Sabato 20 Settembre 2014

Perché Benedetto XVI vuole la messa
in latino

21 Giugno 2007

Benedetto XVI ha firmato il motu proprio, di prossima pubblicazione,  che (a quanto è dato sapere) renderà più agevole l’uso corrente del missale romanum, detto di Pio V (1570).  Il messale latino, che impropriamente si indica come “preconciliare”, era uscito dall’uso come mera conseguenza dell’adozione della liturgia nelle lingue moderne, ma, in quanto  “espressione vivente della chiesa”, non era mai stato “superato” né avrebbe potuto esserlo; tantomeno “abolito”.

L’iniziativa del Pontefice, della cui imminenza  hanno dato notizia i quotidiani di domenica 17 giugno, appare rivolta contro la lettura ideologica e sostanzialmente “rivoluzionaria” del Concilio proposta da non isolate élite teologiche e pastoralistiche cattoliche, e lentamente penetrata anche nei laicati parrocchiali.  A mio avviso la “legittimazione” rinnovata del missale romanum riconduce la vita cattolica alla sua essenziale natura di complexio oppositorum, di unità ordinata di polarità in tensione, indicando la storia cattolica precedente il Concilio Vaticano come vitale orizzonte dello “spirito” stesso del Concilio e della sua realizzazione – “realizzazione” che molti estremismi hanno vissuto invece come incommensurabile col passato.

La nuova possibilità di una celebrazione non più “eccezionale” della Messa latina è decisione di governo che si radica nella lunga durata della riflessione del teologo Joseph Ratzinger.  Essa funge da correttivo se non da pieno risarcimento di un’indebita frattura pratica (e, prima ancora, ideologica) consumata nel tardo Novecento cattolico “conciliare”. Frattura con la tradizione moderna della Chiesa e, quanto alla lingua, pressoché con l’intera tradizione. La frattura non era, peraltro, nella lettera della riforma liturgica; è avvenuta nella cancellazione di fatto dello spirito della liturgia precedente la riforma, quasi intendendo o lasciando intendere ch’essa fosse in sé inadeguata (il che è intrinsecamente assurdo).

Vi è di più nella intentio di Papa Benedetto. Se guardiamo all’interno del dato liturgico-sacramentale la rinnovata legittimità di un’eucaristia (come si ripete manieristicamente oggi) celebrata secondo il Messale di Pio V  e in lingua non corrente, sembra destinata a riequilibrare gli “eccessi” liturgici (rituali, linguistici, fino architettonici) e in particolare gli slittamenti frequenti verso una asacramentalità se non desacramentalizzazione delle celebrazioni attuali.  Slittamenti che hanno una preoccupante rilevanza de fide.

Sottolineo, per punti, i motivi di questa mia convinzione.

a. La lingua non-ordinaria favorirà la percezione di una antiquitas del rito, di una originarietà su cui il presente non spadroneggia o prevarica, ma profondamente e necessariamente si impianta secondo continuità. Anche una esperienza  non più “trasgressiva” del rito latino darà il senso  del rapporto necessario fra tradizione e innovazione (o, meglio, adattazione) e della loro reciproca forza moderatrice.  Lo sanno i credenti che hanno frequentato in questi decenni le  liturgie monastiche in latino, ancora più che quelle “tradizionalistiche”.

b. La forma e la disciplina rituale della Messa di Pio V avranno una obiettiva rilevanza per l’orizzonte di fede (secondo l’unità di lex orandi e lex credendi). Specialmente l’essere “rivolti al Signore” del celebrante e dell’assemblea (che oggi appare piuttosto rivolta al celebrante, e il celebrante ad essa) e la contemporanea riscoperta della eccentricità dell’altare rispetto agli astanti, costringerà a riflettere di nuovo su spazio e tempo sacro,  sul loro senso e fondamento. Di nuovo ma non in maniera “nuova”, piuttosto nei termini della tradizione cattolica, latina e orientale. Né la comunità radunata, né i suoi sentimenti, la sua disposizione interna ed esteriore, né la sua socialità o compagnia sono, infatti, il perno e la condizione prima del sacrificium missae. Non è il behavior dell’assemblea che conta: tentazione pragmatistica e attivistica - una “liturgia attiva”! – di cui il sociopsicologismo di liturgisti e pastoralisti (e progettisti di edifici e spazi liturgici) sembra non essere consapevole.  

Al contrario l’azione della comunità orante è sotto la forma sacrificale e da lì trae le proprie disposizioni; l’agire è  al servizio dei divina mysteria. Il divino sacer-dos sacrifica se stesso al Padre e il celebrante e l’assemblea sono tratti in questo abisso, nella sua direzione e senso. Nel canon missae non vi è altro che abbia tale rilevanza, non vi è altro principio ordinante. Simbolicamente tutto ciò risulta più chiaro nel traguardare verso il Signore oltre il celebrante e l’altare; più nel trascenderli, dunque, che nell’attuale colloquio frontale tra celebrante e popolo.  Il rivolti al Signore si oppone anche alla tentazione di concepire l’altare come spectaculum al centro (o quasi) dell’assemblea .  

c. La significatività recuperata (ma antica nella storia della fede cristiana) di una liturgia “che ha al centro il Santissimo Sacramento che brilla di viva luce” (come si esprimeva Jungmann sulla liturgia postridentina%29 vorranno una catechesi e una predicazione della Presenza reale, del “Dio con noi” caro a Joseph Ratzinger teo-logo; insomma, si imporrà una nuova e antica attenzione ai sacramenti secondo un annuncio di Realtà, oltre il livello emozionale-affettivo e le depauperate paro-le d’ordine del “per amore”.  

Questa è, dunque, la speranza che sembra di cogliere dalla decisione di Benedetto: che l’evidenza di una essenziale stabilità della Tradizione, confermata anche dalla rinnovata “validità” ordinaria della lingua latina liturgica, venga incontro (sia medicina) al disorientamento delle comunità e delle generazioni cristiane variamente quanto poco consapevolmente investite dal radicalismo “conciliare”. La nuova legittimità della Messa latina sarà, infine, di fronte al popolo cristiano, una meritata sconfitta dell’arroganza e, specialmente, della superficialità teologica e religiosa di un esercito di “riformatori” talora improvvisati, spesso improvvidi.

Commenti
ellebi56
21/06/07 14:28
Era ora!
Io non ricordo una Messa in latino! E'stata 'dis-messa' prima che diventassi abbastanza grande da ricordarmene. Eppure lo spettacolo, perché di ciò spesso si tratta, di tante Messe attuali giustitica da solo appieno il sospiro di sollievo di fronte alla possibilità di una Messa in latino. Una sola cosa, i sacerdoti se la ricordano? E i canti? Spero che anch'essi tornino alla bellezza di un tempo: 'vade retro chitarra!
Mauro
22/06/07 00:00
Deo gratias!!!
Riorna le libertà nella chiesa dopo molti decenni di dominio dell'ideologia postconciliare che pone questo grandioso evento della storia della Chiesa come un momento di rottura con duemila anni di tradizione. Le barriere ideologiche dei cosiddetti "cattolici adulti" erette contro la vera tradizione della Chiesa crollano davanti ad un Papa che non teme la verità e che dimostra una capacità straordinaria di leggere la storia. Memorabile il discorso del 22 dicembre 2005 alla curia romana nel quale il Papa pone e propone la vera interpretazione del Concilio Vaticano II all'interno di una ermeneutica della continuità e non della rottura. Il Concilio illumina i secoli e l'esperienza di generazioni di cristiani ma non può tirare un colpo di spugna sulla vita cristiana vissuta fino al 1962. Non può per due ragioni: la prima: non era questo il suo compito, il Concilio infati si proponeva di disincrostare la bellezza della fede da alcuni elementi trnseunti che si erano posati sul depositum fidei e l'avevano reso meno trasparente alla verità; la seconda: come nessun ramo continua a vivere se viene sradicato e tagliato dall'albero da cui trae linfa e vita così anche il Concilio se rinnegasse la Tradizione non sarebbe altro che un momento sterile ed ideologico (purtroppo molti intellettuali di sinistra hanno letto così questo evento). Ritornare a leggere in modo unitario i 2007 anni di storia cristiana (non soffermandoci su un'elefantiaca sopravvalutazione degli ultimi quaranta) fa sì che, sotto la guida di Pietro, la nostra Santa Madre Chiesa ci dia nutrimento traendo dai suoi tesori "cose vecchie e cose nuove". Insieme però, non le une contro le altre. Lunga vita a Papa Benedetto!
22/06/07 00:43
La rivoluzione del missale romanum
"Il messale latino...era uscito dall’uso come mera conseguenza dell’adozione della liturgia nelle lingue moderne". Chiedo scusa, ma devo dissentire. Non per essere polemico, ma l'uso del messale latino fu esplicitamente proibito per tutta la cristianita`, ad eccezione della Gran Bretagna che ricevette un particolare e limitato indulto. Non fu una coincidenza, ma l'elemento cardine su cui faceva perno un ben preciso progetto, per non dire un piano. Lodo per altro e trovo assai appropriati e la moderazione e il tono spassionato usati nelle sue argomentazioni dall'autore dell' articolo.
francesco
24/06/07 14:44
non sono d'accordo
carissimo de marco le dico subito... sono fortemente critico su questo "motu proprio" e proprio le ragioni che lei adduce mi rafforzano nella mia idea: la maggiore agibilità di pio v non condurrà a quanto dice ma soltanto ad accentuare la frattura che si trova nel popolo cristiano di oggi tra "tradizionalisti" e "conciliaristi" non solo ma rischia di etichettare l'attuale liturgia della chiesa cattolica come "vernacolare" e come "priva di senso del mistero" e corbellerie del genere perciò le inesattezze che lei riporta nel suo intervento fanno male anche il messale in uso è "messale romanum" anche con questa liturgia si può celebrare in latino anche con questo messale si può celebrare di spalle la frattura del vaticano secondo (semmai ci) è stata con le distorsioni di una tradizione prossima nel recupero della ricchezza dell'intera tradizione ecclesiale fa male la "vulgata" di una lettera che si oppone allo spirito del concilio... sia la lettera che lo spirito del vaticano secondo sono concordi nel delineare un'autentica riforma sullo stile di trento: tornare "ad fontes" (con la differenza di una maggiore massa di dati che trento non aveva né forse avrebbe saputo leggere)... momento dello spirito che ha fatto fare sintesi di duemila anni di tradizione in vista del nuovo millennio (giovanni paolo secondo aveva pienamente compreso questo dinamismo proprio del concilio) e allora? cosa resta? una teologia liturgica limitata che il messale di pio v esprime... questo è il vero pericolo! la teologia che si esprime nella totalità dell'attuale messale è così altamente tradizionale che alcuni vorrebbero bloccarla ad un momento di questa bimillenaria tradizione ecclesiale, quello del post tridentinismo... errore grave e pericoloso e le spiego perché: dopo il concilio vaticano secondo pareva che rendere la liturgia comprensibile sensibilmente significasse produrre un adeguata "partecipatio" cosa che invece non poteva esserci... perché questa è questione di educazione del senso della fede e della vita dello spirito e non pura questione di capire ciò che si dice ora si pensa di fare il contrario: vabbè torniamo a celebrare in latino così si torna ad un senso nuovo (come giustamente dice lei) dell'autentica fede ma il problema non è quello il problema è la conoscenza della fede, il senso della vita spirituale che mancava prima del vaticano secondo e manca oggi in tal senso il papa ha già fatto tutto: nella sacramentum caritatis ha chiaramente posto in evidenza i criteri pretici di azione per la rivalutazione dell'autentico senso liturgico (molto meglio della redemptionis sacramentum) e nel prossimo sinodo ha indicato l'inizio del cammino: l'ascolto e la vita della parola di dio nella chiesa e nel mondo... francesco PS questo commento l'avevo postato più di qualche giorno fa... censura preventiva??? :-)
Paolo
30/06/07 12:34
Ecclesia semper
Ecclesia semper reformanda. Questo principio informa tutta la storia della Chiesa o Tradizione. Il Concilio tridentino non fu il concilio della controriforma, ma il Concilio della riforma cattolica; una riforma giunta purtroppotroppo tardi! In ambito liturgico il Concilio tridentino produsse una riforma liturgica, più liberale e cattolica di quella prodotta dal Vaticano II. Infatti i decreti tridentini, riconoscendo al Romano Pontefice la competenza di riformare il rito romano (ovvero il rito della Chiesa di Roma di cui è Vescovo), sancivano la legittimità di tutti i riti liturgici che avevano almeno due secoli di vita. Purtroppo l'attuazione delle disposizioni liturgiche tridentine port%C3
don Alessandro
26/08/07 12:09
messa in latino: discutiamone seriamente
Ho letto il motu proprio “Summorum Pontificum” con cui, il 7 luglio scorso, Benedetto XVI ha stabilito che si può liberamente ritornare a celebrare la messa in latino, seguendo di nuovo, come avveniva sino a quarant’anni fa, l’antico messale promulgato dopo il concilio di Trento da Pio V e rimasto lungamente in vigore sino al 1969. L’ho letto, ricavandone un'impressione strana, che difatti non riesco ancora a decifrare chiaramente: un misto di preoccupazione e di perplessità, dovute al fatto che il documento invita a salvaguardare l'unità della e nella comunità ecclesiale, al di là di ogni discordia, mentre però -paradossalmente- decreta una prassi liturgica che enfatizza la possibilità di tornare ad essere separati nella celebrazione più bella e importante della comunione ecclesiale, cioè nella celebrazione eucaristica. E tutto ciò solo per assecondare il gusto e le preferenze particolari dei gruppetti di fedeli o dei singoli sacerdoti che vorranno celebrare -saltuariamente o continuativamente- secondo il messale tridentino piuttosto che secondo quello rinnovato e “arricchito” (come giustamente spiegava Paolo VI nella sua presentazione del nuovo messale, il 23 aprile del 1969), promulgato a seguito della riforma liturgica operata dal concilio Vaticano II e attualmente "vigente". L'insistenza sull'opportunità che il gusto e le preferenze particolari debbano essere assecondate, al di là della prassi liturgica comune vigente, mi fa provare una grande costernazione, poiché mi pare la melliflua rivincita dell'individualismo sul senso comunitario: qualcosa che potrebbe forse riproiettarci in un orizzonte ecclesiologico poco consapevole dell’identità comunionale della Chiesa e che potrebbe in realtà non favorire affatto la concordia e non salvaguardare l'unità. Ci si potrebbe chiedere se davvero una messa detta in latino possa avere un esito tanto “distruttivo”... Non si tratta, alla fin fine, pur sempre della stessa messa che ci siamo abituati, dal Vaticano II in poi, a celebrare in italiano? Io non sono un liturgista e perciò non saprei dire con precisione come e quanto differiscano i due messali romani, quello promulgato a seguito del concilio Tridentino da Pio V e quello promulgato a seguito del concilio Vaticano II da Paolo VI. Forse la riedizione del messale tridentino fatta da Giovanni XXIII nel 1962 (poco prima cioè della promulgazione della costituzione conciliare "Sacrosanctum Concilium", che ha riformato la prassi liturgica cattolica) non è, in alcuni suoi passaggi, molto differente dall'edizione latina del nuovo Messale Romano uscito nel 1969-70 sotto Paolo VI, almeno così pare voler assicurare Benedetto XVI; d’altra parte gli storici della liturgia rilevano che le novità introdotte da Giovanni XXIII nel messale di Pio V sono solo due: l’inserimento di san Giuseppe nel canone e l’eliminazione della preghiera per “i perfidi (miscredenti) ebrei”... Il vero rinnovamento viene col Vaticano II. E nel messale “vaticano” (lo chiamo così per distinguerlo dal "tridentino") di certo differenti sono e rimangono -al di là delle singole parole o delle singole espressioni- le rubriche (cioè le norme pratiche per la celebrazione del rito), il lezionario (cioè la scelta dei brani biblici), il santorale (cioè il calendario delle celebrazioni che ricordano i santi), le preghiere eucaristiche e altro ancora; stessa cosa vale per i sacramentari (i rituali, cioè, che celebrano i sacramenti) che Benedetto XVI ha ora permesso di recuperare dalla prassi liturgica precedente al Vaticano II, e per il breviario, cioè per la liturgia delle ore (dei salmi), che ora potrà tornare ad essere quello preconciliare, rigorosamente in latino anch’esso. Per non parlare dei gesti che il celebrante deve compiere e dei paramenti che deve indossare durante la messa. In gioco, perciò, c’è molto di più che una semplice questione di traduzione... A dirla tutta, mi sorge il sospetto che ciò che alcuni nostalgici della "messa in latino" vogliano veramente sia non tanto il ritorno al testo latino quanto piuttosto il ritorno al vecchio "contorno rituale": alle tante genuflessioni, alle numerose giaculatorie recitate in sordina, alle gestualità complicate ch'erano prescritte dalle rubriche liturgiche antiche, oppure alla pianeta merlettata e indorata piuttosto che alla casula ora prescritta al n. 81 dei "Principi e norme per l'uso del Messale Romano" che introducono e spiegano il messale "vaticano"... e così via. Voglio dire che, sotto sotto, non è in discussione la lingua da parlare durante la messa, ma il rituale con cui celebrare e, quindi, l'esperienza di fede e il senso teologico da tener presenti mentre si celebra. In uno dei post che ho letto su questo blog ho trovato un’interessante riflessione sulla “mobilità” del celebrante presidente, che a seconda di quale “parte” interpreta di volta in volta -quella di Cristo capo del popolo orante, o quella del popolo orante verso il suo Dio- dovrebbe girare e rigirare attorno all’altare... Si può discutere su una tale proposta, soprattutto sulla sua plausibilità teologica: mi pare che il presbitero che presiede la celebrazione eucaristica (“nella e di fronte” alla comunità ecclesiale, come in senso più generale afferma la “Pastores dabo vobis” di Giovanni Paolo II) non interpreti semplicemente e semplicisticamente né l’una né l’altra parte; piuttosto svolge un ministero, coerente al suo stato di vita (sacramentalmente segnato), che -insieme agli altri ministeri distribuiti nell’assemblea liturgica- “serve” a far emergere nell’assemblea stessa il volto di Colui che veramente e solamente prega, nel quale tutta l’assemblea veramente e solamente prega, insieme a cui tutta l’assemblea veramente e solamente prega (secondo una bella lezione di Agostino d’Ippona): cioè il volto di Cristo Gesù. Si pensi, inoltre, al caso della concelebrazione di più preti: come si configurerebbe allora -praticamente- il “gira e rigira” attorno all’altare...? La possibilità e la legittimità della concelebrazione, non prevista neppure dal rituale tridentino, è un “indizio” importantissimo del fatto che i due modi di celebrare la liturgia latina corrispondono a due sensibilità spirituali, a due stili ecclesiali e a due visioni ecclesiologiche ormai mutate l’una rispetto all’altra. In realtà, il ritorno alla “messa in latino” è il ritorno a un vecchio modo di concepire la liturgia e, conseguentemente, la vita ecclesiale e l’esperienza credente... Anche se occorre ribadire ciò che pur ho letto in un altro post di questo interessante blog: la messa in latino, in verità, non è mai stata abolita: la si è celebrata in questi ultimi quarant'anni e la si può ancora celebrare, secondo l'edizione latina del Messale Romano riformato sotto Paolo VI: il papa, a Roma, la celebra spesso e io, che pur vivo in una piccola diocesi, negli anni della mia formazione nel seminario in cui ho maturato la mia vocazione al presbiterato tante volte ho partecipato alla messa in latino secondo il rituale edito da Paolo VI. Quell’edizione latina è detta, non a caso, "editio typica", proprio perché essa costituisce un paradigma sempre vigente, benché tradotto nelle varie lingue nazionali. Celebrare la messa a norma del Vaticano II significa celebrarla secondo quella "editio typica" promulgata da Paolo VI, anche se la si celebra in italiano, o in francese, o in tedesco... La si può celebrare in italiano, o in qualsiasi altra lingua, ma pur sempre coerentemente all'edizione latina promulgata da Paolo VI: celebrare la messa a norma del Vaticano II significa perciò celebrarla nel latino stabilito da Palo VI, o anche nelle varie traduzioni di quello stesso latino. E, soprattutto, secondo il rinnovato spirito liturgico affermato dal Vaticano II. Invece, celebrare la messa tridentina (di cui non esistono traduzioni) significa non solo celebrarla nel latino voluto già da Pio V o da altri pontefici, dopo di lui sino a Giovanni XXIII, ma anche e soprattutto secondo la sensibilità liturgica ed ecclesiologica -ormai datata- del concilio di Trento. Quando dico “datata”, non intendo dire “errata”: voglio solo dire che l’autocoscienza credente, spirituale, teologica, culturale che la Chiesa del nostro tempo (il “tempo” ha una sua importanza insurrogabile per il fatto cristiano e per la vita ecclesiale: viviamo la nostra avventura credente secondo una logica d’incarnazione, che ci immette nell’avventura del Logos divino che ha assunto la carne umana e perciò pure la storia) ha maturato col e a partire dal Vaticano II è trasformata rispetto all’autocoscienza che aveva maturato prima, in contesti epocali differenti rispetto ad oggi. Per comprenderlo meglio, forse tornerebbe utile leggere attentamente i già citati "Principi e norme per l'uso del Messale Romano": insieme alla Costituzione Apostolica con cui Paolo VI nel 1969 promulgò il Messale Romano riformato a norma del Vaticano II, i principi e le norme esprimono molto bene il senso teologico della liturgia della messa riformata a partire dalla costituzione conciliare "Sacrosanctum Concilium". Per fare un’esemplificazione relativa alle differenze (di qualità anche “teologica”) tra i due messali, si pensi, per es., che nel messale "tridentino" non c'è che una sola preghiera eucaristica, il cosiddetto Canone Romano, mentre nel messale "vaticano" oltre al Canone Romano (che è la Preghiera Eucaristica Prima), ci sono altre quattro preghiere eucaristiche: la Preghiera Eucaristica Seconda che viene recuperata dalla prassi liturgica più antica ed originaria; e poi la Terza, la Quarta e la Quinta (nelle sue varianti); inoltre ci sono anche altre due Preghiere Eucaristiche della Riconciliazione. Si tratta di una grandissima ricchezza spirituale e teologica, nuova rispetto a tutto ciò che vivevamo e celebravamo sino al 1962 e aggiunta grazie al Vaticano II, cui però i nostalgici della "messa in latino", da ora in poi, si sentiranno probabilmente incoraggiati e legittimati a rinunciare. Se così stanno le cose, il motu proprio di Benedetto XVI rischia di sortire effetti davvero contrari a quelli che pur auspica riguardo all’unità e alla concordia nella Chiesa, anche se penso che il papa non intenda affatto agevolare il recupero archeologico della liturgia precedente al Vaticano II: probabilmente vuole solo togliere il terreno da sotto i piedi alle rivendicazioni dei tradizionalisti lefebvriani, tentando di accelerarne il riassorbimento nella Chiesa cattolica. Ma difatti forse non mette in conto ciò che i lefebvriani si sono già affrettati a precisare: cioè che per loro è più importante rimettere in discussione l’intero Vaticano II e non solo il messale di Paolo VI. Né mette in conto, forse, la reazione degli altri tradizionalisti sparsi qua e là nella Chiesa cattolica, per i quali il ritorno alla messa in latino è solo una questione estetica: incoraggiarli non è aiutarli a maturare e a formarsi meglio allo spirito autentico della liturgia. IIo non ho nulla in contrario rispetto alla messa in latino celebrata lì dove e quando possa essere opportuno per motivi formativi (come potrebbe essere in seminario), o anche solo comunicativi (come quando si ospitano nella propria parrocchia dei pellegrini stranieri). Ma penso che una cosa sia incoraggiare ancora oggi la celebrazione della messa in latino (secondo l’editio typica del messale di Paolo VI) e tutt’altra cosa sia permettere il ritorno “ufficiale” al passato, al 1962 (alla messa tridentina, alla celebrazione dei sacramenti secondo i rituali tridentini, alla preghiera del breviario tridentino), come se il Vaticano II non fosse mai esistito o, peggio, come se il concilio fosse stato un errore madornale su cui stendere, a poco a poco, un velo pietoso o i cui “danni” si debbano marginare, finalmente, il più possibile. Se ci sono oggi fedeli, presbiteri e vescovi che hanno il gusto del latino (il che non è deplorevole in sé e per sé e, anzi, può avere un suo significato positivo), non per questo si deve tornare ad un modo di interpretare teologicamente e di celebrare la liturgia cattolica (ormai da quarant’anni rinnovata rispetto al passato e resa sempre più vicina alla vita degli uomini del nostro tempo) secondo forme celebrative un po’ più povere (biblicamente, patristicamente...) di quelle “ordinarie”, come le chiama il santo padre Benedetto XVI.
enzo
29/09/07 19:48
Messa in Latini
La S. Messa in latino deve indicare la universalità della Chiesa Cattolica
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n° 141 del 5 Aprile 2007.