Martedì 25 Novembre 2014
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10 anni e 1.000 frustate al blogger che critica gli ulema

17 Maggio 2014
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Altro schiaffo ai diritti umani giunge dall’Arabia Saudita, Stato dove regna ancora oggi lo wahabismo, ma che una parte dell’Occidente continua a considerare “islamico moderato” perché dispone di un mare di petrolio. Il blogger liberale Raif Badawi, classe 1982, sposato e padre di tre bambine, mercoledì 7 maggio è stato condannato a 10 anni di reclusione, 1.000 frustate ( praticamente una condanna a morte) e a 250.000 dollari di multa con l’accusa di apostasia per aver attaccato sul sito “Free Saudi Liberals” alcuni ulema.

Badawi nel 2008, sul suo blog, su Facebook e su Twitter, ha criticato alcuni ulema e la cosiddetta “Commissione per la promozione del bene e il divieto del male”, cioè la famigerata polizia religiosa (muttawa) che pattuglia le strade saudite con l’incarico di far rispettare la sharia, la legge islamica. Come se loro che sono l’emblema dell’oscurantismo contro la libertà religiosa, la libertà di pensiero, la libertà d’espressione e contro i diritti delle donne, fossero le personificazioni dell’islam.

Raif è stato arrestato nel 2008 e rilasciato dopo un giorno di carcere, ma gli è stato proibito di uscire dal Paese e il suo conto in banca è stato bloccato nel 2009. E’ stato incarcerato di nuovo nel 2012 e il 30 luglio 2013 la Corte distrettuale di Gedda l’ha condannato a 600 frustate per aver fondato un sito liberale che, recitava l’accusa, “violava i valori islamici e propagava il libero pensiero”. La corte ha anche ordinato che il sito venisse chiuso.Il 26 dicembre Ensaf Haidar, la moglie di Raif, ha dichiarato la CNN che lui rischiava la pena di morte per apostasia, sentenza che gli è stata di fatto comminata il 7 maggio (la condanna per apostasia comporta tra l’altro l’obbligo di divorziare per il coniuge del “reo”).

Nel frattempo è finito in carcere anche il avvocato del blogger, Walid Abu al-Khair, accusato di “disobbedienza nei confronti del sovrano”, “mancanza di rispetto nei confronti delle autorità”, “offesa del sistema giudiziario”, di “incitare le organizzazioni internazionali contro il Regno saudita” (paradossalmente in conformità con la legge antiterrorismo del Paese approvata il 16 dicembre 2013) e di aver fondato “senza esserne autorizzato” l’ associazione per i diritti umani “Monitor of Human Rights in Saudi Arabia”.

Finora non sono serviti a nulla gli appelli e le manifestazioni a livello internazionale. Anche a Roma, nel gennaio scorso, si è tenuta una dimostrazione davanti all’Ambasciata saudita: è stata una delle prime in sostegno di Raif Badawi. Sabato 3 maggio hanno avuto luogo manifestazioni in Paesi come la Svezia, la Svizzera, il Canada, la Spagna ed altri ancora. Anche Amnesty International e il Center for Inquiry, “una società americana basata sulla scienza, sulla ragione, sulla libertà d’indagine, e i valori umani”.
 

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