Più che l'antiberlusconismo, a connotare i tratti dell'ultimo capitolo dello sprint elettorale di Walter Veltroni sembra il berlusconismo. Almeno per quanto riguarda il coté televisivo della campagna condotta dal segretario del PD: a sentirlo ieri sera negli studi di Porta a Porta, e di nuovo stamattina, ospite del salotto mattutino di Rai Uno, sembrava di tornare al Silvio dei bei tempi.
Non bisogna farsi ingannare dall'improvviso inasprimento dei toni, che in queste ultime ore accomuna Veltroni ai suoi avversari, alla ricerca dell'ultimo brandello di consenso da strappare agli altri schieramenti; persino quando alza la voce contro il Cavaliere, giudicandolo "aberrante" come ha fatto a Unomattina, Uòlter ripercorre le battute principali di un copione che altri hanno recitato prima di lui. E così, di fronte a Bruno Vespa, non trova di meglio che sciorinare la sfilza dei quindici (non più dodici) disegni di legge che intende sottoporre all'approvazione del primo Consiglio dei Ministri che presiederà (se dovesse mai essere eletto, s'intende). Prima li legge ad uno ad uno, poi li consegna al conduttore, quasi fosse il garante della loro salvaguardia, proprio come fece il suo diretto avversario nel 2001; se l'intento era quello di marcare una differenza, l'effetto è quello di suscitare inevitabili comparazioni tra l'originale e la copia, non necessariamente a vantaggio di quest'ultima.
Non pago di aver inscenato una simile versione riveduta e corretta del contratto con gli italiani, il leader del PD non lesina ai telespettatori slogan dall'evidente sapore berlusconiano, come "meno scorte per tutti, o come il "diritto al sorriso". Alla possibile obiezione che, quando li coniò, Berlusconi parlava di argomenti lievemente più gravi, come le tasse, Veltroni risponde rivendicando la scelta di parlare di cose "minute" - senza preoccuparsi se questo finisca per dare al pubblico l'impressione di assomigliare a un Cavaliere dimezzato, più che a un leader originale.
Memore della lezione di
Silvio è Walter anche nei suoi apparentemente incongrui spazientimenti, come
quello che lo ha colto di fronte all'argomento dei brogli, e nei suoi studiati
vittimismi, come quelli inscenati stamattina. Quando rimprovera al leader del principale schieramento a lui
opposto, come continua a chiamarlo, di aver scatenato una "campagna d'odio"
nei suoi confronti, o lo accusa di seminare la stessa zizzania da quindici
anni, mentre lui avrebbe provato a portare una ventata di serenità nella
politica, Veltroni ricorda da vicino le ben più commoventi lamentele di
Berlusconi vittima predestinata dei comunisti, ai quali egli imputava lo stesso
storico immobilismo, e lo stesso irrimediabile odio per l'avversario.
Peccato che, a proposito di livore, il livoroso regista che battezzò il "Caimano" sia oggi uno dei più fermi sostenitori del PD, alla faccia della serenità e del rinnovamento. E allora è difficile confondersi, nonostante il gioco delle telecamere: difficile scambiare l'originale con l'imitazione, quando il primo oppone ai
detrattori l'inimitabile ghigno del Caimano, e il secondo sfoggia tutt'al più un sorrisetto da bruco.

