L’American Enterprise Institute, storico think tank che dal 1943 si occupa di promuovere la ricerca e il dibattito in merito a temi di economia, politica, benessere sociale, istruzione e immigrazione, prosegue con la propria analisi elettorale, che continuerà sino ad esaminare il voto negli USA del 4 novembre. Una commissione di esperti, giornalisti ed analisti politici d’oltreoceano ha analizzato e commentato la corrente situazione delle primarie statunitensi, confrontandosi su temi come il conflitto in Iraq e l’economia, approfondendo la corsa verso le presidenziali e delineando un possibile scenario per i prossimi mesi.
La studiosa Karlyn Bowman, scienziata politica ed editorialista per l’AEI, ha aperto i lavori soffermandosi brevemente sulle utili ed esaustive tabelle dei sondaggi pre-elettorali fornite ai partecipanti all’evento (election watch V – tabelle riassuntive). La crisi economica figura ancora in aumento tra le preoccupazioni dell’elettorato americano (per più dell’80% degli elettori, l’economia sta andando molto male); in relazione a tale dato, è comprensibile come il tasso di gradimento della Presidenza Bush sia sceso sotto i minimi storici (superando a malapena il 30%). Ciò in parte spiega anche perché un qualsiasi candidato Democratico - a prescindere dai risultati della sfida tra Hillary e Obama - viene percepito come più adatto a risolvere i problemi economici del paese, rispetto alla sua controparte Repubblicana. Bowman ha a questo punto sottolineato come le voci che danno Clinton come il candidato più forte in grado di tenere testa a McCain non siano affatto supportate dai sondaggi; è importante ricordare che la sfida in casa Democratica è ancora aperta, ma che nel frattempo John McCain sta lavorando giudiziosamente incrementando poco alla volta - ma stabilmente e costantemente - il consenso Repubblicano. Tuttavia, un altro tema penalizza i Repubblicani nella corsa alla Casa Bianca: in seguito alla testimonianza del Generale Petraeus al Congresso, si è potuto verificare come la percezione del paese riguardo all’intervento in Iraq non è cambiata. Secondo l’elettorato statunitense, la guerra è stata e rimane un grave errore. La surge può anche aver portato risultati apprezzabili; tuttavia, il consenso per questa manovra è tiepido, e non è destinato ad aumentare.
James Glassman, editore della rivista The American, che presiede e modera l’incontro, interviene a questo punto evidenziando come la capacità di restare in corsa di McCain - a fronte dell’apparente vantaggio nei sondaggi dei Democratici - non sia quasi sorprendente. Lo studioso avanza l’ipotesi secondo la quale la forza del candidato Repubblicano è in parte dovuta alla sua abilità nel prendere le distanze dalla presente Amministrazione Bush, unitamente ai toni accesi che la lotta tra i due candidati Democratici ha assunto (secondo più della metà dei simpatizzanti del loro stesso partito, il confronto ha troppo spesso mostrato toni sleali ed eccessivamente ostili); ed infine, all’appeal di McCain tra gli indipendenti (coloro che non si identificano in nessun partito), oltre che tra la quasi totalità dei membri del suo partito.
Bowman ha ripreso la parola, concordando con Glassman. La studiosa ha proseguito il proprio intervento richiamando l’attenzione dei presenti alla recente delibera di alcuni comuni del Minnesota, i quali hanno respinto la proposta di estendere l’apertura degli esercizi commerciali (nello specifico bar) dalle 2 alle 4 del mattino in vista delle convention estive dei due partiti. Questo segnale, osserva la studiosa, potrebbe essere indicativo di un fronte liberal che percepisce la propria debolezza in vista delle prossime elezioni presidenziali: il Partito Democratico sembra dunque pronto a rinnegare le sue consuete posizioni, che sin dagli anni 20 hanno condannato il Grand Old Party per l’instaurazione del proibizionismo, accantonando le proprie politiche sociali solitamente molto permissive a favore di regolamentazioni più rigide, non appena reputi di poterne trarre vantaggio. Bowman ha infine concluso il proprio corposo intervento ricordando un’altra sfida importante, che tutto l’American Enterprise Institute sta seguendo con attenzione e passione: l’elezione del sindaco di Londra del 1 maggio, nella quale Ken Livingston -“amico di Fidel Castro e Hugo Chavez”- marca strettamente l’avversario conservatore Boris Johnson.
John C. Fortier - scienziato politico ed editorialista - concorda con Bowman sul fatto che, nella corsa alle presidenziali 2008, le prospettive non sono decisamente tra le più rosee per i Repubblicani; tuttavia, le elezioni congressuali stanno fornendo segnali contrastanti, mostrando un Partito Repubblicano in difficoltà, ma certamente non ancora sconfitto. Barack Obama, nel frattempo, si dimostra sempre il più abile nella raccolta fondi (circa 41 milioni di dollari, contro ai 20 di Clinton e ai 15 di McCain). Per quanto riguarda il futuro candidato alla Presidenza per il Partito Democratico, Fortier si dichiara certo dell’“inevitabilità” con la quale la scelta ricadrà sull’ex Senatore dell’Illinois, nonostante i risultati delle primarie della Pennsylvania. Con una punta di sarcasmo, lo scienziato politico puntualizza che ci vorrebbero almeno 10 Pennsylvania prima che Hillary riuscisse a recuperare il proprio svantaggio verso Obama. Non ci sono altre 10 Pennsylvania, nota Fortier; ma un mix di Stati eterogenei, in parte favorevoli a Clinton, in parte a Obama, che con tutta probabilità manterranno il quadro finale approssimativamente come si presenta oggi.
D’altra parte, prosegue Fortier, sono emerse recentemente alcune perplessità riguardo alla capacità di Obama di rappresentare adeguatamente la classe media lavoratrice bianca -difficoltà manifestatesi chiaramente con il predominio di Hillary in Ohio e Pennsylvania. Recentemente, il Senatore dell’Illinois ha tenuto un discorso a San Francisco nel quale ha accusato l’elettorato WASP di essere eccessivamente legato alla religione, ai fucili e ai propri interessi economici -rimprovero che questa parte sociale non ha gradito, e che potrebbe costare voti importanti a Obama.
James Glassman ha a questo punto dato la parola a Norman J. Ornstein, scienziato politico ed esperto di politiche pubbliche, il quale nel precedente appuntamento dell’election watch si era dichiarato certo che Obama potesse vincere la nomination come candidato alla Presidenza per il Partito Democratico. Glassman ha posto a Ornstein la quesitone dei superdelegates -i membri della Commissione Nazionale Democratica che non sono tenuti ad indicare la propria preferenza in relazione alla propria candidatura, e che in seguito alla conquista di Clinton della Pennsylvania potrebbero compattarsi intorno a Hillary e dunque cambiare l’orientamento politico delle primarie, per ora più favorevole a Obama. Ornstein, in collegamento telefonico da Bruxelles, è intervenuto a ricordare che il vantaggio di Obama su Clinton è ancora considerevole. Ovviamente i calcoli possono essere effettuati in modi differenti, dato il complesso sistema statunitense; Ornstein tuttavia, scegliendo di conteggiare i risultati dei caucuses oltre che quelli delle primarie, ma escludendo Florida e Michigan (resta ancora da decidere come si effettuerà il conto dei delegati di questi Stati), conclude che il vantaggio di Obama dopo il 3 giugno, data nella quale si chiuderà il voto, sarà circa di 100 delegati su Clinton; secondo lo studioso, Obama avrà anche più voti, e più Stati. I superdelegates a questo punto non potranno negare la nomination a Obama: l’ipotesi che Clinton possa essere un avversario più adatto a sfidare McCain è insostenibile, semplicemente perché i sondaggi non danno alcuna indicazione chiara in proposito ed anzi presentano i candidati in sostanziale parità.

