"La storia contemporanea della lotta per la democrazia è piena di esempi di come l'informazione e le tecnologie della comunicazione (ICTs), come Internet ad esempio, hanno aiutato i movimenti politici dissidenti ad erodere i regimi autoritari in giro per il mondo. In Pakistan, recenti contromisure del governo per tentare di limitare l'accesso ai siti web continuano ad incontrare una dura resistenza messa in atto da parte degli utenti pakistani di internet. Ancora più interessante è il fatto che, in Zimbabwe, l'opposizione democratica ha resistito al regime di Robert Mugabe ed al suo monopolio sulle fonti d'informazione nelle zone rurali, mandando bollettini contenenti le notizie quotidiane via mail proprio ai siti di questi villaggi rurali, dove queste notizie sono poi distribuite alla popolazione da bambini in bicicletta... Il caso dell'Iran è un esempio interessante del potenziale democratico di internet. L'espansione di questo mezzo di comunicazione nel contesto del conflitto crescente tra le fazioni riformiste e conservatrici indica l'importanza crescente di internet nella politica iraniana". Ecco come Babak Rahimi, dell'Istituto Universitario Europeo di Firenze, inizia il suo studio intitolato "Cyberdissidenti": Internet nell'Iran rivoluzionario.
A riprova di quanto internet sia importante in Iran si consideri la storia di Sina Motalebi, arrestato il 20 aprile 2003, per via della sua attività di giornalista e blogger e delle sue interviste con i media stranieri. Dopo aver passato 23 giorni in cella d'isolamento, Motalebi ha deciso di lasciare la madrepatria per trasferirsi in Olanda, dove ha chiesto asilo politico. In seguito ha deciso di raccontare la sua esperienza nel suo weblog e nel corso di una conferenza stampa organizzata dal Human Rights Watch (l'Osservatorio per i Diritti Umani) e da Reporters sans Frontières. A questo punto l'apparato giudiziario iraniano non ha potuto fare altro che prendersela con il padre di Sina, Saeed, il quale è stato accusato di aver favorito la fuga di suo figlio, nonostante Sina, in realtà, avesse lasciato l'Iran legalmente.
Sfortunatamente, Sina Motalebi non è stato che il primo di una lunga serie, infatti poco dopo è arrivato il turno di Mojtaba Saminejad, studente di giornalismo all'università di Teheran, arrestato nel novembre 2004 e poi nel febbraio 2005. Secondo i suoi sostenitori, Saminejad è stato arrestato per aver pubblicato sul suo blog la notizia dell'arresto di altri tre bloggers. L'accusa ufficiale parla invece di insulti al capo di Stato iraniano. Gli vengono comminati due anni e dieci mesi di prigione, ma ad un certo punto l'accusa cambia e si fa molto più seria: Saminejad deve ora rispondere di insulto ai profeti: significa in pratica fronteggiare la pena capitale in accordo con l'Articolo 512 del codice penale islamico. Il 13 settembre 2006, Mojtaba viene finalmente rilasciato dopo aver sofferto 88 giorni di prigione durante i quali ha subito numerose torture.
Ecco un estratto da un altro "case study", questa volta di un autore dell'università di Oslo, Peder Are Nøstvold, che ha meticolosamente analizzato la comunità dei bloggers iraniani che scrivono in persiano e inglese, autodefinitasi "weblogestan" (l'equivalente persiano di blogosphere), il che è tutto dire.
"Il mio monitoraggio di questa selezione di blog si è esteso dalla primavera del 2004 fino all'inizio dell'autunno dello stesso anno, quindi da aprile fino a metà settembre. Ho trovato evidente il fatto che la censura dei blog iraniani in lingua inglese è andata aumentando proprio durante il mio periodo di studio, tra le altre cose, questa censura montante è divenuta più evidente a settembre che ad aprile. La maggior parte dei blog curati dagli addetti ai lavori che ho studiato facevano chiari riferimenti a più censure e oscuramento di siti web".
Nøstvold non ha scoperto niente altro che la verità. Infatti il regime di Teheran si è reso protagonista di numerosi episodi di censura e soprattutto nei confronti dei bloggers che avevano ed hanno maggiori possibilità di sfuggire al controllo statale. Non è infatti molto facile risalire ad una identità particolare partendo da un blog e questo ha reso possibile l'anonimato di autori come Motalebi o Saminejad (entrambi peraltro molto giovani). Per dare un’idea di che cosa sta succedendo nella blogosfera iraniana, scusate, nel weblogestan... vale la pena leggere anche uno stralcio dell'articolo di Craig Taylor, apparso sul Magazine dell'Università di Toronto.
"All'inizio di aprile, qualche mese prima delle elezioni generali di Teheran" scrive Taylor, "Hossein Derakhshan ha fatto uno scherzo ai lettori del suo giornale politico persiano, pubblicato sul suo sito web all'indirizzo www.hoder.com . Hossein aveva annunciato in precedenza sul suo sito che stava pianificando un ritorno a Teheran per assistere a quelle che lui si aspettava essere le elezioni più trasparenti mai tenutesi nel suo paese. Scrivendo dalla sua cucina di Toronto, Derakhshan stava iniziando a far credere ai lettori del giornale online che era arrivato a Teheran in anticipo, molto prima delle elezioni previste per giugno. Faceva anche commenti sul traffico e sul tempo. Poi ha mostrato una foto di un melograno fresco, facendo finta di averlo appena colto. Molti dei suoi lettori non credevano che egli fosse davvero tornato in Iran. Ma sul suo sito Hossein pubblicava solo i commenti di coloro i quali credevano alle sue asserzioni. Per alcuni giorni ha filtrato i commenti che riceveva, censurando allo stesso tempo tutti quelli che obiettavano la sua ubicazione e amplificando coloro i quali invece si fidavano di quello che lui diceva. Dopo una settimana Derakhshan ha iniziato a ricevere e-mail del tipo "So che sei a Teheran, perché non mi contatti?". "Alla fine ho pubblicato una foto che mi ritraeva con in mano il New York Times di quel giorno mentre ero davanti ad un monumento di Toronto," dice Hossein, ridendo. "Non ero in Iran". Quello scherzo era in realtà una lezione di manipolazione politica. "Questo è esattamente quello che il regime iraniano sta facendo al popolo. Stanno controllando le informazioni e stanno facendo credere alle persone che la verità consiste in quello che loro stessi filtrano. Succede sempre. Questo tipo di filtraggio della verità è proprio ciò contro cui mi sto battendo".
Controllare le informazioni, guarda caso, è sempre stato uno degli obbiettivi primari delle dittature. Abbiamo ancora tutti negli occhi i filmati realizzati dall'Istituto Luce che esaltavano l'"uomo nuovo" italiano, senza scomodare quelli che il regime del Furher in Germania mostravano alle persone sane come fosse necessario ed auspicabile eliminare i frutti marci della comunità, intesi come individui diversamente abili. Non ci si può quindi stupire di come l'Iran di Ahmadinejad, dal giorno della sua elezione nel 2005, abbia via via adottato misure sempre più restrittive nel campo della comunicazione online, partendo da quella che era già di per sé una base poco democratica. L'Iran occupa infatti il secondo posto nella graduatoria del Medio Oriente, dopo Israele, per numero di accessi ad internet, cosa che all'inizio era stata sfruttata a vantaggio della popolazione dei blogger e degli attivisti online i quali si servirono di quest'onda lunga per aggirare le normative piuttosto severe in materia di libertà di stampa.
Il modo in cui il regime di Teheran riesce a controllare gli accessi ad internet è semplice ma allo stesso tempo difficile da aggirare. Ogni Internet Service Provider (ISP) deve infatti essere approvato dalla Compagnia delle Telecomunicazioni iraniana e dal ministero della Cultura e dell'Orientamento Islamico. Ma non basta: una volta passato questo ostacolo si deve anche implementare all'interno del proprio ISP un software in grado di controllare il contenuto sia dei siti web che delle e-mail; in pratica ogni e-mail inviata verrà vagliata da questo software e monitorata dall'alto. Non c'è nemmeno il modo di aggirarli questi controlli governativi, visto che ogni provider rischia grosso se omette di girare informazioni scottanti al governo. Prova ne sia che almeno una dozzina di provider che non hanno utilizzato i filtri giusti sono stati oscurati dal governo. L'elenco dei siti web "bannati" (slang "internettiano" che sta per oscurati) dal governo comprende invece almeno 15.000 indirizzi.
Il mezzo attraverso cui il governo iraniano filtra i siti web o i blog "indesiderati" consiste in un software sviluppato a San Jose, California, dalla Secure Computing società che ha recentemente accusato il regime di Ahmadinejad di utilizzare il suo programma senza averlo regolarmente acquistato. Questo "software-filtro" denominato "SmartFilter", è in grado di impedire l'accesso ai più svariati siti e a seconda delle impostazioni. Basti pensare che gli utenti di internet iraniani fino a poco tempo fa non potevano accedere a Youtube, Amazon, alcuni siti del New York Times e ai website dei diritti dei gay e delle lesbiche oltre che ad Amnesty International e a Blogger.com.
Tuttavia non esiste solo l'informatica come metodo per bloccare gli aspiranti giornalisti. Il regime di Teheran infatti sa utilizzare i più svariati mezzi dissuasivi. Abbiamo tentato di raggiungere via mail alcuni dei blogger arrestati a causa delle loro idee democratiche come ad esempio Sina Motalebi e Mojtaba Saminejad, che a tutt'oggi tengono i loro blog aggiornati. Mentre Motalebi non ha mai risposto alle nostre e-mail, Saminejad ha inviato una cortese e amichevole missiva in cui assicurava una risposta alle domande da noi inviategli (peraltro nemmeno troppo scomode), solo che la risposta in questione non è mai arrivata. Che dire invece di Hossein Derakhshan, fino a poco tempo fa una voce a dir poco dissidente nei confronti della Repubblica Islamica e che oggi, stando alla seguente intervista sembra invece essersi convinto della bontà intrinseca del regime di Ahmadinejad e Khamenei?
A.H. Se per ipotesi mi
spostassi a Teheran domani e volessi corrispondere da lì con il mio giornale,
pensi che sarebbe possibile scrivere qualcosa contro il vostro governo da lì, o
credi che un comportamento del genere sarebbe troppo pericoloso?
D. Credo
saresti a posto, guarda per esempio il lavoro che Robert Tait del Guardian
o molti altri giornalisti stanno portando avanti oggigiorno, anche se queste
persone rompono regolarmente le regole di un giornalismo accurato, imparziale e
giusto. Se posso essere onesto con te alcuni di loro li licenzierei. Certi
giornalisti fanno un lavoro di propaganda (e tra loro ci sono anche iraniani)
teso soltanto alla campagna di demonizzazione dell'Iran in ottica
pro-americana.
A.H. Pensi che il problema
dell'Iran sia collegato alla Sharia, in altri termini, credi che sia giusto che
il potere politico e quello religioso non siano separati?
D. Non
esiste una sola versione dell'Islam sciita in Iran. C'è quello di Khomeini
contro quello di Mesbah. Per quanto riguarda il primo, oggi è rappresentato da
figure tipo Khatami e in un certo senso Khamenei. Questo significa che loro
credono nell'Islam sciita come l'unica via possibile per rendere le persone
consce della loro lotta per l'uguaglianza, l'indipendenza e la libertà.
Comunque,da un punto di vista di tipo marxista fondamentalista o
liberale, la religione non può convivere con la democrazia, l'uguaglianza o la
libertà. Uno dei pochi intellettuali occidentali ad aver capito questa
sofisticata, unica e totalmente nuova ideologia è Michel Foucault. Leggete cosa
ha scritto per il Corriere della Sera per capire come "la
Repubblica Islamica o l'Iran" è mal interpretata e incompresa per via di
un approccio che definirei strutturalista.
A.H. Potresti spiegare ai
nostri lettori perché hai deciso di lasciare l'Iran?
D. Non è che abbia lasciato il paese per via di pressioni
politiche o roba simile. Ho lasciato l'Iran legalmente nel 2001 e sono
immigrato in Canada (non ho richiesto asilo o cose del genere una volta lì). Ma
il mio blog è filtrato in Iran e sono stato interrogato e obbligato a firmare
una dichiarazione di scuse quando sono tornato. Anche se questo non significa
che lo stato iraniano sia completamente illegittimo, cosa che molti vogliono
sentirsi dire da persone come me. Ho lasciato il paese per vedere il resto del
mondo, ma una volta completati gli studi tornerò, non mi interessano le
conseguenze.
A.H. Ho letto dello
scherzo che hai giocato ai tuoi lettori in occasione delle elezioni del 2005,
che voleva dimostrare il modo in cui funziona il controllo dei media, in
quell'occasione hai dichiarato che quello è il modo in cui agisce il regime in
Iran, cosa pensi che noi giornalisti potremmo fare contro quel tipo di
controllo?
D. Fino a che lo stato [iraniano ndr] non crede che tu sia
supportato dai soldi stranieri o da un altro tipo di organizzazione
e che tu non stia tentando di destabilizzare la società, sei libero di scrivere
e pubblicare qualsiasi cosa. Comunque devo ammettere che anche gli Usa hanno
destabilizzato la società venezuelana e quella dell'Asia centrale unicamente
per servire il loro interesse. Tra le altre cose non dovremmo dimenticarci che,
basandoci su alcuni documenti ora di dominio pubblico, anche la Cia aveva sul
suo libro paga alcuni giornalisti iraniani con lo scopo di screditare Mossadeh
alcuni mesi prima del colpo di stato in Iran nel 1953.
Ecco, secondo il "nuovo" punto di vista di Derakhshan, il regime iraniano diventa il luogo di libertà per eccellenza, gli Usa il diavolo tentatore, la Sharia diviene un regime auspicabile e mal interpretato, i giornalisti in Iran stanno facendo propaganda pro-Usa e il tutto soltanto due anni dopo l'elezione di Ahmadinejad alla presidenza. C'è puzza di bruciato e pare che le vie del signore siano proprio infinite...Che cosa sarebbe successo se Derakhshan non avesse firmato quel documento in cui si scusava per le sue dichiarazioni?

