Giovedì 28 Agosto 2014

La riforma costituzionale "trappola" della sinistra in cui l'opposizione rischia di cadere

6 Novembre 2007

Oggi, (martedì 6 novembre) alla Camera dei deputati riprende la discussione e la votazione della proposta di legge di modifica della seconda parte della Costituzione proposta dal centrosinistra e approvata dalla Commissione affari costituzionali (presieduta dall’on. Luciano Violante), con il voto favorevole della maggioranza e con l’astensione di tutta l’opposizione (solo Forza Italia avrebbe voluto votare contro). L’esame degli emendamenti, già iniziato ad ottobre, questa volta andrà avanti spedito perché scatta il contingentamento dei tempi. Che si tratti di una finta riforma, destinata comunque a insabbiarsi nel seguito dell’iter parlamentare (come tra poco esamineremo), poco importa. Quello che conta per il centrosinistra, anche grazie all’assenza di un voto contrario dell’opposizione e, addirittura, al fatto che uno dei due relatori del provvedimento sia l’on. Italo Bocchino di Alleanza nazionale, è ottenere l’approvazione del disegno di legge da parte di un ramo del Parlamento per poter agitare questo risultato politico - una riforma costituzionale quasi condivisa dall’opposizione o condivisa da una parte di essa - come ragione per il proseguimento della legislatura almeno fino al 2009, sia se il governo Prodi resterà miracolosamente in piedi, sia se gli succederà un nuovo esecutivo di natura più o meno istituzionale. Ad approvazione avvenuta da parte della Camera, possiamo immaginare quale concerto di esternazioni si leverà da parte di tutte le cariche istituzionali (con la conseguente attenzione dei mezzi di informazione), per giocare la carta del proseguimento della legislatura. A meno che Veltroni, per non farsi logorare dal fallimento del governo Prodi e dagli “oligarchi” del partito democratico, non abbia davvero deciso  (e soprattutto vi riesca) di andare alle elezioni nel 2008, magari proprio con questa legge elettorale, anche quella del Senato. Nessuno potrebbe imputargli la responsabilità della probabile sconfitta, comunque renderebbe striminzita la vittoria del centrodestra a Palazzo Madama e, soprattutto, potrebbe plasmare a propria immagine e somiglianza il costituendo Partito democratico grazie alle lunghe liste bloccate del “porcellum”.

 

Se la modifica della Costituzione in discussione alla Camera fosse una buona riforma destinata a cambiare il volto del nostro malandato sistema istituzionale, potremmo davvero ragionare sull’esigenza del proseguimento della legislatura. Ma purtroppo si tratta proprio di una finta riforma, sia per ragioni di merito che di metodo. Infatti, se gli obiettivi dichiarati (rafforzamento dei poteri del premier, federalismo, superamento del bicameralismo paritario) sono sostanzialmente gli stessi della riforma approvata dal centrodestra nella scorsa legislatura, e poi bocciata nel referendum, il contenuto effettivo si discosta di gran lunga da quegli obiettivi, oppure è inficiato da un grave errore metodologico destinato a produrre la paralisi della riforma stessa. Esaminiamo le tre questioni più rilevanti (precisando subito che non rientra tra queste la riduzione del numero dei parlamentari, del tutto irrilevante ai fini della funzionalità del nostro sistema istituzionale).

 

La prima. Non è previsto alcun rafforzamento dei poteri del premier, diversamente da quanto viene sbandierato, ma solo un piccolo maquillage incapace di modificare la strutturale debolezza istituzionale del premier italiano.

Nel testo si prevedono infatti solo tre modifiche che sono ben poca cosa, per non dire aria fritta. La prima è la possibilità che il premier proponga al Capo dello Stato non solo la nomina ma anche la revoca di un ministro. A parte l’assenza del potere diretto di nomina e revoca dei ministri da parte del premier (questo potere rimane nelle mani del Presidente della Repubblica che pertanto potrebbe opporsi alle proposte del premier), il potere di revoca serve a poco con i governi di coalizione. Per fare un esempio, revocare ministri politici come Mastella, Di Pietro o Pecoraro Scanio sarebbe  impossibile anche disponendo del potere di revoca, perché il governo cadrebbe un secondo dopo. Mentre la revoca di ministri tecnici è di fatto possibile anche oggi, pur in assenza del potere di revoca.      

La seconda modifica consiste in una norma che rinvia ai regolamenti parlamentari la disciplina del potere del governo di chiedere la votazione di un disegno di legge entro una data determinata. Ma i regolamenti parlamentari già prevedono questo potere, in modo esplicito (per tutti i disegni di legge collegati alla finanziaria, anche fuori sessione di bilancio) o in modo implicito (per tutti gli altri provvedimenti, attraverso le norme sulla programmazione dei lavori e sul contingentamento dei tempi). Oggi le leggi si bloccano (anche alla Camera dove la maggioranza ha circa settanta seggi di margine) solo per la mancanza di coesione e per i veti all’interno della stessa maggioranza. E’ sufficiente un solo esempio per dimostrarlo: quando la CdL ha voluto modificare la legge elettorale (non una leggina qualunque) sono stati sufficienti meno di due mesi tra Camera e Senato.

La terza modifica riguarda il voto di fiducia dato non più al governo ma al Presidente del Consiglio. Una norma che potrebbe comportare un modesto rafforzamento del premier solo se, come in Spagna e Germania, il voto del Parlamento avvenisse in una fase precedente a quella della formazione dell’esecutivo. Invece nel testo ora all’esame dell’Aula di Montecitorio il voto di fiducia al Presidente del Consiglio è previsto solo dopo che egli abbia formato il governo. In questi termini la modifica non serve proprio a niente, è meno dell’aria fritta. 

Insomma, queste modifiche costituzionali non migliorerebbero la governabilità e la stabilità dell’esecutivo neppure di un millesimo.   

Nel testo approvato dalla Commissione affari costituzionali non c’è alcun meccanismo di stabilizzazione dell’esecutivo, meno che mai il potere di scioglimento della Camera, il potere più significativo di cui dispone il premier nelle maggiori democrazie parlamentari, non solo in Inghilterra, Spagna e Svezia, ma anche in Germania. Infatti, occorre ricordare che l’articolo 68 della Costituzione tedesca consente al Cancelliere di ottenere lo scioglimento in caso di mancata approvazione della richiesta di fiducia, anche qualora la mancata approvazione della fiducia sia dovuta all’espediente di far uscire dall’aula i deputati della maggioranza (in questo modo hanno ottenuto lo scioglimento Brandt nel 1972, Kohl nel 1983, Schroder nel 2005). Un potere di scioglimento utilizzato anche come deterrente, cioè non per ottenere lo scioglimento ma per “convincere” settori riottosi della maggioranza a votare importanti provvedimenti o mozioni (nel 2004 Schroder ottenne la fiducia sull’Afghanistan minacciando lo scioglimento qualora i Verdi non l’avessero votata).

 

Le ragioni dell’inconsistenza delle norme sui poteri del premier sono le stesse che hanno portato il centrosinistra ad accusare la riforma della Cdl delle peggiori nefandezze (“deriva plebiscitaria”, “dittatura del premier” ecc.) solo perché essa attribuiva al premier poteri di gran lunga più blandi di quelli previsti nella gran parte delle democrazie europee. Una posizione che non è solo della sinistra massimalista ma anche della gran parte dei Ds e della Margherita (magari gli stessi esponenti che poi esprimono un ammirato stupore per il decisionismo di Sarkozy, fingendo di ignorare che esso dipende non solo dalle sue qualità personali ma anche dalla natura delle istituzioni francesi, caratterizzate da una concentrazione di poteri mille volte maggiore di quella della riforma costituzionale della Cdl, contraddizione messa in luce recentemente da Angelo Panebianco sul Corriere della Sera).

Ma ciò che stupisce di più è il sostanziale avallo al disegno di legge costituzionale fornito da quella parte dell’opposizione - mi riferisco ad Alleanza Nazionale - che del rafforzamento dei poteri del premier, e addirittura del presidenzialismo, ha fatto finora una bandiera. Le ragioni politiche che hanno spinto l’esponente di An Italo Bocchino, co-relatore del provvedimento, ad accontentarsi di un mucchietto di specchietti e perline sono allo stato del tutto misteriose, a meno di non doverle ricercare nel famoso proverbio del marito che, per fare dispetto alla moglie (in questo caso il leader della CdL), decide di tagliarsi ecc. ecc.

 

La seconda questione. Il testo della riforma del centrosinistra non tocca e non corregge affatto il titolo V, come aveva invece previsto la riforma del centrodestra “rimediando ai pericoli per l’unità nazionale dello sgangherato federalismo del titolo V dell’Ulivo”, come affermò Augusto Barbera, autorevole costituzionalista dei Ds.

Una mancata correzione che contribuisce ad accrescere il già pesante squilibrio di poteri tra governi locali e governo nazionale, con il permanere della paralisi decisionale su tante essenziali questioni che bloccano lo sviluppo del paese, dalle infrastrutture all’energia.

 

La terza questione. Si tratta di una fondamentale questione di metodo relativa alla riforma del bicameralismo perfetto (e quindi del procedimento legislativo), un’anomalia ormai solo italiana che mette in causa sia il federalismo (per l’assenza di una Camera come sede di raccordo tra Stato e Regioni) sia la governabilità (per la difficoltà/impossibilità di trovare un sistema elettorale che assicuri la stessa maggioranza in entrambe le Camere). La riforma è tanto indispensabile quanto difficile da realizzare a causa del famoso paradosso del “riformatore che deve riformare se stesso”, in questo caso i senatori - di maggioranza come di opposizione - che devono approvare una riforma che comporta un forte mutamento del proprio ruolo e dei propri poteri. Quasi una “mission impossible”, soprattutto in questa legislatura, considerando i precari equilibri che caratterizzano l’Assemblea di Palazzo Madama. Il centrosinistra ha commesso un doppio errore: prima ha bocciato la riforma della CdL (che aveva certamente dei difetti, ma che poteva essere migliorata in questa legislatura, senza dover ripartire da zero), e ha così sprecato così una grande occasione riformatrice, forse irripetibile per molti anni a venire; ora ha compiuto un secondo grave errore di metodo: ha fatto scrivere il testo della riforma, che riguarda il sistema di elezione e i poteri del Senato, solo ai deputati, non coinvolgendo in alcun modo i senatori. Un errore che si tradurrà quasi certamente nell’insabbiamento del disegno di legge costituzionale da parte dei senatori, in primo luogo della stessa maggioranza, non disponibili a subire le conseguenze della riforma. Per quanto riguarda i poteri del Senato, occorre infatti considerare che sottrarre la fiducia al Senato significa anche sottrarre al governo la possibilità di porre la fiducia a Palazzo Madama, da cui deriva la necessità di attribuire solo alla Camera il potere di decidere in via definitiva le leggi di attuazione del programma di governo. E su questo il testo della riforma è teoricamente positivo, proprio perché nel riparto delle competenze tra le due Camere sottrae al Senato non solo la fiducia ma anche i poteri di governo. Per quanto riguarda il sistema di elezione del Senato la Commissione affari costituzionali della Camera ha previsto che i senatori non siano eletti direttamente dai cittadini (magari contestualmente ai Consigli regionali), bensì in parte dai Consigli regionali, tra i propri consiglieri, e in parte dai Consigli delle autonomie locali, tra i componenti dei Consigli dei Comuni, delle Province e delle Città metropolitane. Insomma, un Senato di secondo e addirittura terzo grado, che di fatto esclude gli attuali senatori dalla possibilità di rielezione. Una soluzione che potrebbe sembrare simile a quella del Bundesrat tedesco ma che in realtà è molto diversa. Infatti nel Bundesrat sono presenti solo i rappresentati dei governi dei Lander (con la finalità di facilitare la concertazione istituzionale tra la maggioranza di governo a livello federale e le maggioranze di governo a livello regionale). Un Senato federale composto invece da una sommatoria di consiglieri regionali e locali, rappresentanti di tutta la miriade di partiti e partitini, sarebbe strutturalmente incapace di svolgere il ruolo di concertazione svolto dal Bundesrat tedesco. I Presidenti delle Giunte regionali, non presenti nel Senato federale e quindi non responsabilizzati nelle decisioni che riguardano il concreto riparto di competenze tra Stato e Regioni, continuerebbero ad alimentare il patologico contenzioso costituzionale prodotto dalla pessima modifica del Titolo V.   

Autorevoli senatori della maggioranza hanno già dichiarato che mai e poi mai faranno passare il testo approvato dalla Commissione affari costituzionali della Camera. Per fare un esempio bastano le affermazioni del senatore Villone durante i lavori della I Commissione del Senato: “Io quella roba non la voto nemmeno se mi mettono la pistola alla tempia!”. 

 

Alla luce di tutto questo si comprende che il disegno di legge in discussione alla Camera è del tutto privo di equilibrio e non può costituire la base per una seria intesa con il centrodestra. Per ragioni di merito che prescindono anche dalla difficoltà di scrivere nuove regole costituzionali insieme ad una maggioranza che non ha esitato a stracciare quel minimo di regole istituzionali che erano state concordate sulla Rai. Ed è comunque un disegno di legge destinato ad insabbiarsi a Palazzo Madama

In queste condizioni la riforma della Costituzione agitata dal centrosinistra si rivela solo un espediente per tentare di prolungare la sopravvivenza di un governo capace solo di continuare a procurare gravi danni al paese.

Pare che alcuni riformisti del nuovo Partito democratico, invisi ai parrucconi che vorrebbero congelare la Carta del ’48, abbiano tirato un sospiro di sollievo constatando che il designo di legge ha comunque un pregio: non fa danni, non peggiora il testo della Costituzione vigente. Certo, da questo centrosinistra era (ed è sempre) possibile attendersi anche un peggioramento. Ma essere lieti per lo scampato pericolo non è certo un valido motivo per avallare un testo incapace di realizzare l’ ammodernamento delle istituzioni di cui l’Italia ha bisogno.  

 

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n° 141 del 5 Aprile 2007.