democratico ha guadagnato fiducia da parte dei propri elettori con un margine del’11% rispetto al Grand Old Party.
Tuttavia, prosegue Bowman, non si può ancora dare niente per scontato. I candidati Repubblicani, in particolare l’ex senatore dell’Arizona John McCain, hanno saputo mettere in difficoltà sia Barack Obama che Hillary Clinton nei dibattiti pubblici; ed in generale hanno dimostrato la volontà di contendere ai Democrats la preferenza dei cosiddetti swing voters, gli indecisi che potrebbero fare la differenza nella campagna elettorale per la Presidenza.
Un'ultima tendenza su cui la studiosa dell’AEI si è soffermata riguarda quello che il notissimo giornalista e pundit Chris Matthews ha definito “the polling nightmare”, ovvero il disastro relativo alle inesattezze nel conteggio dei voti del New Hampshire -in particolar modo in campo Democratico. La trascuratezza e superficialità delle interviste telefoniche, la disparità tra i sondaggi pre-elettorali e gli exit polls, il fatto che i voti conteggiati manualmente favorissero Obama mentre gli scrutini automatici accordassero la vittoria a Hillary, nonché la copertura parziale e imprecisa dei media, non hanno permesso secondo Bowman di tracciare un appropriato quadro delle predilezioni dei votanti; si tratta indubbiamente di una pessima prestazione da evitare in occasione dei prossimi caucuses. Per di più, prosegue la studiosa, non si è prestata sufficiente attenzione al diffuso rifiuto degli elettori di entrambi gli schieramenti a farsi intervistare, nonché a spiegare le proprie preferenze politiche: tutto questo, argomenta Bowman, può essere interpretato come sintomo di un disagio ben più grande nei confronti dell’establishment, che potrebbe sfociare in una bassa affluenza alle urne in occasione del voto del novembre prossimo; sarebbe inoltre un ulteriore segno del preoccupante allontanamento della politica dal sentire della gente comune.
Dall’incapacità di entrambi i partiti non solo di scegliere un candidato su cui scommettere, bensì di approvare una linea elettorale comune a tutto lo schieramento in grado di riscuoter successo tra gli elettori, scaturisce la riflessione di Michael Barone, analista politico e giornalista per U.S. News & World Report. Lo studioso dell’AEI, proseguendo la riflessione della collega Bowman riguardo alla mancanza di un concorrente chiaramente in vantaggio in ognuno dei due partiti, valuta il recente ritiro da parte Repubblicana del reaganiano Fred Thompson come fattore di minimo disturbo nella competizione tra i candidati principali del Grand Old Party. L’elettorato di destra sembra nel complesso preferire McCain, nota Barone, possibilmente in seguito al rinnovato interesse per temi di ordine e sicurezza pubblica, anche oltreoceano -e qui lo studioso fa particolare riferimento all’assassinio di Benazir Bhutto in Pakistan.
Norman J. Ornstein, scienziato politico ed esperto di politiche pubbliche, vede più che altro i caucuses come una battaglia da parte di entrambe i partiti mirata a sperimentare tattiche politiche e a conquistare delegati; in quest’ottica, né i Democratici né i Repubblicani dimostrano di aver già scelto definitivamente una linea d’azione. A questo punto i Repubblicani devono impegnarsi a stabilire una strategia comune: se investire nella competizione senza esclusione di colpi, per aumentare i propri sostenitori in quegli stati tradizionalmente misti (come ha fatto Rudy Giuliani in Florida, seppur con risultati poco apprezzabili); oppure se lavorare alacremente per piegare gli avversari dove le preferenze sono già forti (la tattica di Mitt Romney in Michigan).
Per parte Democratica, prosegue Ornstein, il serrato confronto tra Hillary Clinton e Barack Obama aumenta la preoccupazione degli elettori verso l’incapacità del partito di scegliere chiaramente il proprio leader -situazione che potrà durare, agli occhi dello studioso dell’AEI, sino alla convention nazionale. A questo punto, potrebbe accadere che colui o colei che verrà nominato si troverà a dover scegliere l’altro candidato come running mate (e dunque possibile vicepresidente). Questa strategia potrebbe rivelarsi tuttavia dannosa nella corsa alla Casa Bianca, poiché eventuali compromessi tra la linea politica di Clinton e quella di Obama potrebbero causare disaffezione negli elettori sin dalla campagna elettorale. Clinton si è dedicata a conquistare l’elettorato ispanico, trascurando i temi importanti per le comunità afroamericane; e seppur questa strategia potrebbe consentirle di vincere le primarie, sarà difficoltoso per qualsiasi candidato Democratico conquistare la Presidenza senza l’appoggio degli afroamericani. Inoltre, sia Clinton che Obama hanno una propria identità politica, ed è possibile ipotizzare ragionevolmente che in un’Amministrazione Democratica di coabitazione sorgerebbero disaccordi e dissapori in merito ai piani di governo da adottare.
John C. Fortier, scienziato politico ed editorialista, conclude questo secondo appuntamento dell’AEI rimarcando come l’America del 2008 sembri ad un primo sguardo favorire decisamente i Democratici; il Partito Repubblicano, secondo lo studioso, ha perso competitività particolarmente nei confronti dell’elettorato moderato, il quale è spesso vulnerabile alle promesse della sinistra tecnocratica ed idealista. Fortier prevede che, in occasione delle elezioni per il Congresso del 2008, il Grand Old Party soffrirà pesantemente a causa della mancanza di una posizione Repubblicana moderata in grado di raccogliere ampi consensi nel partito; inoltre, le volontà di abbandono di carriera per limiti d’età, manifestate da numerosi personaggi politici che in passato hanno dato corpo e vigore al Partito Repubblicano, non fanno altro che accentuare il vantaggio dei Democratici nelle future elezioni per la House of Representatives. Tuttavia, non è ancora detto se tutto questo si tradurrà nell’insediamento di un Presidente Democratico alla Casa Bianca. I giochi sono ancora aperti.

