Venerdì 12 Marzo 2010
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L'ipocrisia di sinistra sui faccia a faccia

25 Marzo 2008

Il faccia a faccia è un “diritto” degli italiani? L’affermazione fatta ieri dall’ex ministro delle Comunicazioni Gentiloni, a proposito della presunta riluttanza di Silvio Berlusconi a confrontarsi in diretta televisiva con Veltroni, suo principale (ma non unico) avversario nella corsa a Palazzo Chigi, è quanto meno opinabile.

Non solo, e non tanto, perché la formulazione scelta da Gentiloni per la sua provocazione (perché di questo si tratta) trasforma impercettibilmente - ma neppure tanto - in un vero e proprio “dovere” quella che le norme vigenti prevedono come una semplice possibilità. Non solo, e non tanto, perché Gentiloni sa benissimo che il Cavaliere non ha mai sostenuto l’impossibilità del confronto televisivo, come l’ex ministro sostiene; ma si è limitato ad accreditare l’opinione di alcuni dei principali giornalisti e direttori di testate televisive e non, che hanno fatto rilevare l’estrema difficoltà di un confronto televisivo tra tutti i candidati premier alle prossime elezioni: molti più di due, e secondo i regolamenti vigenti tutti ugualmente titolati a partecipare a un eventuale faccia a faccia (a faccia, a faccia, a faccia...).

Il problema è un altro: che il confronto TV si “debba” svolgere, pena la decadenza di uno dei fondamenti della democrazia italiana, è una vera e propria mistificazione. Per comprenderlo, basta tornare con la memoria alla storia recente delle elezioni politiche, almeno dalla discesa in campo di Berlusconi ai giorni nostri: vale a dire, da quando alla sfida politica corrisponde un’analoga sfida televisiva.

Nel 1994, di fronte a un Berlusconi rampante, neo-leader del Polo della Libertà e del Buongoverno, che disponeva in totale libertà della sua potenza di fuoco comunicativa, si parò un Occhetto visibilmente impreparato, capo della coalizione dei Progressisti - non candidato premier, dal momento che l’idea stessa di poter indicare nel segretario del principale partito il futuro presidente del Consiglio era del tutto estranea alla cultura politica ancora dominante. All’epoca, gli avversari di Berlusconi non si sottrassero al confronto per la semplice ragione che non avevano la più pallida idea di cosa significasse: fu gioco facile attirare Occhetto nella tana del lupo, a Canale 5, davanti a Chicco Mentana, e surclassarlo. Memorabile la battuta con la quale il Cavaliere seppellì la “gioiosa macchina da guerra” dell’avversario: alla domanda del giornalista su come avrebbe passato l’ultimo periodo di campagna elettorale, Occhetto rispose che si sarebbe rilassato in barca, e Berlusconi colse la ghiotta occasione per ribadire che lui invece avrebbe approfittato fin dell’ultimo momento per lavorare. Il resto è storia: pidiessini e soci si resero conto troppo tardi di aver del tutto sottovalutato le potenzialità dello strumento televisivo (al punto che Occhetto si era presentato vestito come per una scampagnata, con una giacchetta marrone e un gilettino pastello), e corsero ai ripari.

Da un lato, cominciò a consolidarsi lo spettro della par condicio, evocato da Oscar Luigi Scalfaro e da allora sinistramente aggiratosi nella politica nostrana; dall’altro, cominciarono ad affinarsi gli strumenti della comunicazione mediatica e l’attenzione all’immagine trasmessa ai telespettatori, anche da parte degli antiberlusconiani. Nel 1996, Berlusconi affrontò in televisione Romano Prodi in una duplice occasione: da solo a solo, ancora nello studio di Mentana, e in un confronto a squadre nel programma di Lucia Annunziata “Linea tre”. Stavolta la coalizione di centrosinistra mostrò maggiore avvedutezza: da Mentana, Prodi segnò diversi punti a suo vantaggio, dapprima apostrofando il Cavaliere con le storiche battute sul conflitto di interessi (“lei ha un fratello e tre televisioni, io otto fratelli e neppure un giornale”; “persino questo microfono è suo!”), e poi rivolgendosi direttamente ai telespettatori (specialmente i cattolici) con lo sguardo fisso in camera, per sottolineare l’equivocità del rapporto tra il centrodestra e i Radicali (in quel momento ancora incerti se allearsi o meno con Berlusconi). Nel programma della Annunziata, ad affondare il Cavaliere ci pensò una ancor giovane Melandri, che portò la discussione sul tema della sanità, riuscendo a far apparire il centrodestra come il demolitore dello stato sociale.

Cinque anni più tardi, Berlusconi spiazzò tutti abbandonando per primo il terreno che proprio lui aveva eletto a preferenziale: consapevole delle opportunità offerte dello strumento, tanto quanto dei rischi, rifiutò il confronto televisivo con Francesco Rutelli, candidato premier per l’Ulivo, adducendo come motivazione il fatto che il vero capo della coalizione avversaria era Massimo D’Alema, e dunque non avrebbe avuto senso discutere con una sorta di portavoce. Il Cavaliere, nettamente favorito, premeva per non prestarsi al faccia a faccia con il suo avversario, da cui non avrebbe avuto che da perdere; dal canto suo, il candidato oppositore sfoderava già quelli che sarebbero poi diventati gli argomenti classici per attirarlo sul terreno dello scontro, partendo dall’accusa di codardia per arrivare a quella di voler violare le regole del gioco, mettendo a rischio la democrazia. Niente di nuovo sul fronte politico, e tanto meno televisivo: lo stesso copione sarebbe infatti stato recitato, a parti invertite, nel 2006, quando a dimostrarsi riottoso sarebbe stato Romano Prodi, senza tuttavia riuscire a sottrarsi alla sfida. Il pegno da pagare, per un Berlusconi ansioso di incontrarlo di fronte alle telecamere, è sottoporsi a quello che verrà probabilmente ricordato come il più mefitico, noioso e ingessato faccia a faccia tra candidati alla presidenza del Consiglio della Seconda Repubblica. La par condicio è ormai diventata una grigia realtà, e nel nome dell’assoluta correttezza impone ai due sfidanti regole che soddisfano pienamente le anime belle, ma sarebbero sembrate rigide persino al regime staliniano. Nel match di andata, a salvarsi dall’oblio è unicamente la battuta di un Berlusconi altrimenti in scarsa forma, che risponde a Prodi “mi stropiccio gli occhi e anche le orecchie”; in quello di ritorno, si ricorda il coup de theatre finale di Berlusconi, che promise a sorpresa in diretta TV l’abolizione dell’ICI.

E’ dunque la storia stessa dei duelli televisivi a svelare l’inaccettabile l’ipocrisia di chi oggi coglie l’ennesima occasione per delegittimare il leader del Popolo della Libertà, cui si addebita un attentato alla democrazia; ma che in realtà non fa che comportarsi esattamente come i suoi detrattori fecero non molto tempo fa, e come farebbe chiunque fosse minimamente consapevole dell’utilizzo degli strumenti comunicativi in politica. Con l’aggravante che oggi, a sconsigliare oggettivamente il famoso confronto, è il sistema che, causa la numerosità dei candidati premier, promette di riservare ai poveri telespettatori un tormentone di proporzioni bibliche. Un sistema voluto principalmente da chi, in questi quattordici anni, non ha mai smesso di considerare la televisione un mero rischio, senza guardare al suo aspetto di opportunità; e che oggi vorrebbe imporre questa prospettiva proprio a chi ha saputo valorizzare le opportunità, pur senza dimenticare i rischi; e ne raccoglie ancora i frutti.


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Commenti
Germano
31/03/08 16:36
Gentiloni
L'ex ministro Gentiloni si è sempre caratterizzato,e anche in quest'occasione non si smentisce,per gli attacchi acrimoniosi,astiosi e in puro stile prodiano verso Silvio Berlusconi;purtroppo la sua proposta di legge di riforma del servizio radiotelevisivo non ha avuto fortuna con il suo governo,cionondimeno il sullodato non perde occasione per scagliarsi contro il premier del PdL.purtroppo per lui però anche ora non avrà più fortuna delle altre volte;forse sarebbe meglio se si dedicasse ad altro.
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