L’American Enterprise Institute di Washington prosegue con il suo esame del voto negli Stati Uniti. Recentemente una commissione di esperti, giornalisti ed analisti politici ha commentato la corrente situazione delle primarie americane, confrontandosi su temi come il conflitto in Iraq e l’economia, approfondendo la corsa verso le presidenziali e delineando un possibile scenario per le elezioni congressuali.
La studiosa Laura Drinkwine ha aperto i lavori con una constatazione interessante: soltanto qualche mese fa si supponeva che le primarie presidenziali Democratiche si sarebbero concluse con l’affermarsi di un candidato in tempi relativamente brevi, mentre i Repubblicani si sarebbero contesi il titolo fino alla convention nazionale estiva. Si pensava inoltre che la guerra in Iraq -o quantomeno la politica estera- si sarebbe attestata come il tema dominante delle campagne elettorali di entrambe i partiti. Tuttavia oggi assistiamo ad una curiosa inversione di tendenza: McCain si è già assicurato la nomination del Grand Old Party, mentre Barack Obama fatica a qualificarsi come standard bearer del Partito Democratico, avversato tenacemente -ed abilmente, potremmo aggiungere- da Hillary Clinton; oltre a ciò, le riflessioni riguardanti il panorama politico in Iraq sono considerate sempre più marginali, inesorabilmente scivolate nell’ombra rispetto all’interesse crescente dei cittadini verso la situazione economica nazionale.
Karlyn Bowman, scienziata politica ed editorialista per l’AEI, prosegue rilevando alcuni punti di forza ed%0D eventuali debolezze dei candidati in corsa verso le presidenziali, notando comunque che è spesso la prima impressione a fare la differenza. Questo risulta decisamente problematico per Hillary Clinton, che solo il 44% degli americani reputa “onesta e meritevole di fiducia”, mentre Obama e McCain hanno ottenuto rispettivamente il 63 e 67 per cento nei sondaggi. Inoltre, Clinton potrà certo vantare una maggior esperienza politica nei confronti del suo rivale diretto, ma Obama ha ottenuto un più alto numero di preferenze da parte dei cittadini quando è stato loro chiesto “chi sareste più orgogliosi di avere come Presidente”. Intanto, McCain continua ad affermarsi nella percezione comune come il candidato più abile nel gestire i vari temi di sicurezza nazionale, incluso lo scenario iracheno.
Riguardo al tema che più preoccupa gli americani oggi, Norman J. Ornstein -scienziato politico ed esperto di politiche pubbliche- rimarca come il pessimismo nei confronti della situazione economica sta toccando i massimi storici, giungendo a livelli manifestatisi negli Stati Uniti soltanto negli anni 1979-80. Un recente sondaggio condotto da Gallup/USA Today ha riportato come l’86 per cento degli intervistati reputi Obama o Clinton maggiormente in grado di amministrare l’economia americana rispetto a McCain. Per questo, puntualizza Ornstein, è opportuno richiamare il candidato Repubblicano ad una maggiore cautela nei rapporti con la presente Amministrazione, percepita come la causa primaria della crisi che ha investito gli USA oggi: il 76 per cento della popolazione difatti ritiene che il prossimo Presidente degli Stati Uniti dovrà adottare un atteggiamento differente da quello di George W. Bush nei riguardi dell’economia.
D’altro canto, anche le difficoltà che Barack Obama si trova ad affrontare sembrano assumere proporzioni considerevoli, specialmente in relazione ai sentimenti di patriottismo del proprio elettorato. Le critiche sono piovute infatti su Obama dopo che il suo pastore, il Rev. Jeremiah Wright, ha espresso in un suo recente sermone sentimenti ritenuti dalla stampa “antiamericani”. Come ha sottolineato anche Charles Murray, W.H. Brady Scholar presso l’AEI dal 2003, la risposta di Barack Obama alle polemiche è stata convincente e decisamente brillante; tuttavia, l’accusa di antiamericanismo è uno spettro dal quale il candidato Democratico dovrà con tutta probabilità continuare a tutelarsi, come hanno dimostrato anche i velenosi commenti che hanno accompagnato la sua decisione di non indossare la spilla con la bandiera americana sul bavero della giacca (notata con rigorosa puntualità dai media statunitensi); oppure il forse poco appropriato commento della sua consorte in occasione di un discorso pubblico, dove la signora Obama ha dichiarato “per la prima volta di sentirsi orgogliosa di essere americana”. Al di là di qualsiasi giudizio di merito, prosegue Michael Barone (analista politico e giornalista per U.S. News & World Report), le accuse di antiamericanismo rivolte a Barack Obama potrebbero costargli la simpatia e dunque il voto di parecchi elettori Democratici, specialmente in quanto tali imputazioni minano le basi del suo appello all’unità dell’America, facendo apparire il motto di Obama “we can” come un mero e vacuo slogan elettorale.
Nonostante la copertura negativa a lui stata riservata da una sezione della stampa nazionale, ed i recenti successi di Hillary Clinton nelle primarie di Texas e Ohio, Norman J. Ornstein -scienziato politico ed esperto di politiche pubbliche- ritiene che Obama sia ancora il favorito alla nomination in campo Democratico e che sarebbe impossibile per Clinton recuperare il divario tra i propri delegati e quelli conquistati dall’avversario. Ciò nonostante, John C. Fortier -scienziato politico ed editorialista- sottolinea come il costante flusso di superdelegati che sembrava in deciso spostamento verso Obama, specialmente dopo le sue undici vittorie successive al Super Tuesday, sembra essersi ridimensionato. Ora a Hillary non resta altra scelta che vincere con un margine consistente in Pennsylvania per poter restare in gara nel mese di giugno. La decisione di non ripetere il voto in Michigan e Florida (dove l’organizzazione nazionale del Partito Democratico ha punito le proprie sezioni Statali per aver tenuto le primarie prima del 5 febbraio, data stabilita ufficialmente per l’inizio delle primarie stesse) è stata un duro colpo per la campagna di Clinton: il numero di candidati che Hillary avrebbe potuto assicurarsi in caso di un risultato positivo in Michigan e Florida avrebbe potuto infatti rivelarsi decisivo per il tanto agognato recupero nei confronti di Obama.
In ultimo, puntualizza Michael Barone, la sfida tra i due candidati Democratici verrà decisa dai superdelegates -quei membri della Commissione Nazionale Democratica che vengono eletti secondo gli stessi parametri di Senatori e Governatori, che non sono tenuti ad indicare la propria preferenza in relazione alla propria candidatura e non sono in competizione internamente al partito per la propria elezione. Se Clinton riuscirà a creare un consenso in dirittura d’arrivo alla convention, mobilitando le coscienze attraverso un’attenta operazione mediatica che conquisti il cuore -e il portafoglio- degli americani, è possibile che i superdelegati siano maggiormente disposti a sostenere la sua candidatura piuttosto che quella di Obama.
Barone ha affermato dunque come quest’anno i superdelegates decideranno tra il primo candidato afroamericano e la prima donna candidati alla Presidenza degli Stati Uniti: anche per questo, Stati tradizionalmente percepiti come “rossi” o “blu” potrebbero cambiare drasticamente orientamento politico in seguito alla scelta del candidato ufficiale del Partito Democratico, scegliendo per quale partito votare anche in base a considerazioni di genere o di colore. Su questo punto, il notissimo analista politico ha richiamato l’attenzione degli studiosi alla recente conferenza sull’analisi dei dati elettorali in relazione a quelli demografici, svoltasi il 29 febbraio scorso con il patrocinio dell’American Enterprise Institute e della Brookings Institution. Seppur il grande pubblico voglia sapere “quale Stato sarà la prossima Florida”, ovvero a quale realtà sia opportuno guardare per dedurre dal voto elettorale l’orientamento governativo prevalente del paese, in realtà sono molti gli Stati che si riveleranno importanti indicatori del clima politico statunitense.
Le considerazioni relative ai mutamenti di tendenza negli Stati “rossi” e “blu” potranno infine avere un impatto decisivo sulle elezioni congressuali, rimarca John Fortier. Il numero dei seggi disponibili favorisce nettamente i Democratici alla Camera dei Rappresentanti, mentre si prevede che vi sarà un sostanziale stallo nel numero delle presenze femminili sia alla Camera che al Senato, nonostante le tenaci manovre bipartisan volte a scalzare dal loro ruolo le Senatrici Susan Collins del Partito Repubblicano e Mary Landrieu del Partito Democratico.
Nel complesso, la partita è ancora tutta da giocare.

