Martedì 9 Febbraio 2010
Per ricevere la Newsletter dell'Occidentale

Bush, l'istruzione e la riforma che vorremmo

29 Novembre 2007

Margaret Spellings è la Secretary of Education del governo degli Stati Uniti. Questa elegante e pragmatica signora bionda è stata l’ombra del presidente Bush negli ultimi dieci anni, dal Texas alla Casa Bianca, senza piaggeria e con una certa allergia per i riflettori. Nel 2001 la Spellings è stata tra i firmatari del No Child Left Behind Act (NCLB), la legge che rappresenta il pilastro della riforma dell’istruzione pubblica voluta da Bush. Forse serviva una donna per prendere questa decisione, il primo, vero tentativo di svecchiare il sistema dell’istruzione americano dopo la sentenza Brown v. Board of Education del 1954 e la rivoluzione liberal degli anni Sessanta e Settanta. Una legge, la NCLB, che è stata sostenuta senza ripensamenti anche da un vecchio leone democratico come il senatore Ted Kennedy.

Il concetto è semplice: per “non lasciare indietro nessuno studente” è necessario che le scuole ottengano risultati concreti, dal punto di vista didattico, disciplinare e della gestione economica. Lo strumento di controllo privilegiato sono i test a cui devono sottoporsi gli studenti delle primary e secondary school. Le scuole che superano le prove ottengono i finanziamenti federali, le altre devono mostrare di avere almeno un trend positivo se no i vertici scolastici vengono azzerati, si chiude e si ricomincia da capo. Nei primi anni di applicazione, la nuova legge ha rischiato di provocare una vera e propria strage. Centinaia di istituti non erano pronti a reggere la sfida lanciata dal segretario Spellings (la sfida dei principi basilari della educazione, saper leggere e fare di conto), e questo dimostra che la direzione imboccata è quella giusta, c’è qualcosa che non quadra nel sistema scolastico, qualcosa che va cambiato. La Spellings, che è una realista, davanti al potenziale disastro ha fatto una piccola (ma proprio piccola) marcia indietro, spiegando che ogni buona legge va modificata e migliorata durante la sua attuazione, insomma, è logico che il segretario non chiederà standard di merito troppo elevati alle scuole sopravvissute all’uragano Katrina. 

La novità se mai è un’altra. Il segretario Spellings è convinta, non a torto, che il sistema di verifica delle responsabilità introdotto dalla NCLB andrebbe esteso anche alla high school. Bush ha esortato il Congresso a stanziare un miliardo e mezzo di dollari per finanziare i test nelle scuole superiori e ha chiesto che sia approvato un programma di formazione per settantamila docenti che andranno a insegnare Advanced Placement – corsi di perfezionamento per gli studenti delle superiori che vogliono maturare crediti da spendere nella loro futura carriera universitaria. Bush ha creato un fondo di incentivi per i docenti più bravi e per quelli che scelgono di insegnare nelle scuole a rischio. Ha incoraggiato i professionisti delle scienze e della matematica a portare le loro competenze nella scuola, con contratti part-time e docenze a termine.

Le scuole dovranno smetterla di trascinare gli studenti da una classe all’altra, senza che questi ultimi riescano a fare dei concreti passi avanti nella loro formazione. Prendiamo i figli dei migranti, per esempio, i ragazzi che appartengono alle minoranze e che non parlano l’americano. Sono studenti a rischio, il problema della lingua rischia di lasciarli indietro. La NCLB ha favorito il diritto di scelta delle famiglie più povere che oggi possono spostare i loro figli dalle scuole troppo problematiche, con l’incentivo delle borse di studio.

In complesso, la riforma della scuola ha prodotto decine di miliardi di dollari di finanziamenti, aumentando del 70% la spesa per l’istruzione. Come ha scritto Christian Rocca, “la Casa Bianca ha utilizzato gli strumenti cari ai liberal, ovvero il governo federale, per promuovere obiettivi conservatori”. E’ il segreto del “conservatorismo compassionevole”, l’espressione coniata da Martin Olasky, che Bush usò per la prima volta nel ’97 in una trasmissione della CBS, quand’era ancora governatore del Texas. L’evangelico Olasky, autore di The Tragedy of American Compassion, considera l’istruzione un biglietto da visita per sfuggire alla povertà, ed è convinto che nelle scuole si debba passare da una “cultura della sopravvivenza” a una “cultura della eccellenza”. “Olasky”, dice Raffaele Iannuzzi, “s’inserisce pienamente nella corrente ‘calda’ dell’umanesimo di Adam Smith, la scuola del cosiddetto ‘illuminismo scozzese’ che concepiva la civil society come uno spazio non soltanto sociale ed economico”. Un liberalismo moderno e cristiano, dunque, riformatore e non laicista.

Certo, la montagna di soldi stanziata per la NCLB ha fatto venire l’orticaria ai veterani dello ‘stato leggero’, l’ala fiscal-conservative del Partito repubblicano. Frederick Hess, il direttore della Education Policy Studies dell’American Enterprise Institute, ha giudicato la legge come uno dei più importanti passi avanti fatti dalla legislazione federale nella storia americana, ma non ha mancato di sottolineare il suo aspetto più controverso, aver “amalgamato” troppo in fretta idee di destra, sinistra e centro, lasciandosi cullare dalle sirene di Al Gore. Hess resta abbastanza scettico sulla data che la Commissione Spellings ha indicato come l’obiettivo della legge, il 2014, che a quanto pare è troppo vicino per rimettere in sesto la scuola pubblica. Il timore di osservatori come Hess, che pure guardano con favore alla politica interna di Bush, è che la spesa pubblica vada fuori controllo nel prossimo decennio. Se non c’è rimedio alla Left Behind, dice Hess, allora occorre premiare di più le scuole che funzionano e far pagare vere penalità a quelle che falliscono.

Ne è convinto anche l’economista Richard Vedder, che insegna alla Ohio University e siede nella commissione Spellings. Nel libro Going Broke by Degree, uscito nel 2004, Vedder se la prende soprattutto con gli insegnanti delle scuole pubbliche, per la loro bassa produttività, la mancanza di autorevolezza, il fatto di essere favoriti dai sindacati rispetto ai loro colleghi che lavorano nelle charters school e nel sistema dell’istruzione privata laica. Gli insegnanti pubblici, dice Vedder, guadagnano all’ora quanto un ingegnere civile ma nessuno può controllare la qualità e la quantità del loro lavoro, che viene calcolato sugli inputs che mettono nel loro lavoro (l’esperienza, ecc.) e non sugli outcomes, i risultati raggiunti. Eppure negli Stati Uniti il ‘merito’serve già a fissare la paga dei professori universitari, insomma basterebbe applicare lo stesso principio ai livelli precedenti del sistema scolastico, cominciando dalla high school, rimettendo al centro del discorso la qualità e il valore dell’insegnamento.

Vedder è un difensore accanito della scuola privata e, dati alla mano, dimostra che ci sono un numero crescente di insegnanti disposti a lavorare nel privato, con una paga spesso inferiore, pur di trovare un ambiente educativo più tranquillo e adatto alla loro realizzazione personale. Gli insegnanti che se la passano meglio sono quelli delle scuole religiose: redditi alti quanto i loro colleghi del pubblico, e un sistema educativo che mette ancora al primo posto i valori e una buona dose di autorità. Al Patrick Henry College, il tempio dell’homeschooling, il dating tra adolescenti è regolato in modo severissimo: per invitare una ragazza a cena, lo spasimante deve chiederlo prima ai genitori di lei e in seguito è costretto a tenere informate le rispettive famiglie sull’andamento della love story.

Bush non ha dimenticato neppure gli homeschoolers, i ragazzi che studiano a casa con i genitori, che negli Stati Uniti sono qualche milione. Di tutti i movimenti spontanei della storia dell’educazione americana del Novecento, quello degli homeschoolers è senz’altro uno dei più originali, la manifestazione di una idea dell’apprendimento libera dalle sovrastrutture burocratiche e ideologiche dell’istruzione statale, e più legata alla trasmissione diretta del sapere tra genitori e figli. E’ un fenomeno che non ha riguardato solo la destra cristiana, ma anche spezzoni consistenti del mondo hippy, legato alle contestazioni degli anni settanta (l’unschooling). Per tutti questi genitori rinchiudere i loro figli per trenta ore alla settimana in una classe, dietro il banco, significa privarli della loro libertà personale. Il movimento homeschoolers appare agguerrito e pieno di vitalità e sembra sfuggire al lento declino della scuola pubblica.

Mancanza di autorità e bassi rendimenti scolastici, studenti sfrenati, insegnanti frustrati e genitori iperprotettivi. E’ il ritratto, plumbeo, dell’istruzione superiore pubblica in Occidente, nei nostri licei come nella high school degli Stati Uniti. Dai quattordici ai diciotto anni, stiamo allevando una generazione annoiata, sfacciata, semianalfabeta, che usa la scuola come un palcoscenico dove sfoggiare l’ultima versione del telefonino. Con la scusa di premiare la creatività dei singoli sono saltate tutte le regole che tenevano unita una classe, comprese l’obbedienza e il rispetto verso i compagni e i docenti. Ecco perché le famiglie preferiscono tenere i figli a casa. Gli studenti appaiono sempre di più come dei disadattati incapaci di reagire secondo abitudini fisse e prevedibili all’autorità. Quando l’anticonformismo diventa la regola anche le botte ai down, i peepshow e le pistole nell’armadietto diventano comprensibili. E’ un’educazione indifferenziata, che non riconosce più ai giovani un ruolo, o un particolare addestramento sociale, ma gli concede solo l’umiliazione dell’eguaglianza.

Richard Arum insegna sociologia alla New York University. E’ convinto che ci sia una crisi di autorità morale nelle scuole americane, e che il potere giudiziario abbia contribuito ad accelerare questi processi disgregativi delle gerarchie e della disciplina. In un articolo scritto per National Review nell’ottobre del 2004, Arum ricorda la storia di dieci studenti della Cheyenne High School di Las Vegas. Gli studenti della locale squadra di football erano stati pizzicati a darsele di santa ragione con i giocatori della squadra avversaria. Jerry Hughes, il direttore della Nevada Interscholastic Activities Association, chiese che i ragazzi fossero immediatamente sospesi e che gli venisse impedito di giocare i playoffs. Il giorno dopo i genitori degli studenti sguinzagliarono i loro avvocati trascinando l’associazione di Hughes in tribunale. Ma il giudice Jackie Glass permise ai ragazzi di giocare comunque la finale. Evidentemente tifava per loro squadra. Arum, che ha collezionato decine di casi come questo, non è un fanatico della tolleranza zero. Dice che nella scuola c’è bisogno di più autorevolezza, non di autoritarismo. In fondo il problema è tutto qui.

La URL per il trackback di questo articolo è: http://www.loccidentale.it/trackback/9896
l'Occidentale è protetto da Kaspersky
© 2007-2009 Occidentale srl. Tutti i diritti riservati. redazione@loccidentale.it
L'Occidentale è una testata giornalistica registrata. Direttore responsabile: Giancarlo Loquenzi.
Registrazione del Tribunale di Roma n° 141 del 5 Aprile 2007
Concessionaria in esclusiva per la pubblicità: Arcus Pubblicità srl