La lectio magistralis pronunciata da papa Benedetto XVI all’Università
di Ratisbona il 12 settembre
È questo l’aspetto veramente interessante
del messaggio lanciato dal papa a Ratisbona, più che alcune citazioni erudite,
le quali, per quanto incaute, avevano una collocazione del tutto marginale. “Non
agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio” ha detto Benedetto XVI a Ratisbona,
a chiosa del passo tanto contestato, in cui citava la disputa teologica
avvenuta ad Ankara nel 1391 fra l’imperatore bizantino Manuele Il Paleologo e
un erudito turco, forse il fondatore di una confraternita sufi. In particolare
la citazione testuale riguardava il settimo colloquio, dove l’imperatore
lamentava la tendenza, da parte di Maometto, a “diffondere per mezzo della
spada la fede che egli predicava”. Ma nel contempo il papa citava la sura 2,256 del Corano, in cui si legge: “Nessuna costrizione nelle cose di fede”. E
tornando poi alla teologia cristiana spiegava pazientemente come “Dio non si
compiace del sangue; non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio.
La fede è frutto dell’anima, non del corpo”.
Per chi come me ha una formazione
laica, la lettura del discorso del papa mi ha ricordato L’Epistola sulla tolleranza
di John Locke, in cui il filosofo inglese ricordava l’insensatezza della fede
non sincera e spontanea, perché comunque non sarebbe stata utile alla salvezza
dell’anima. Il papa a Ratisbona ha voluto affermare la “convinzione che agire
contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio”, principio che il
cristianesimo ha tratto dallo spirito greco e che, nella sua storia teologica,
è stato preservato dalla cultura bizantina. Di qui, la citazione
dell’imperatore Manuele Il Paleologo, per significare il perdurare degli umori
ellenistici ancora nell’autunno dell’Impero romano d’Oriente che di lì a poco,
alla metà circa del secolo successivo, avrebbe dovuto piegarsi
all’espansionismo militare dell’Impero ottomano.
È meritorio che, dopo tanti
inutili clamori, Salerno, un editore dal palato fine, abbia deciso di
pubblicare integralmente il VII dialogo di Manuele Il Paleologo, premessi da una
nota introduttiva di Marco di Branco che utilmente ricostruisce il contesto
storico e culturale in si situano le dispute teologiche in oggetto,
sottolineando più volte, per esempio, come l’ostilità dell’imperatore fosse
motivata anche da ragioni politiche e dal sentore che senza un aiuto
occidentale (più volte inutilmente richiesto) Bisanzio prima o poi sarebbe
finita nelle mani dei turchi (come in effetti avvenne definitivamente nel 1453).
Per il resto il dialogo non differisce da altre tipiche contese teologiche di gusto medievale, in cui ogni partecipate è fermamente convinto della verità della propria dottrina e dell’«errore» di quella dell’interlocutore. L’unico comune denominatore è dato dall’umanità dei dialoganti che, prendendo a prestito le parole di Todorov, non si può che definire poca e insieme somma cosa: “il volto umano è un fragile baluardo contro la guerra; tuttavia lo è: e dei più preziosi”.
davideg.bianchi@libero.it


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