Martedì 21 Ottobre 2014
15 anni dopo il massacro

La Serbia si scusa per Srebrenica.
Ma per Belgrado non fu "genocidio"

2 Aprile 2010
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Srebrenica. Luglio 1995. In quei giorni di guerra morirono circa 8 mila persone. Trascorsi 15 anni dal massacro compiuto dalle truppe della Republika Srpska, il parlamento serbo ha adottato 2 giorni fa una risoluzione di condanna di uno degli episodi più sanguinosi della guerra in Bosnia, rendendo così omaggio ai caduti e scusandosi – nel contempo – per non avere fatto abbastanza per impedirlo. “Oggi è un grande giorno per la Serbia che ha dimostrato di avere la forza per qualificare quello che successo come crimine di guerra”, ha commentato il presidente serbo Boris Tadic.

La risoluzione è stata approvata dopo un dibattito trasmesso in diretta Tv e protrattosi per 13 ore. Nel testo non appare la parola “genocidio” e, analizzandone i contenuti, si evince come sia frutto di un compromesso espresso dalle diverse anime della politica serba. A tal proposito Tadic ha detto che “il parlamento non si occupa di definizioni giuridiche, ma ha approvato un documento politico”. Il presidente ha inoltre riaffermato che “la Serbia vuole trovare ed arrestare i responsabili del crimine, soprattutto il generale Ratko Mladic”, accusato dal Tribunale Penale Internazionale per l'ex-Jugoslavia di essere l’imputato numero uno del massacro di Srebrenica e latitante dal 1995.

Ripercorriamo quella vicenda per chi era troppo giovane o chi è poco attento. Nel 1994, in piena guerra Jugoslava, l'Onu istituì come zone protette le città di Sarajevo, Tuzla, Zepa, Goražde, Bihać e Srebrenica; dichiarò inoltre che gli aiuti umanitari e la difesa delle zone protette dovevano essere garantiti anche con l’uso della forza da parte dei Caschi Blu. Le delimitazioni furono stabilite a tutela della popolazione bosniaca, quasi completamente musulmana, costretta a fuggire dall’occupazione dell'esercito serbo-bosniaco. Il 9 luglio 1995, Srebrenica e il territorio circostante furono attaccati dall'armata serbo-bosniaca guidata da Mladic che due giorni dopo entrò nella città.

I 600 caschi blu dell'ONU e le 3 compagnie olandesi Dutchbat I, II e III (di stanza a Srebrenica) non intervennero: motivi e circostanze non sono ancora stati del tutto chiariti. La posizione ufficiale è che le truppe ONU fossero scarsamente armate e non potessero far fronte da sole alle forze di Mladić. Nel 1996 il governo olandese ordinò un'inchiesta per stabilire le responsabilità delle truppe di Dutchbat. Il 16 aprile 2002, in seguito alla presentazione dei risultati, l’esecutivo di Wim Kok presentò collettivamente le dimissioni assumendosi la responsabilità, ma non la colpa, del massacro. Il 4 dicembre 2006 il ministro della difesa olandese, con l'appoggio della Commissione Europea, ha consegnato la medaglia d'onore al battaglione olandese per il coraggio mostrato a Srebrenica. Il 2 marzo 2007 il Tribunale Penale Internazionale dell'Aja pur definendo il massacro un genocidio, assolse la Serbia dalle responsabilità e dispose l'arresto dell'ex leader politico serbo bosniaco Radovan Karadzic e del suo capo militare Ratko Mladic.

Tornando a oggi, va sottolineato come la Dichiarazione su Srebrenica sia stata votata solamente da democratici e socialisti, ovvero dai partiti "europeisti" intenzionati a fare il possibile per portare la Serbia nell'Unione. Da notare come, per ottenere il massimo dei consensi e porre fine a un estenuante dibattito, la maggioranza governativa abbia proposto di ricorrere al termine 'crimine’, invece che a 'genocidio’ e l'opposizione abbia insistito affinché nella stessa Dichiarazione fosse inserita anche la condanna dei crimini commessi contro il popolo serbo. Nel documento si legge che il Parlamento serbo “condanna nel modo più severo” l'eccidio ed esprime “profonde condoglianze e scuse per le famiglie delle vittime in quanto non è stato abbastanza per prevenire la tragedia”. Nella risoluzione, il parlamento ribadisce la sua disponibilità a una piena collaborazione con il Tribunale penale del'Aja, che chiede da tempo a Belgrado cooperazione per l'arresto e l'estradizione di Mladic.

Da parte loro, l'Alto rappresentante Ue Catherine Ashton e il commissario europeo all'Allargamento Stefan Fuele, in un comunicato congiunto diffuso a Bruxelles, hanno definito la dichiarazione sul massacro un “passo importante per il paese” ma anche “la chiave per la riconciliazione dell'intera regione” balcanica. L'Ue inoltre “prende nota della riaffermazione della volontà di cooperare con il Tribunale internazionale dell'Aja per i crimini nell'ex Jugoslavia, in particolare per l'arresto e la consegna dei restanti latitanti, e di continuare il trattamento a livello nazionale dei crimini di guerra”. Questi, infatti, sono “elementi cruciali per la stabilità e la riconciliazione nella regione per la prospettiva di ingresso nell'Ue della Serbia”. Dello stesso avviso gli olandesi.

L'Olanda, fino ad oggi contraria alla concessione dello status di candidato a membro Ue della Serbia, ha definito “un passo in avanti” la delibera, ma stima che la cooperazione serba con il tribunale penale internazionale dell'Aja non sia ancora “totalmente piena”, legando di conseguenza l'integrazione della Serbia all'arresto di Mladic.

Secondo la Farnesina la condanna da parte del parlamento serbo è “un atto che l'Italia accoglie con grande favore” e “un passo estremamente importante per il prosieguo dell'evoluzione europea della Serbia e della sua piena riconciliazione nella regione”. È quanto ha affermato il portavoce della Farnesina, Maurizio Massari. “Accolgo con favore la condanna ufficiale del massacro di Srebrenica fatta dal parlamento serbo”, ha aggiunto Pietro Marcenaro, membro della delegazione italiana presso l'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa. “Questo voto è un segnale dell'attuale desiderio che la Serbia ha di lasciarsi il passato alle spalle e rinforzare il suo ruolo in Europa”, ha concluso Marcenaro.

Delineato il quadro, occorre riflettere sull’effettivo valore che questa svolta rappresenta. Ad una prima lettura si potrebbe presumere che finalmente qualcosa si stia muovendo nell’establishment serbo, qualcosa che spinga verso un desiderio di giustizia e di "fare i conti" con il passato. Più verosimilmente questo chiudere i conti con il passato, ma soprattutto l’impulso verso un futuro all’interno dell’Ue, hanno favorito e accelerato un processo che altrimenti avrebbe richiesto un numero ancora più lungo di anni e chissà quante altre polemiche.

Commenti
Carolus
02/04/10 19:23
La Serbia in Europa?
Invece di chiedere ai serbi se vogliono entrare nella UE, chiediamo agli europei se accettano la Serbia tra i Paesi europei. Ho qualche dubbio che sarebbero accettati.
mj23
03/04/10 11:45
non volete la Serbia?
Bene, consolatevi con la Turchia...
Anonimo
04/04/10 22:42
Io sono serba e sinceramente
Io sono serba e sinceramente sono totalmente contraria a questo pezzo di carta firmato dai governatori senza aver nemmeno chiesto il parere della popolazione, anche perchè allora si potrebbe benissimo pretendere altrettanto dai croati per Jasenovac (l'Aushwitz balcanico in cui sono state uccise 700.000 persone, perlopiù serbi, rom ed ebrei). Personalmente sono contraria a tutto il governo di Tadić e non sono pro all'entrata della Serbia nell'UE, in primis perché non ha niente a che vedere con la nostra cultura (ma vale lo stesso anche per la Croazia, che invece ne fa parte), poi perché vengono poste condizioni assurde per l'entrata della Serbia nell'UE (del tipo consegnare Karadzić, ora che è stato consegnato lui Mladić, prima sono venuti Milošević e Koštunica; infine chiederanno di proclamare indipendente il Kosovo e ne verrà fuori una vera e propria rivolta, considerando che Tadić ne sarebbe capace). Io non parlo solo di testa mia ma per gran parte delle persone che conosco, contrarie a Tadić quanto me. Non parlo di persone che ricordano Tito e il comunismo o altro, ma parlo di persone che come me sono del '90 e si ricordano bene cosa ha portato la guerra. Io avevo sei anni quando passavo le notti sui ponti di Belgrado per evitare che li bombardassero e ricordo ancora persone mai viste prima che si avvicinavano a mia madre per chiederle "Secondo te oggi la buttano o no?", ricordo il suono delle sirene quando volavano gli aerei e quello che si sentiva quando le bombe esplodevano, ricordo ancora quando uscivo fuori di casa, la sera, per giocare con la mia migliore amica, accompagnata da suo fratello e dalle nostre mamme e guardavamo la luce che si vedeva dopo lo scoppio per indovinare se avevano mirato a Smederevo, Požarevac, Velika Plana o Belgrado. I serbi sono dovuti scappare dalla Croazia per non morire, e qui prendo in considerazione il testo della canzone di un rapper, M.A.X., emigrato a Belgrado da Knin (in italiano Tnin), in Croazia, ora residente in America, mio conoscente. Questa canzone, “Moj život”(Tradotto: “La mia vita”) parla di come è giunto in Serbia: “Bila jednom jedna pokrajina tamo oko grada Knina ma znas dje ti je to znas dje Dinara planina te osamdeset prve mi ćaća dobije sina ti godina kazu pjevala cjela kninska dolina lokalo se vina slavilo ma bila milina pršuta sira iz mjesina al odjednom odjednom zla krv od davnina iznenada poče radit oružje se pože vadit i ko je moga i znat da ćemo se tako svadit a djete teže shvata kad mu kažeš “Evo rata” sve dok nevidje i sam shvata tjela ispod vrata preklata a bilo negdje oko dva tri sata kad zakucase na vrata neka dva čojeka sa dva automata upitaše “Mali dje ti je tata? Imaš li starijeg brata?” ja u rukama papir i bojicu reče “Imam dvojicu od tetke” a sad mi daj da vidim te metke “Mali zovi ćaću mora s nama” “A mama sine ne boj se neće biti sama ona ostaje odje sa vama sa mojim muškarčinama zato neću da ti vidim više oči u suzama ama veliki si shvati neke stvari vratiće se stari brzo, ajmo, uzo sam sve sto treba jesmo se mi dogovorili nemoj štogod da si sjeba” “Tata, tata, volim te do neba” krv suze i bol kome je trebalo to zašto krv suze i bol nije nam trebalo to zrno mržnje poče klijat počesmo se ubijat a nekad smo se znali svi zajedno iskreno smijat ljudi se prestadose brijat ja deset godina djete slušam jedan drugom prijete gledam oštre bajonete i granate kako lete na sve strane pitam babu: “Baba koji nas to tuku a koji nas brane? Zašto niko više ne spominje Titove partizane? Oćel ovo ikad da stane? Oćel opet bit ki lane? Baba, oćemo li ovdje biti i sutra kad stane?” “Slušaj sinko, moralo je da plane ja ti pamtim dane kad se ovdje tuklo dok jedan ne ostane jer odje se krve još od četrest i prve jedan na drugog roze ćeraju se na noze prvi “Ne možemo se volit a istom Bogu ne molit” drugi veli “Mene tom svom Bogu neš privolit nećemo se dogovorit lakše jedan drugom krv prolit!” krv suze i bol kome je trebalo to zašto krv suze i bol nije nam trebalo to prva godina je rata ja i Darko ki dva brata neki nas čak pitaju družimo li se iz inata mali znaš da se dobro zna ko je ko u selo velio ne znam jel nam to možda piše na čelu cjelu noć mislim o tom a nemam gdje pročitat poče svitat a ja cu ti ga jope babe pitat a ona “Vako slušaj ti i Darko ste drugovi i to treba ostat tako a nek svako priča ko šta oće jope ćemo bit isti kad zlo prodje a proć će ne gledajte na te stvari mržnju posijase stari a sve je to zbog krsta vidiš on se krsti cjelom šakom a ti sa tri prsta a neki nisu u pravo nemoj ti njega vrijedjat zato sto on ne slavi slavu i što pali bjelu svijeću” reko “Baba necu” udjosmo u devedeset treću kad ču da njegovi kreću ja trk do njega da dje ću reko druže kuda vi a on se u plaču udavi kaže slusaj prijatelju imam jednu želju moji vele mora da se krene ja ti ostavljam ovo štene nek te sjeća na mene a ti ga odgoj ka da je tvoj zvaću te imam tvoj broj jedan i drugi jeca tu dje smo rasli ko djeca glumili opasne klapce stavljali zamke za vrapce i slavuje sad nam neko drugi sudbine kuje nek svako čuje drugarstvo ubit neće ma kolko mržnjom da nas truje krv suze i bol kome je trebalo to zašto krv suze i bol nije nam trebalo to ćaće nema par mjeseci kući pet ujutro poče tući ja se ustao obući mater sjedi kukajući a vrući avgust bio te gledam rakete sto lete po gradu pečurke se dižu loše vjesti nam stižu narod se poče pakovati uplakana mati piše tati da može znati ako se vrati kući a nas nema cjelo selo se sprema formiraju kolone samo zene i djecu da sklone a djeca vriste svakom neko otiša na ratište spakovasmo nešto robe i par deka kad ja vidje iz daleka kolona duga ka rijeka ovo ka da je neko reka mora vako onda krenusmo polako nema ko nije plako nije lako rodni kraj i kuću ostavit tek tako u bosnu ušli oko zore u srbu izbjeglica more tu su dok se ne odmore svakog iste brige more od srba prema Martinbrodu kolona u sporom hodu neki traže ranu al većina ih traži vodu tuga ljuta stare iznemogle što umru sarane kraj puta a ja knedle gutam dok mi pogled luta po prvoj koloni vojnika većinom ranjenika tužna je to slika al nidje ćaćinoga lika svakom uplakana lica komsiji puna prikolica staza strma okolo šuma u Petrovcu mu puče guma a onda vidje avione bacaju bombe na kolone ljudi bjeze da se sklone a ja ne znam šta ću tražim ćaću stade vojni kamion čojek kaže ide i on za Banja Luku pruzi ruku i reče ajde upadajte u dajcu par vojnika stoje jednome se rane gnoje kažu smrti se ne boje samo da pronadju svoje evo je i Banja Luka svako kuka svakog muči ista muka mater plače kažu ide se do rače te noći najteže je bilo kroz koridor proći ma valjda ćemo moći do Srbije živi doći a kroz Brčko mi jedini vojni kamion u koloni odjednom krenuše trombloni jedan od vojnika viknu “Goni brže gadjaju nas” čojek gasi svjetla i dade gas po mrklome mraku izbjegosmo smrt za dlaku novo jutro je na drini blizu rače srce mi kuca sve jače i jače napokon spas tih dana sam po prvi put čuo ćaćin glas kaže već je u Beogradu sve ove dane tražio nas isti čas pravo Beograd prvi bas iza nas Drina daleko od rodnog grada Knina i svih onih ruševina od toga dana Beograd me primio ko sina” TRADOTTO: “C’era un tempo un posto vicino alla città di Tnin, sai dov’è qul posto , sai dov’è la montagna Dinar. In quell’81 mio padre ha avuto un figlio, in quegli anni tutti i dintorni di Tnin erano un coro di canzoni festose, si beveva vino, si festeggiava, era il massimo, prosciutto, formaggio e carne, ma d’un tratto, d’un tratto il cattivo sangue che scorreva nelle vene da tempo ha iniziato a primeggiare, si sono iniziate a tirare fuori le armi e chi poteva sapere che saremmo finiti così? Un bambino capisce più difficilmente quando gli dici “Ecco la guerra”, finché non vede e capisce anche da solo, corpi senza teste, e verso le due-tre bussano alla porta due uomini con due automatiche e chiedono: “Piccolo dov’è tuo papà? Hai un fratello maggiore?” io avevo in mano un pezzo di carta e un colore a matita, ho risposto: “Ne ho due da parte di zia”[in serbo-croato “fratello” e “cugino” si dicono allo stesso modo, se non è fratello si precisa come si è imparentati], ma ora fammi vedere quei proiettili! “Piccolo chiama il papà, deve venire con noi” “Figliolo non preoccuparti, la mamma non sarà da sola, lei resta qui, con voi, coi miei maschioni, perciò non voglio vedere i tuoi occhi pieni di lacrime. Ei, sei grande devi capire certe cose, il vecchio tornerà presto, andiamo, ho preso tutto quello che ci serve, noi ci siamo messi d’accordo, non sbagliare qualcosa” “Papà, papà, ti voglio tanto bene!” Sangue, lacrime e dolore, chi aveva bisogno di ciò? Sangue, lacrime e dolore, non avevamo bisogno di questo. Non avevamo bisogno di questo seme della discordia che ha cominciato a dare i suoi frutti, abbiamo iniziato a ammazzarci, anche se una volta sapevamo ridere tutti insieme, i grandi hanno smesso di radersi la barba[non ci si rade per 40 giorni quando si perdono familiari molto giovani], io, dieci anni, un bambino, ascolto uno che intimidisce l’altro, guardo baionette e granate che volano da tutte le parti e chiedo alla nonna: “Nonna chi è che ci ammazza e chi ci protegge? Perché nessuno nomina più i partigiani di Tito? Finirà mai questo? Sarà di nuovo come prima? Saremo di nuovo qui domani, quando finirà?” “Ascolta, figliolo, doveva succedere, io ricordo quei giorni in cui qui ci si ammazzava finché non restava uno solo, perché qui si muore ancora dal’41, uno si accannisce sull’altro, uno dice “Non possiamo amarci e non pregare lo stesso Dio”, l’altro “Non mi renderai caro a quel tuo Dio, non ci metteremo d’accordo, sarà più facile far versare sangue uno all’altro!” Sangue, lacrime e dolore, chi aveva bisogno di ciò? Sangue, lacrime e dolore, non avevamo bisogno di questo. È il primo anno di guerra, io e Darko come due fratelli, certe persone ci chiedono se siamo amici per rivolta “Piccolo sai che si sa chi è chi in paese”, rispondevo “No perché? Forse lo abbiamo scritto sulla fronte?” ci penso tutta la notte e non ho dove leggere la risposta, inizia a farsi giorno e che potevo fare se non chiedere di nuovo alla nonna, e lei mi fa così “Senti, tu e Darko siete amici e ciò deve restare così, che tutti dicano ciò che vogliono, saremo di nuovo uguali quano il male passerà, e passerà, non badate a queste cose, il male lo hanno piantato i vecchi; e tutto questo è per la croce, vedi, lui ne fa il segno con tutta la mano e tu con tre dita, alcuni non hanno ragione, non lo offendere perché lui non festeggia la slava [una festa che ha ogni famiglia serba per festeggiare il proprio santo, la festeggiano solo i serbi in tutto il mondo ortodosso] e perché lui accende la candela bianca”, ho risposto “No, nonna, non lo farò”. Così siamo arrivati nel ’93, quando ho sentito che i suoi partivano sono corso da lui, sì, dove sennò? Ho chiesto: “Amico dove andate?” e lui si stava soffocando tra le lacrime, mi fa “Senti amico, ho un desiderio, i miei hanno detto che dobbiamo partire, ma io ti lascio questo cagnolino, che ti ricordi me, tu crescilo come fosse tuo, ti chiamerò, ho il tuo numero” l’uno e l’altro piangiamo, qui dove siamo cresciuti, da bambini facevamo i cattivi, catturavamo passeri e altri uccelli, adesso è qualcun altro a creare il nostro destino, che sentano tutti: non ci rovineranno la nostra amicizia per quanto ci avvelenino con questo odio! Sangue, lacrime e dolore, chi aveva bisogno di ciò? Perché sangue, lacrime e dolore, non avevamo bisogno di ciò . Il papà non è a casa da qualche mese, in casa scoccano le cinque di mattina, io mi alzo per vestirmi, la mamma è seduta e piange, è agosto e fa caldo, guardo missili che volano, le fermate degli autobus volano, arrivano cattive notizie, le persone hanno iniziato a fare le valigie, la mamma piangente scrive al papà perché sappia se torna a casa e noi non ci siamo. Tutto il paese si prepara, si formano le colonne, solo per mandare via le donne e i bambini, e i bambini urlano, a tutti qualcuno è andato in guerra, abbiamo preso un po’ di roba e qualche soldo, quando ho visto da lontano una colonna lunga come un fiume, come se qualcuno avesse detto che si deve fare così, quindi siamo partiti piano, non c’è chi non piangeva, non è facile lasciare la casa e il posto in cui sei cresciuto così. Siamo entrati in Bosnia verso l’alba , in Serbia un mare di figgiti, sono qui finché non si riposano un po’ , tutti sono tormentati dalle stesse pene. Di serbi verso Martinbrod c’è una colonna che va verso la parte opposta , alcuni chiedono cibo, ma la maggior parte chiede acqua, fanno pena i vecchi stanchi, quelli che muoiono vengono sepolti di fianco alla strada, e io ingoio rospi finché lo sguardo si disperde sulla prima colonna di soldati, in gran parte feriti, è un quadro che fa tristezza, ma non c’è da nessuna parte lo sguardo di papà, tutti hanno i volti coperti di lacrime, il vicino ha il portabagagli pieno, la salita è ripida e attorno ai boschi di Petrovac gli si è forata la gomma, allora ho visto gli aerei che buttavano le bombe sulle colonne, le persone scappano per ripararsi, e io non so che fare, cerco papà; si ferma un camion militare , un uomo dice di andare anche lui per Banjaluca, porge la mano e dice “Dai, entrate”, un paio di soldati stanno in piedi, a uno si vedono le ferite, dicono di non preoccuparsi della morte, vogliono solo ritrovare i propri cari. Ecco anche Banjaluca, tutti piangono, tutti sono afflitti dallo stesso dolore, mamma piange, dicono che si andrà avanti, quella notte è stata la più difficile in cui passare il corridoio “Forse riusciremo ad arrivare vivi in Serbia”, e passando per Brčko noi avevamo l’unico camion militare della colonna, ad un certo punto si sono sentiti i tromboni, uno dei soldati ha gridato “Vai, veloce! Ci stanno mirando!” l’uomo spegne la luce e dà gas, nella notte abbiamo scampato la morte per un pelo. È un nuovo giorno sulla Drina, vicino al confine, il cuore mi batte sempre più forte, finalmente la salvezza; in quei giorni ho anche risentito la voce di papà, che dice di averci cercato per tutti questi giorni a Belgrado, nello stesso momento abbiamo perso il primo bus per Belgrado, dietro di noi la Drina, lontano dalla città natale di Tnin e da tutte quelle macerie, da quel giorno Belgrado mi ha preso come figlio” Ritornando al discorso... Srebrenica è stato un errore? Può darsi, ma non sono stati i soli morti che ha portato questa guerra, e come in ogni altra anche questa ne ha portati, però sono morti anche serbi, e l'occidente tende a tralasciare questo fatto; ma come vi sentireste se qualcuno dimenticasse le vostre foibe o le tralasciasse soltanto? La Serbia non vuole entrare nell'UE, sono quattro somari che hanno formato una coalizione per avere il potere e Tadic che lo vuole, ma loro non sono la voce della Serbia.
SRB93
04/04/10 22:45
Noi non vogliamo l'UE, la vuole Tadić!
Io sono serba e sinceramente sono totalmente contraria a questo pezzo di carta firmato dai governatori senza aver nemmeno chiesto il parere della popolazione, anche perchè allora si potrebbe benissimo pretendere altrettanto dai croati per Jasenovac (l'Aushwitz balcanico in cui sono state uccise 700.000 persone, perlopiù serbi, rom ed ebrei). Personalmente sono contraria a tutto il governo di Tadić e non sono pro all'entrata della Serbia nell'UE, in primis perché non ha niente a che vedere con la nostra cultura (ma vale lo stesso anche per la Croazia, che invece ne fa parte), poi perché vengono poste condizioni assurde per l'entrata della Serbia nell'UE (del tipo consegnare Karadzić, ora che è stato consegnato lui Mladić, prima sono venuti Milošević e Koštunica; infine chiederanno di proclamare indipendente il Kosovo e ne verrà fuori una vera e propria rivolta, considerando che Tadić ne sarebbe capace). Io non parlo solo di testa mia ma per gran parte delle persone che conosco, contrarie a Tadić quanto me. Non parlo di persone che ricordano Tito e il comunismo o altro, ma parlo di persone che come me sono del '90 e si ricordano bene cosa ha portato la guerra. Io avevo sei anni quando passavo le notti sui ponti di Belgrado per evitare che li bombardassero e ricordo ancora persone mai viste prima che si avvicinavano a mia madre per chiederle "Secondo te oggi la buttano o no?", ricordo il suono delle sirene quando volavano gli aerei e quello che si sentiva quando le bombe esplodevano, ricordo ancora quando uscivo fuori di casa, la sera, per giocare con la mia migliore amica, accompagnata da suo fratello e dalle nostre mamme e guardavamo la luce che si vedeva dopo lo scoppio per indovinare se avevano mirato a Smederevo, Požarevac, Velika Plana o Belgrado. I serbi sono dovuti scappare dalla Croazia per non morire, e qui prendo in considerazione il testo della canzone di un rapper, M.A.X., emigrato a Belgrado da Knin (in italiano Tnin), in Croazia, ora residente in America, mio conoscente. Questa canzone, “Moj život”(Tradotto: “La mia vita”) parla di come è giunto in Serbia: “Bila jednom jedna pokrajina tamo oko grada Knina ma znas dje ti je to znas dje Dinara planina te osamdeset prve mi ćaća dobije sina ti godina kazu pjevala cjela kninska dolina lokalo se vina slavilo ma bila milina pršuta sira iz mjesina al odjednom odjednom zla krv od davnina iznenada poče radit oružje se pože vadit i ko je moga i znat da ćemo se tako svadit a djete teže shvata kad mu kažeš “Evo rata” sve dok nevidje i sam shvata tjela ispod vrata preklata a bilo negdje oko dva tri sata kad zakucase na vrata neka dva čojeka sa dva automata upitaše “Mali dje ti je tata? Imaš li starijeg brata?” ja u rukama papir i bojicu reče “Imam dvojicu od tetke” a sad mi daj da vidim te metke “Mali zovi ćaću mora s nama” “A mama sine ne boj se neće biti sama ona ostaje odje sa vama sa mojim muškarčinama zato neću da ti vidim više oči u suzama ama veliki si shvati neke stvari vratiće se stari brzo, ajmo, uzo sam sve sto treba jesmo se mi dogovorili nemoj štogod da si sjeba” “Tata, tata, volim te do neba” krv suze i bol kome je trebalo to zašto krv suze i bol nije nam trebalo to zrno mržnje poče klijat počesmo se ubijat a nekad smo se znali svi zajedno iskreno smijat ljudi se prestadose brijat ja deset godina djete slušam jedan drugom prijete gledam oštre bajonete i granate kako lete na sve strane pitam babu: “Baba koji nas to tuku a koji nas brane? Zašto niko više ne spominje Titove partizane? Oćel ovo ikad da stane? Oćel opet bit ki lane? Baba, oćemo li ovdje biti i sutra kad stane?” “Slušaj sinko, moralo je da plane ja ti pamtim dane kad se ovdje tuklo dok jedan ne ostane jer odje se krve još od četrest i prve jedan na drugog roze ćeraju se na noze prvi “Ne možemo se volit a istom Bogu ne molit” drugi veli “Mene tom svom Bogu neš privolit nećemo se dogovorit lakše jedan drugom krv prolit!” krv suze i bol kome je trebalo to zašto krv suze i bol nije nam trebalo to prva godina je rata ja i Darko ki dva brata neki nas čak pitaju družimo li se iz inata mali znaš da se dobro zna ko je ko u selo velio ne znam jel nam to možda piše na čelu cjelu noć mislim o tom a nemam gdje pročitat poče svitat a ja cu ti ga jope babe pitat a ona “Vako slušaj ti i Darko ste drugovi i to treba ostat tako a nek svako priča ko šta oće jope ćemo bit isti kad zlo prodje a proć će ne gledajte na te stvari mržnju posijase stari a sve je to zbog krsta vidiš on se krsti cjelom šakom a ti sa tri prsta a neki nisu u pravo nemoj ti njega vrijedjat zato sto on ne slavi slavu i što pali bjelu svijeću” reko “Baba necu” udjosmo u devedeset treću kad ču da njegovi kreću ja trk do njega da dje ću reko druže kuda vi a on se u plaču udavi kaže slusaj prijatelju imam jednu želju moji vele mora da se krene ja ti ostavljam ovo štene nek te sjeća na mene a ti ga odgoj ka da je tvoj zvaću te imam tvoj broj jedan i drugi jeca tu dje smo rasli ko djeca glumili opasne klapce stavljali zamke za vrapce i slavuje sad nam neko drugi sudbine kuje nek svako čuje drugarstvo ubit neće ma kolko mržnjom da nas truje krv suze i bol kome je trebalo to zašto krv suze i bol nije nam trebalo to ćaće nema par mjeseci kući pet ujutro poče tući ja se ustao obući mater sjedi kukajući a vrući avgust bio te gledam rakete sto lete po gradu pečurke se dižu loše vjesti nam stižu narod se poče pakovati uplakana mati piše tati da može znati ako se vrati kući a nas nema cjelo selo se sprema formiraju kolone samo zene i djecu da sklone a djeca vriste svakom neko otiša na ratište spakovasmo nešto robe i par deka kad ja vidje iz daleka kolona duga ka rijeka ovo ka da je neko reka mora vako onda krenusmo polako nema ko nije plako nije lako rodni kraj i kuću ostavit tek tako u bosnu ušli oko zore u srbu izbjeglica more tu su dok se ne odmore svakog iste brige more od srba prema Martinbrodu kolona u sporom hodu neki traže ranu al većina ih traži vodu tuga ljuta stare iznemogle što umru sarane kraj puta a ja knedle gutam dok mi pogled luta po prvoj koloni vojnika većinom ranjenika tužna je to slika al nidje ćaćinoga lika svakom uplakana lica komsiji puna prikolica staza strma okolo šuma u Petrovcu mu puče guma a onda vidje avione bacaju bombe na kolone ljudi bjeze da se sklone a ja ne znam šta ću tražim ćaću stade vojni kamion čojek kaže ide i on za Banja Luku pruzi ruku i reče ajde upadajte u dajcu par vojnika stoje jednome se rane gnoje kažu smrti se ne boje samo da pronadju svoje evo je i Banja Luka svako kuka svakog muči ista muka mater plače kažu ide se do rače te noći najteže je bilo kroz koridor proći ma valjda ćemo moći do Srbije živi doći a kroz Brčko mi jedini vojni kamion u koloni odjednom krenuše trombloni jedan od vojnika viknu “Goni brže gadjaju nas” čojek gasi svjetla i dade gas po mrklome mraku izbjegosmo smrt za dlaku novo jutro je na drini blizu rače srce mi kuca sve jače i jače napokon spas tih dana sam po prvi put čuo ćaćin glas kaže već je u Beogradu sve ove dane tražio nas isti čas pravo Beograd prvi bas iza nas Drina daleko od rodnog grada Knina i svih onih ruševina od toga dana Beograd me primio ko sina” TRADOTTO: “C’era un tempo un posto vicino alla città di Tnin, sai dov’è qul posto , sai dov’è la montagna Dinar. In quell’81 mio padre ha avuto un figlio, in quegli anni tutti i dintorni di Tnin erano un coro di canzoni festose, si beveva vino, si festeggiava, era il massimo, prosciutto, formaggio e carne, ma d’un tratto, d’un tratto il cattivo sangue che scorreva nelle vene da tempo ha iniziato a primeggiare, si sono iniziate a tirare fuori le armi e chi poteva sapere che saremmo finiti così? Un bambino capisce più difficilmente quando gli dici “Ecco la guerra”, finché non vede e capisce anche da solo, corpi senza teste, e verso le due-tre bussano alla porta due uomini con due automatiche e chiedono: “Piccolo dov’è tuo papà? Hai un fratello maggiore?” io avevo in mano un pezzo di carta e un colore a matita, ho risposto: “Ne ho due da parte di zia”[in serbo-croato “fratello” e “cugino” si dicono allo stesso modo, se non è fratello si precisa come si è imparentati], ma ora fammi vedere quei proiettili! “Piccolo chiama il papà, deve venire con noi” “Figliolo non preoccuparti, la mamma non sarà da sola, lei resta qui, con voi, coi miei maschioni, perciò non voglio vedere i tuoi occhi pieni di lacrime. Ei, sei grande devi capire certe cose, il vecchio tornerà presto, andiamo, ho preso tutto quello che ci serve, noi ci siamo messi d’accordo, non sbagliare qualcosa” “Papà, papà, ti voglio tanto bene!” Sangue, lacrime e dolore, chi aveva bisogno di ciò? Sangue, lacrime e dolore, non avevamo bisogno di questo. Non avevamo bisogno di questo seme della discordia che ha cominciato a dare i suoi frutti, abbiamo iniziato a ammazzarci, anche se una volta sapevamo ridere tutti insieme, i grandi hanno smesso di radersi la barba[non ci si rade per 40 giorni quando si perdono familiari molto giovani], io, dieci anni, un bambino, ascolto uno che intimidisce l’altro, guardo baionette e granate che volano da tutte le parti e chiedo alla nonna: “Nonna chi è che ci ammazza e chi ci protegge? Perché nessuno nomina più i partigiani di Tito? Finirà mai questo? Sarà di nuovo come prima? Saremo di nuovo qui domani, quando finirà?” “Ascolta, figliolo, doveva succedere, io ricordo quei giorni in cui qui ci si ammazzava finché non restava uno solo, perché qui si muore ancora dal’41, uno si accannisce sull’altro, uno dice “Non possiamo amarci e non pregare lo stesso Dio”, l’altro “Non mi renderai caro a quel tuo Dio, non ci metteremo d’accordo, sarà più facile far versare sangue uno all’altro!” Sangue, lacrime e dolore, chi aveva bisogno di ciò? Sangue, lacrime e dolore, non avevamo bisogno di questo. È il primo anno di guerra, io e Darko come due fratelli, certe persone ci chiedono se siamo amici per rivolta “Piccolo sai che si sa chi è chi in paese”, rispondevo “No perché? Forse lo abbiamo scritto sulla fronte?” ci penso tutta la notte e non ho dove leggere la risposta, inizia a farsi giorno e che potevo fare se non chiedere di nuovo alla nonna, e lei mi fa così “Senti, tu e Darko siete amici e ciò deve restare così, che tutti dicano ciò che vogliono, saremo di nuovo uguali quano il male passerà, e passerà, non badate a queste cose, il male lo hanno piantato i vecchi; e tutto questo è per la croce, vedi, lui ne fa il segno con tutta la mano e tu con tre dita, alcuni non hanno ragione, non lo offendere perché lui non festeggia la slava [una festa che ha ogni famiglia serba per festeggiare il proprio santo, la festeggiano solo i serbi in tutto il mondo ortodosso] e perché lui accende la candela bianca”, ho risposto “No, nonna, non lo farò”. Così siamo arrivati nel ’93, quando ho sentito che i suoi partivano sono corso da lui, sì, dove sennò? Ho chiesto: “Amico dove andate?” e lui si stava soffocando tra le lacrime, mi fa “Senti amico, ho un desiderio, i miei hanno detto che dobbiamo partire, ma io ti lascio questo cagnolino, che ti ricordi me, tu crescilo come fosse tuo, ti chiamerò, ho il tuo numero” l’uno e l’altro piangiamo, qui dove siamo cresciuti, da bambini facevamo i cattivi, catturavamo passeri e altri uccelli, adesso è qualcun altro a creare il nostro destino, che sentano tutti: non ci rovineranno la nostra amicizia per quanto ci avvelenino con questo odio! Sangue, lacrime e dolore, chi aveva bisogno di ciò? Perché sangue, lacrime e dolore, non avevamo bisogno di ciò . Il papà non è a casa da qualche mese, in casa scoccano le cinque di mattina, io mi alzo per vestirmi, la mamma è seduta e piange, è agosto e fa caldo, guardo missili che volano, le fermate degli autobus volano, arrivano cattive notizie, le persone hanno iniziato a fare le valigie, la mamma piangente scrive al papà perché sappia se torna a casa e noi non ci siamo. Tutto il paese si prepara, si formano le colonne, solo per mandare via le donne e i bambini, e i bambini urlano, a tutti qualcuno è andato in guerra, abbiamo preso un po’ di roba e qualche soldo, quando ho visto da lontano una colonna lunga come un fiume, come se qualcuno avesse detto che si deve fare così, quindi siamo partiti piano, non c’è chi non piangeva, non è facile lasciare la casa e il posto in cui sei cresciuto così. Siamo entrati in Bosnia verso l’alba , in Serbia un mare di figgiti, sono qui finché non si riposano un po’ , tutti sono tormentati dalle stesse pene. Di serbi verso Martinbrod c’è una colonna che va verso la parte opposta , alcuni chiedono cibo, ma la maggior parte chiede acqua, fanno pena i vecchi stanchi, quelli che muoiono vengono sepolti di fianco alla strada, e io ingoio rospi finché lo sguardo si disperde sulla prima colonna di soldati, in gran parte feriti, è un quadro che fa tristezza, ma non c’è da nessuna parte lo sguardo di papà, tutti hanno i volti coperti di lacrime, il vicino ha il portabagagli pieno, la salita è ripida e attorno ai boschi di Petrovac gli si è forata la gomma, allora ho visto gli aerei che buttavano le bombe sulle colonne, le persone scappano per ripararsi, e io non so che fare, cerco papà; si ferma un camion militare , un uomo dice di andare anche lui per Banjaluca, porge la mano e dice “Dai, entrate”, un paio di soldati stanno in piedi, a uno si vedono le ferite, dicono di non preoccuparsi della morte, vogliono solo ritrovare i propri cari. Ecco anche Banjaluca, tutti piangono, tutti sono afflitti dallo stesso dolore, mamma piange, dicono che si andrà avanti, quella notte è stata la più difficile in cui passare il corridoio “Forse riusciremo ad arrivare vivi in Serbia”, e passando per Brčko noi avevamo l’unico camion militare della colonna, ad un certo punto si sono sentiti i tromboni, uno dei soldati ha gridato “Vai, veloce! Ci stanno mirando!” l’uomo spegne la luce e dà gas, nella notte abbiamo scampato la morte per un pelo. È un nuovo giorno sulla Drina, vicino al confine, il cuore mi batte sempre più forte, finalmente la salvezza; in quei giorni ho anche risentito la voce di papà, che dice di averci cercato per tutti questi giorni a Belgrado, nello stesso momento abbiamo perso il primo bus per Belgrado, dietro di noi la Drina, lontano dalla città natale di Tnin e da tutte quelle macerie, da quel giorno Belgrado mi ha preso come figlio” Ritornando al discorso... Srebrenica è stato un errore? Può darsi, ma non sono stati i soli morti che ha portato questa guerra, e come in ogni altra anche questa ne ha portati, però sono morti anche serbi, e l'occidente tende a tralasciare questo fatto; ma come vi sentireste se qualcuno dimenticasse le vostre foibe o le tralasciasse soltanto? La Serbia non vuole entrare nell'UE, sono quattro somari che hanno formato una coalizione per avere il potere e Tadić che lo vuole, ma loro non sono la voce della Serbia.
Giulia
07/05/10 09:55
Le finte scuse della Serbia
Conosco bene le vicende di Srebrenica, a Srebrenica ci sono stata (per capire Srebrenica bisogna visitarla, vedere cos'è nonostante siano passati 15 anni), la responsabilità del peggior genocidio in occidente dopo la Seconda Guerra Mondiale è della Serbia quanto dell'Europa, che con la ritirata dei suoi contingenti ha consapevolmente lasciato in mano dei carnefici serbi Srebrenica. Quindi se la Serbia deve riconoscenere tutte le proprie responsabilità lo stesso deve fare l'Europa. Ciò non toglie che se la Serbia vuole entrare in Europa non basta questo mero atto politico che neanche riconosce il genocidio, considerando che continua a proteggere Mladic. La Serbia non è pronta ad entrare in Europa nè politicamente nè economicamente. L'Europa invece di lavorare convulsivamente per il proprio allargamento dovrebbe focalizzare le proprie energie a rinforzare la propria tenuta, per il bene dei paesi che ne fanno parte e di quelli che vi entreranno in futuro.
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n° 141 del 5 Aprile 2007.