L’11 settembre non sarà mai più un giorno come un altro. La storia dell’umanità ha conosciuto tanti momenti tragici, forse alcuni più ricordati dai libri di storia altri meno, ma tutti accomunati dalla capacità dell’uomo di essere malvagio, di manifestare la sua volontà di procurare disperazione al prossimo. L’11 settembre 2001 è uno di quei giorni. Tutti ricordiamo l’incredulità dovuta alle prime frammentarie notizie, l’angoscia che montava in seguito alle successive conferme e il balbettio delle prime analisi. Dalla retorica – presto abbandonata – di quelli che “…siamo tutti americani”; al cinismo graffiante multi-ideologico di quelli che: “però gli americani in fondo se la sono cercata”. Nel chiacchiericcio delle prime analisi si sono distinti in pochi, coloro che hanno tentato di capire – forse a partire da un senso di impotenza, di manifesta ignoranza e di umana compassione – che cosa stava realmente accadendo oltre i confini del più classico “realismo politico”, per coglierne il peso culturale, per evidenziarne le ricadute sul terreno delle relazioni inter-religiose, nonché, per tracciare il possibile nuovo ruolo giocato dalle religioni nella definizione dell’evoluzione ovvero involuzione democratica dei vari regimi politici.
Per un secolo gli Stati Uniti hanno interpretato il ruolo di attore protagonista nel teatro internazionale, prima liberandoci dalla furia nazi-fascista e poi combattendo quella maledetta terza guerra mondiale, contro l’orrore comunista. Una terza guerra mondiale nei confronti della quale, noi europei, pur avendola causata, probabilmente ancora sotto shock per l’abominio vissuto nella prima metà del XX secolo, ci siamo più volte tirati indietro, rifugiandoci in una cultura del cedimento, fino ad ipotizzare la teoria del male simmetrico: USA-URSS, una cultura spesso edulcorata dal pacifismo del disarmo unilaterale, a volte sfacciatamente di parte: dalla parte sbagliata.
Con l’11 settembre, una cultura malvagia e liberticida ha voluto lanciare un messaggio al mondo intero: la storia non è finita; la democrazia e la libertà non è detto che trionferanno; anzi non trionferanno affatto. Ed allora, la battaglia per la libertà è una battaglia che non conosce confini di tempo e di spazio. Tutto quell’immane dolore che ha colpito migliaia di famiglie americane, e da quel giorno migliaia di civili e di militari di tutto il mondo, ci spinge a riflettere se abbia ancora un senso parlare di “battaglia per la libertà” nella nostra epoca. L’uso dell’espressione battaglia non si giustifica retoricamente in forza della contingenza - la guerra al terrorismo internazionale - quanto in virtù della risposta – sempre contingente e congetturale – che ci proponiamo di dare alla domanda di libertà in ambito politico, economico e culturale. L’espressione “battaglia per la libertà” è anche il titolo di un articolo di Luigi Sturzo del 1957, nel quale affermava che era “suonata l’ora della riscossa, riprendendo la battaglia per la libertà”. Una libertà che in Sturzo è in primo luogo un valore dello spirito che educa all’autodisciplina; una libertà che si traduce in responsabilità individuale e sociale; una libertà che invita ad assumere rischi; una libertà che forma il carattere della persona e che definisce la cittadinanza; una libertà – ancora - che fortifica il cristiano e rende ragione delle operazioni più ardite e di sacrifici immani.
La libertà, allora, come principio integrale e indivisibile. Al contrario, si è soliti distinguere tra libertà positiva (libertà di) e libertà negativa (libertà da). In generale, il procedere analiticamente, individuando tutte le possibili distinzione, mi trova d’accordo. Tuttavia, in questo caso mi chiedo quale sia l’effettiva utilità e se non sia invece un’operazione epistemologicamente sterile e politicamente compromessa. Epistemologicamente sterile in quanto da qualsiasi lato si osservi il concetto di libertà ci si accorge che la libertà di rimanderà sempre necessariamente ad una libertà da e quest’ultima, a sua volta, ad una libertà di. La circolarità delle nozioni di libertà positiva/libertà negativa è praticamente perfetta e non ci consente di fare alcun passo in avanti nella rappresentazione e nella spiegazione dei fenomeni politici, economici e culturali. Politicamente compromessa in quanto, se consideriamo la libertà “un dono dello spirito” – per usare l’espressione sturziana – oppure “il regno della coscienza” – ricorrendo alla terminologia di Lord Acton -, inevitabilmente dobbiamo riconoscere un nucleo originale ed intimo nel quale è posta l’istanza della libertà. Tanto in Acton quanto in Sturzo tale istanza è collocata nel profondo della coscienza di ogni singola persona umana, al punto che non possiamo non convenire con Acton che tutte le libertà consistono nella preservazione di una sfera interiore esente dal potere coercitivo. Alla politica spetta il compito di impedire che tale sfera interiore sia violata, manipolata o negata. Una sfera nella quale è custodito uno scrigno colmo di quanto di più prezioso ciascuna persona ritenga doveroso conservare. Una simile violazione, manipolazione o negazione costituirebbe un oltraggio alla dignità della persona umana. La violazione, la manipolazione e la negazione possono avvenire in tanti modi e riguardare anche singole dimensioni dell’agire storico dell’uomo. Il che non toglie che, sistematicamente, la negazione - ad esempio - della libertà economica porterà presto o tardi alla soppressione anche di quegli istituti che tutelano e promuovono la libertà in campo politico e religioso.
Non entro nel merito della vexata questio se sia lecito o meno esportare concetti quali democrazia e libertà, mi limito a dire che possiamo anche evitare di usare un’espressione come “esportare”, che potrebbe apparire ad alcuni puristi del politicamente corretto bollata dall’infamia economicista, tuttavia resta il fatto che i processi storici sono sempre stati un pullulare di contaminazioni: Atene-Roma-Gerusalemme e poi Parigi-Londra-Vienna-Washington-Tokio, un giorno Pechino e così via. Non si danno conquista, progresso o regresso sociale che non siano stati l’esito di vincoli esterni o interni che hanno prodotto le condizioni propizie affinché un determinato nuovo fatto emergesse nella storia. Ebbene, questo fenomeno di mutua contaminazione è un processo che non avrà mai fine e la battaglia per la libertà è una condizione necessaria affinché l’inevitabile contaminazione possa avvenire nel rispetto della libertà e della dignità altrui, esaltando i caratteri di ciascun individuo e di ciascuna cultura, tenendo desta la responsabilità individuale.
Credo si possa convenire con N. Podhoretz che dopo l’11 settembre è cominciata la quarta guerra mondiale, dove in gioco non sono i confini nazionali (e neppure la conquista dei preziosi giacimenti di petrolio), ma il tentativo disperato da parte dell’estremismo islamico di opporre l’ultimo strenuo baluardo ad un’ondata democratica e liberale. Un’ondata che inevitabilmente contaminerà e che di conseguenza è percepita come nemica, in quanto rischia di invadere e sconvolgere (contaminare) una storia ed una cultura consolidate. Con l’11 settembre è iniziata una violenta reazione contro quel secolare processo di legittima distinzione tra ordine politico e ordine religioso che ha contraddistinto la storia dell’Occidente e che ha visto il Cristianesimo – pur tra vette ed abissi – offrire (contaminare) gli elementi concettuali necessari affinché la democrazia liberale si manifestasse storicamente come il regno della coscienza individuale sulle ragioni olistiche della nazione, della classe o del partito. Non si tratta di uno scontro tra civiltà lontane – lo stesso scontro lo stiamo sperimentando in forme diverse anche noi europei –, ma di uno scontro transculturale tra opposte visioni di società civile, diversi modi di intendere il rapporto tra politica e religione, dove il fondato timore di una deriva laicista ed il terrore di vedere la propria cultura egemonizzata da un dogmatismo libertario – un nichilismo ludico – privo di senso storico hanno contribuito a far emergere le forze peggiori del fondamentalismo religioso, le quali purtroppo rischiano di offuscare quanto di più significativo le religioni, anche l’Islam, possono offrire per l’avviamento e la maturazione di un autentico processo democratico.

